Tag Archive: riflessioni


A volte apro gli occhi. In genere preferisco tenerli chiusi, estraniarmi dalla realtà per qualche attimo, ma a volte apro gli occhi e mi piace. Mi piace quella breve sensazione di abbagliamento, e l’inevitabile brivido di aspettativa, inevitabile quanto ridicolo.

Vedo una parete tappezzata di vecchie fotografie. Persone che amo, persone che non conosco, persone che forse neanche si ricordano della mia esistenza. E non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi sorrido, ma è un sorriso amaro. L’esperienza ha un valore del tutto indipendente dalle rapide del tempo, ma questo ha senso solo a occhi chiusi. Solo da fuori.
Se commetto l’errore di girarmi vedo alcune cartoline. Persone che, se mettiamo da parte la mia ottusità, non hanno più ragione d’essere nella mia vita. Tant’è che non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi vorrei prenderle e tirarle dalla finestra, senza rabbia né violenza. Però non lo faccio mai. Non che mi ricordi cosa ci sia scritto dietro. Forse è per questo. Il senso, però, non esiste fuori e dentro.
In mezzo vedo degli scaffali ricolmi di libri e videogiochi. Vecchi scarti di scuola, prestiti illeciti, innumerevoli raccolte di fumetti, anche qualche regalo. Nessun particolare criterio qualitativo a impedirne l’entrata, c’è un sacco di merda che non credo di avere mai aperto. Sono le emozioni più recenti, vere o false che siano. Non voglio discutere sulla differenza di sentimenti tra finzione e realtà; però il sorriso è sicuramente meno ampio, seppur privo dell’amarezza che lo accompagnava in precedenza.
Stanco di spazi chiusi, vedo il terrazzo, e ciò che sta al di là. Non è un paesaggio interessante. E’ la sede di una vasta gamma di attimi, a volte antichi, a volte ancora luminosi come le stelle cui solevo esprimere desideri. Ma alle stelle non sono mai andato molto a genio, perché quei desideri non sono mai stati esauditi. O forse non potevano. Non lo so. Non credo importi molto, a questo punto. Ho smesso di crederci, e non è facile tornare indietro.
Gli occhi tornano chiusi per vedere più lontano: la memoria è il più efficace dei teletrasporti, e la mente il suo carburante. Ma non voglio parlare di quello che vedo, perché non è il posto giusto e di lacrime ne ho versate a sufficienza in passato e sarebbe sciocco immergersi in trascorsi scaduti da tempo.
Quando riapro gli occhi, non vedo niente. Com’è possibile? Sbatto le palpebre, e per meno di un secondo la mia vista torna a funzionare. Troppo poco. Ripiombo nell’oscurità. Oscurità? E’ pieno giorno! Entra luce dalla finestra.

Poi capisco.
Gli occhi hanno un legame indissolubile con il resto del corpo. Con la mente. Oggi quel legame, quando li apro, non c’è più. Quei sentimenti, quando li apro, svaniscono come ombre nel buio; quelle persone, quando li apro, smettono di sorridere. L’esperienza è vuota e decrepita, e i rinforzi non arrivano a intervalli regolari. Vedo le fotografie, le cartoline, gli scaffali; non vedo il loro contenuto. Vedo la materia, e non vedo la forma.

Mi si presenta una scelta.
Posso aprire gli occhi, e approfittare della mia incurabile cecità per spostare alcune cose nel ripostiglio che non ho mai avuto. Per distruggere le foto, bruciare le cartoline, rovesciare gli scaffali e spegnere le stelle. Per dimenticare tutto quello che ho perso, e tutto quello che ho amato e non avrò mai più la possibilità di amare, strapparmi il cuore dal petto e lasciare che il sangue porti via il dolore. Per poi pulire. E un giorno, quando mi sarò ripreso, ricominciare.
Oppure posso tenere gli occhi chiusi, in onore di quello stesso amore che mi ha accompagnato per così tanti anni della mia vita, e riposare in pace nella compagnia dei gatti che piangono fiamme.

Sono giovane e idealista. Mi piace vantarmi del mio rifiuto di una morale dogmatica. Ma sono consapevole, nel bene e nel male, dell’incommensurabile dovere morale che pesa su di me in questo momento.
Non credo di essere così forte. Non credo che le campane suoneranno il mio futuro. Importa qualcosa?

Sì, certo che importa.
Ricordo con chiarezza ogni singola mano che ho assaggiato, ogni singolo sguardo. Ricordo i sorrisi e gli addii, le promesse e le promesse mancate, gli abbracci e le metafore. Ricordo un passato che ha meno possibilità di sciogliersi delle stelle, le stesse stelle che non so dove siano finite ma che un giorno raggiungerò al solo scopo di dare fuoco alla mia anima, di risvegliare la mia vista dal torpore in cui è scivolata, e davanti a tutto questo c’è soltanto da stare in silenzio, nel minuto nero più sincero cui abbia mai avuto il piacere di assistere.

Mani

I rapporti nascono e muoiono. È il mio mantra. È un fatto di cui sono assolutamente convinto.
Però c’è modo e modo.

C’è chi fa finta di niente, e tira avanti e non si sveste dei panni che è solito portare. Entrambe le parti sentono che non c’è più nulla da dire e scrivono la parola fine. Anzi, non hanno neppure bisogno di scriverla. È così, che c’è di strano, capita. Capita.
A volte una relazione va troppo lontano, e bisogna fermarla. Potrebbe sfociare in qualcosa di non desiderato. ”Fermare” una relazione. Già come concetto è disgustoso. Se le cose vanno in una direzione, ci dev’essere un motivo. Si può sbagliare, ok, ma è meglio di troncare prima per paranoia. Almeno ci sarà qualcosa da raccontare, dopo.
A volte una relazione non va abbastanza lontano. Non progredisce, sta lì, moscia, decadente come il culo di una vecchia. E allora si spinge, e a forza di spingere ci si fa male alle mani. Se si insiste, il burrone è in agguato. E spesso saltiamo giù anche noi, in caduta libera, all’inseguimento di qualcosa che si sta spegnendo per sempre.
A volte una relazione viene fraintesa. Si provano dei sentimenti, delle emozioni, ma non sono le stesse dell’altro. Ogni cosa viene vista da un punto di vista diverso. Ed è un crescendo di equivoci fino al gran finale, lo spiazzante colpo di scena. Alcuni attutiscono l’impatto con le menzogne, altri si fanno prendere dall’orgoglio e aprono il culo a testa alta, altri ancora non hanno neppure la forza di reagire e crollano in preda alla disperazione.
A volte la relazione non c’è. L’errore stava alla base, nel credere che si potesse essere felici. Quando invece era tutto vuoto, insignificante. Quando si pensa a come sarebbe stato poterla consolare quando soffriva, farla ridere quando era triste, abbracciarla quando piangeva. E ci si accorge che non è un pensiero, è un’utopia.

Abbiamo tutti bisogno di qualcuno. Tutti. E se c’è qualcosa che ci aiuta ad andare avanti è la convinzione che quel qualcuno esiste, può afferrarci all’ultimo istante e salvare le nostre pericolanti esistenze. Che sia un amico, o qualcosa di più, non importa; quando alla fine di tutto gli si stringerà la mano, ci si chiederà se non è stato tutto inutile. Se valeva la pena di continuare a vivere per una fantasia che una volta realizzata è destinata a rinnovarsi.
Sorprendentemente (o forse no), la risposta è sempre affermativa. Non importa quale sia la conclusione, in quanto si vive per ricominciare a sognare.

La scelta

Angeli.

Alcuni dicono che passano il tempo a guardarci, a spiare tutto quello che facciamo, a giudicarci, guardiani invisibili… Bugia. Agli angeli non frega nulla di noi. Siamo indegni di loro? Sono forse esseri superiori? No. Non sono certo entità perfette… e poi ci sono loro. I demoni. Aspettano sempre, nell’ombra. Di afferrarci, mutilarci, torturarci, farci urlare pietà… ma loro non sentono urla, non concedono pietà.

Alcuni, sempre gli stessi, dicono che i demoni sono angeli caduti… Altra bugia. I demoni sono sì angeli, ma angeli che hanno fatto una scelta. Perversa, ma pur sempre una scelta. Non hanno scelto il male, oh no… Hanno scelto la via più razionale. Perchè gli angeli stanno lì, pallidi, amorfi… nessun segno di vita, anzi, proprio nessuna vita… Gli angeli non soffrono, guardano gli altri soffrire e si autocompiacciono della loro ridicola disperazione nel vedere le pene altrui, della loro capacità di comprendere le anime doloranti e di aiutarle a trovare la via della salvezza. I demoni no, i demoni soffrono e fanno soffrire. E’ più equo. Ogni attimo di sofferenza, ogni istante trascorso nel dolore ha un suo corrispondente nel male inferto agli altri. Una soddisfazione impossibile da descrivere.

Alcuni (si, ancora loro) dicono che i demoni sono dei mostri, bestie senza cuore… Ennesima bugia. I demoni sono molto più emotivi degli angeli; i demoni vivono. I demoni provano tutti i sentimenti che per gli angeli sono solo una pallida illusione: gratitudine per chi è stato clemente, rabbia per chi non è stato leale; amore per il carnefice, amore per la vittima. Gli angeli possono solo fingere di penare come coloro che compatiscono, ma in realtà li invidiano. Gli angeli sono, senza nemmeno accorgersene, alla ricerca di una sofferenza che non sarà mai loro inflitta. Aspettano di diventare demoni, quando il pensiero stesso li ripugna.

Alcuni (ok, sto cominciando a ripetermi) considerano angeli e demoni come bene e male. Nulla di più falso. E’ forse bene estraniarsi dal mondo, precludersi la possibilità di vivere alla ricerca di una pace interiore che si spera di trovare nell’aiutare gli altri senza ricevere nulla in cambio? Ed è forse male cercare di vivere meglio che possiamo il tempo che ci è stato concesso, soffrendo e provocando dolore agli altri, salvando e venendo salvati? Gli angeli non potranno mai avere quello che cercano, gli angeli non troveranno mai la pace. Gli angeli non riceveranno mai i sentimenti di nessuno. Non è il salvatore senza macchia e senza paura che tocca il cuore della vittima, ma il carnefice che ha un attimo di pietà: il carnefice pentito, il carnefice commosso, il carnefice innamorato. E allora, sarà raggiunta la pace. 

C’è un tempo per vivere, e un tempo per aspettare. Se proprio volete aspettare, gli angeli vi accoglieranno tra le loro schiere; altrimenti, vivete da demoni. Abbiamo una sola possibilità, non sprechiamola passando il tempo a morire dentro; provare delle emozioni è l’unica ragione per la quale si vive. Fidatevi che ne vale la pena.