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Per h molto piccolo

Discorsi da niente, come fosse niente, perché forse è niente. Ci sono giorni in cui non mi sembra niente. E vedo che se ne parla come bastasse prendere h molto piccolo, che è vero ma un filo disonesto perché manie di protagonismo a parte non tutti gli h possiamo sceglierli noi.

5

5 anni.

Cinque, come le dita della mano, una delle quali ha un rigonfiamento alla base come un osso che sporge e fa male quando schiacciato, e vorrei essere costretto ad amputarlo, così che la mia mente possa abbandonarsi al dolore, o alla voce delle infermiere, e dimenticare l’altro dolore, quello più antico, quello infinito.

All’inizio si è sempre ricolmi di speranze. La voglia di cambiare, di ricominciare, maturare una propria personalità e accettarla nella sua interezza, imponendola col sorriso a coloro che hanno la sfortuna di amarci. Nel frattempo ci si guarda intorno, e si cerca di indovinare chi valga la pena di amare, gli odi a pelle, le potenzialità. Però… bisogna esserne capaci. A parole son bravi tutti, ma poi? E’ la fase più importante. Il minimo errore e sei segnato per sempre, il minimo errore e qualunque cosa sia portata a galla da sadici revisionisti rischia di essere una lama incandescente conficcata in mezzo alle scapole. Le scelte che sembrano niente e sono tutto. Alcune vie, in un battito di ciglia, vengono precluse per sempre.

Quattro, numero nerd, anche se sono tutte sciocchezze, sì, sciocchezze ma frustranti e appartenenti a un’identità che con l’io che percepisco non ha nulla a che fare, ma questi sono ricordi vecchissimi, paleolitiche cascate di paura, e non dovrebbero essere le parole, le categorie, il problema.

L’età di speranze è seguita da un privatissimo medioevo fatto di punti fermi che di fermo non hanno proprio nulla. La prolissità delle dichiarazioni è inversamente proporzionale al sentimento. Innumerevoli gesti d’affetto sempre più falsi, ripetuti tentativi sempre più deludenti, drastiche scelte sempre più forzate. E’ la celebre perdita dell’innocenza, sullo sfondo di improbabili miscugli di gothic metal e 883; è il tempo delle urla, delle feste e delle ultime lacrime, messe in ombra, come sempre, dalle sue. Un’età fatta di pesanti barriere, volte all’impedimento della più banale fiducia, alla distruzione della più semplice spontaneità.

Tre, come i lati dei tanti triangoli sentimentali che mi hanno fatto impazzire uno dopo l’altro e che si sono rivelati del tutto privi di un qualsivoglia incentro o circocentro che sia, questo perché anche se si ricomincia sempre non c’è nessuna circonferenza, o forse c’è e non vale la pena di seguirla e allora preferisco pensare che non abbia significato, che i vertici siano soli e malvagi, come se il vittimismo potesse tirarmi fuori da questo buio crepaccio.

Si arriva a un punto, quando si cade in basso, in cui la vergogna è talmente grande che ci si convince di aver toccato terra. Gli occhi si chiudono, si gira un po’ su sé stessi, e si ritorna all’attacco. Il trucco è efficace, ma la destinazione rimane il fondo. Le emozioni diventano incontrollabili e il corpo esplode: i ricordi migliori di una vita, accompagnati dalla sofferenza più ingiustificata di sempre, e per questo ancora più terribile, perché non è possibile trovare soluzioni a problemi che non esistono. Un letto condiviso è più caldo di altri cento, gli abbracci ricominciano ad avere un significato, ma il rancore si innalza sulla testa, e non bastano le poche stelle in cielo a fargli da ostacolo. Le aspettative sono deluse, ma almeno la vita riacquista un senso. Il terreno è pronto per un privatissimo Rinascimento.

Due, io e te, a fumare sulla spiaggia, abbracciati sulle lenzuola, di notte sulla strada per casa tua, tu per terra e io alle mani, persi tra gli innaffiatori, di giorno sulla strada per casa tua, a scambiarci biscotti al cioccolato, a guardarci di soppiatto come fossimo due estranei, io che scrivo e tu che sgorghi, io che disegno e tu che scompari.

C’è da sorprendersi se un’ascesa fondata sull’inganno di sé stessi si rivela, per l’appunto, un’illusione? Tanta ricchezza di spirito lascia spazio a una devastante apatia, e quando un bel giorno il mondo crolla, e il mondo crolla per tre volte consecutive, l’orrore, silenzioso, è totale. Il mistero torna irrisolvibile, anche se la pace, la calma lasciano la mente libera di riposarsi da quanto di terribile le è toccato baciare; ma il riposo lascia il corpo libero di fermarsi, e l’inattività non può che condurre il pensiero su binari indesiderati. L’indifferenza si scioglie come neve in territorio felino. Il rancore, da tempo in stand-by, non aspettava altro.

Uno, come l’occhio che tutto vede e tutto sa, e quindi sa anche che il trascendente non mi soddisfa, anche se ho passato non so quanto tempo a desiderarlo, scambiando il mio esile involucro per il saggio che tutto conosce e tutto capisce, in mancanza di sufficiente consapevolezza per riconoscere che l’irrealizzabilità non era intrinseca ai sogni, quanto a me sognatore.

Non importa quanto lungo sia stato il sonno, basta una sufficiente dose di dolore a causare un brusco risveglio. La prolungata martoriazione del corpo addormentato ha reso le ferite, se possibile, ancora più aperte di prima: l’unica reazione ragionevole, a meno di non voler soccombere, è tuffarsi nella verità a testa bassa, trattenere il respiro fino al gelido marmo, e pregare che le forze rimaste siano abbastanza per risalire. Se si sopravvive, si passa alla seconda fase, meno brutale, ma potenzialmente altrettanto traumatica: il cambiamento. Si torna all’inizio, in un certo senso, ma senza l’effetto sorpresa, poiché l’ambiente è lo stesso; ciò nonostante, il rinnovato ottimismo fa sì che i punti fermi sbuchino come funghi.
C’è però una terza fase. L’atroce sospetto che nulla sia realmente cambiato non tarda ad arrivare, e i funghi rivelano uno dopo l’altro il loro mortale veleno. In un irrefrenabile vortice di eventi il marmo risorge dal fondo e precipita verso facce e gambe spaurite, mentre il mondo ricomincia a crollare a intervalli regolari e imprevedibili, corpi esplodono ovunque e assurde manifestazioni d’amore irrompono violentemente da quelle poche saracinesche che ancora non sono calate sferragliando. Le speranze tornano pure, ma i contenuti non sono più in vendita. E’ la chiusura del cerchio, quel cerchio che aveva paura di concludersi perché sapeva che la sua completezza gli avrebbe strappato ogni parvenza di significato.

Zero, come i miei rimpianti, come ciò che ho costruito in cinque sporchi anni.