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Narciso

Pensavo al pensiero altrui, e al mio posto in esso. Non sono capace a guardarmi direttamente coi miei occhi. Non so se è una cosa comune o sono io. Devo filtrare attraverso un immaginario punto di vista esterno per trarre soddisfazione dallo specchiarmi. Cioé, ho dei postulati in testa, ma ho bisogno di astrarli dalla mia soggettività, attaccarli a qualcun altro. Solo allora posso compiacermi del mio aderire.

E, dicevo, pensavo a tutti i criteri che non sono i miei, e come ci entro. C’è questo parlare di speciale. Ma speciale è facile. Speciale è allontanarsi da una media su trecento variabili, non la vede nessuno e chi la vede è un’eccezione sufficiente a ribaltare la definizione. C’è questa unicità dell’essere una stella uguale alle altre che se la togli il cielo è sempre cielo ma in qualche impronunciabile settore del tutto sono evaporate un migliaio di irrepricabili relazioni, e chissà in quella nuova oscurità quanti serpenti di luce non vengono più bene.

Ma, più a terra, pensavo al bambino che faceva la spia alla maestra, e che basta con ‘ste cazzo di Yu-Gi-Oh, e che non – rivolgermi – la – parola. Dico, questi non ci entrano mica. Però. Rimane? Questo mi chiedevo. La memoria è nebbia. Salvare qualcuno richiede un’approssimazione. In base a cosa cado da una parte o dall’altra? Avevo questa lista di momenti felici. Ma l’ho compilata senza conoscere il verdetto. Per ogni piccolo pezzo che ho preservato qualcuno mi avrà anche seguito, ma la selezione sarà diversa e l’interpretazione sarà diversa e alla fine il giudizio sarà diverso.

Giudizio è una brutta parola. Spero che nessuno faccia questo giro di proposito e che rimanga tutta una roba di cuore. Però, dicevo, cambia dove cado. E pensavo, se i miei occhi non mi bastano, significa che cambio anch’io? Ho bisogno di piacermi, come tutti credo. Ma è una strada che passa attraverso un’incognita di perle sparse sull’asfalto e pizze fredde, e la verità è che non so dire se questi punti esistano.

E questa non so se è una cosa comune o sono io.

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Ali

Sta girando tutto intorno alla stessa cosa da mesi, forse anni. Non riesco a tirarne fuori il centro. Persone che alla fine ci credo che mi vogliono bene. Abitudini che il più delle volte mi strappano ancora un sorriso. Sai quando il controllo va a puttane, e dopo aver sfondato mezza casa ti guardi intorno e ti viene da ridere e va di nuovo tutto bene? Tutte quelle ore a letto, mai fatto caso al soffitto. Lettere che volevo scrivere, ma non l’ho mai fatto per paura di cambiare idea. Svegliarmi e non sapere che giorno è, l’indecisione se preparare il pranzo o la cena. Il vicino rompicoglioni con la chitarra, o che ascolta la chitarra, e che canta, o ascolta qualcuno che canta. Non canterò mai più ragazzine strafatte su quella strada, perché su quella strada non ci passerò più. Mai più a notte fonda lo spazzino dell’area riservata che non parla inglese. Ci sono parole che volevo sentire, ma non le ho mai dette per paura di essermele inventate. Fotografie che vorrei non vedere più. Tavolette di cioccolato e tazzine di formaggio, in quest’ordine. Avanti ed avanti senza fretta a sperare il giorno dopo, ma il giorno dopo diventa oggi troppo in fretta. Cosa credo di me? Cosa succede se quello che ho chiesto non era vero ma l’ho ottenuto lo stesso? Ritratti che non somigliano a nessuno. Ricordi che non somigliano a nessuno. Voci di fantasmi vicini che non ho cercato di tenermi vicino. Fantasmi di voci distanti così facili da ritrovare. Che scusa, metterla sul politico quando è solo personale. Ogni categoria è fatta di individui. Solidarietà, simpatia, stupidità. Sostanziale ignoranza. Sostanza volatile e indescrivibile. Voglio volare via con l’essenza che ho tradito, guardare lontano con l’anima che ho trovato, cadere nel vuoto come in un sogno dimenticato.

Riapro il cassetto e sono ancora lì, i miei sogni, ma si sono già avverati, poi non ho capito bene cos’è successo e ora quel cassetto è passato.
Riapro il cassetto ed ecco le mie ali. Faccio collezione. Mi piace cambiarle spesso. Poi magari mi scordo di usarle. Però se le ho comprate è un punto in più. Poi magari le uso troppo e prendo fuoco. Un punto in più. E la collezione è più bella che mai.
Riapro il cassetto e com’è semplice l’amore sul timido retro di una cartolina. Rileggo quei fogli e quasi sono lì a rispondere, ma ho già risposto, anche se non ricordo cosa, anche se devo aver risposto male, perché sono i fogli in fondo. Anch’io ti voglio bene. Questo risponderei. Ma dovevo fare il poeta, e i giri di parole, e il messaggio non è arrivato. Non ci crede più nessuno. Non ci credo neanch’io.

Ogni volta che riapro il cassetto mi trovo a pensare che, solo un attimo prima, il cassetto era chiuso.
Che strano, che quanto di più forte è rimasto sia il pungere della lontananza. È strano perché allora dovrebbe essere questo il momento più devastante. Forse il problema è che adesso non si tratta più di semplice distanza. Adesso quelle persone non ci sono più, sostituite da qualcosa che con la mia anima non ha più niente a che vedere.
Gli angoli del cuore sono un’idea romantica, ma preferisco lasciare i ricordi nelle pieghe di un portafoglio, sempre al mio fianco come un portafortuna, anche se la fortuna con queste morti ha poco a che fare. Come foto di un’essenza ormai perduta, prive di alcuna pretestuosa didascalia. Le prolissità, le confessioni, le spiegazioni… Quelle possono restare nel cassetto, e non c’è davvero bisogno di riaprirlo. L’affetto non è complicato. È tanto semplice quanto un portachiavi scolorito di Snoopy.

Non riesco a pensarti

Sono qua, sdraiato sul letto, con un po’ di dolce malinconia ad accarezzare i miei occhi assonnati. Sono qua con questo familiare sentimento che da tempo non cerco neanche di mettere da parte, forse perché ho bisogno di una coscienza sporca per sentirmi una persona, o forse perché ho bisogno di voler bene a qualcuno nonostante tutto. Sono pronto, come tante altre volte, per venirti a trovare.

E mi accorgo che non ci riesco.
Il pensiero gira attorno alla tua immagine senza fermarsi da nessuna parte, senza mai mettere a fuoco, come se non fosse sicuro del perché è passato di lì. Del perché l’abbia mai fatto.

Non è che ho cancellato tutto. Se mi sforzo un attimo, posso recuperare i ricordi uno per uno, con tutti i loro sfocati sentimenti. Ma non c’è nessun flusso, nessun vagare automatico della memoria, nessun bizzarro brivido lungo la schiena. È come ascoltare per l’ennesima volta la mia canzone preferita, solo per riscoprirla vuota, un insieme di note e parole senza un vero significato.

È rassicurante, saper leggere il passato in chiave romantica. Se anche il mondo dovesse un giorno crollarti sotto i piedi, almeno hai qualcosa da raccontare: caduta o meno, almeno per un breve periodo ti eri preso la briga di esistere. Potrai sempre guardarti allo specchio sapendo che i tuoi occhi saranno là ad aspettarti.
Senza questa semplice abilità, al di là dell’umiliazione nel vedere il degrado di sentimenti che sembravano destinati a spostare montagne, anche quell’abbozzo di riflesso si scioglie nella nebbia di una qualunque notte senza stelle.

Vorrei poter dire che ho imparato qualcosa. Ma sarebbe illogico: non ho mai applicato la lezione, è il confronto che è venuto a cercare me. Tutto quello che ho fatto io è stato guardare, guardare il nuovo e odiare i miei scheletri. Come se uno scheletro potesse rispondere. È troppo facile, dare la colpa ai morti. Non possono tenersi in equilibrio su un paio di femori traballanti mentre ti sputano in faccia le contraddizioni che hai cercato di rimuovere. Al primo segno di buone intenzioni un soffio e via, nell’oblio con tutto ciò che non sono in grado di conciliare razionalmente con tanta decadenza. Un mucchio di ossa sul pavimento.

E ora? Mi manca la voglia di soffiare, di nascondere. Sono allo scoperto, senza più neanche l’ombra del mio affetto incondizionato per farmi scudo, e allo stesso tempo sono più disarmato che mai, privo di anche solo il minimo desiderio di giustificare.

Venivo a trovarti per abitudine, ma è alla tua fredda anima che mi sono abituato, e forse era ora che quell’inverno calasse anche su di me.

E niente, dai. Sopravviveremo. Vinte le nostre personali sciarade, quasi felici in quanto reduci, le romantiche marce dei vecchi tempi. Siamo cresciuti troppo. C’è ancora spazio per certi slanci? Il punto è, per me i vecchi tempi erano una merda. Questo è il bel tempo, e non è mica quel sole soffocante privo di ogni pudore, no, è il buio dell’estate che lascia spazio al colore del cielo.

Dov’è che saremo andati. Cosa rimarrà dei sogni di una vita. Fa troppo caldo per tutto. Calata la brezza, calata la musica, colata di parole senza capo né coda. Ascoltarsi, ascoltarsi per fermarsi. Un buon tentativo. Semplice. Vuoto. Saremo completamente vuoti. Non noi. “Noi”. Dico che non importa. Dico e niente dai, sopravviveremo. E certo che sopravviveremo. Ma sopravviveremo da soli. E non sono certo il primo a dire che è meglio vivere che sopravvivere. E non sono certo il primo e non sarò certo l’ultimo con il tuo ricordo nella mia pelle. Non significa nulla di profondo. I ricordi sono sempre appiccicosi, o almeno i miei lo sono.

Ed è quasi divertente, come le persone siano tanto diverse dai ricordi. Siamo qualcosa che salta e salta e salta e se c’è qualcosa di carino salta lo stesso. Le braccia aperte di cui ci vantiamo tanto sono come padelle anti-aderenti. Non ci sono cure. Solitudini, fallimenti, corse al chiaro di luna che anche il Nata sarebbe fiero del suo bravo cristo. È tutto uno strano gioco, e ci si incazza perché le regole continuano a cambiare, ma poi a te che ti frega, possiamo stare insieme anche senza sapere sotto chi.

Le luci sono spente da un po’. Cosa rimarrà del desiderio di fare qualcosa, accendere un fuoco, calmare le acque, nuotare lontano e guardare la spiaggia da dove fa figo. Non so neanche cos’è che non va, circondato da tutto quel poco che ho sempre voluto. Sarà l’amore dei miei vent’anni, buttato nel cesso ancora e ancora e non lo sopporto più. Le paure impotenti per un futuro un po’ peggiore. Compassione a tener compagnia alle talpe. Empatia, forse. Forse ti sento vivere e mi fa male, forse c’è come un vuoto che dal tuo cuore si espande e mi affascina e mi porta via.

E allora portami via, portami lontano dove mai nessuno è riuscito a tenere gli occhi aperti. Tanto vale, per restar qua ad avvelenarmi di fiamme e pensieri. Tanto vale per vedere dove sto inciampando, su qualunque cosa tu stia facendo adesso, o nei miei stessi quaderni, che ancora scendono dal soffitto come fosse la prima volta. Incespicherò verso avanti, che a voltarmi perderei ben più di una sposa. Magari un po’ più avanti mi stanno aspettando, magari li ho già passati e sto solo scappando perché le loro facce non mi piacciono affatto.

E niente, dai, poi a te che ti frega. Tu corri accanto a me. Affanculo, sì, tanto che in genere non riesco nemmeno a riallacciare i tuoi lineamenti.
Ma sempre accanto è.

Ricordo quella voglia di crescere che avevamo, consumata in letti separati e colazione insieme. Siamo così lontani da quei sogni antichi, da quegli emozionanti lampi di comprensione che racchiudevano ogni volta il segreto di vivere. E siamo così lontani da quel rapido salire, un guardaroba nuovo di zecca da cui scegliere a occhi chiusi un affetto diverso per ogni giorno che faceva capolino da quello strano futuro. E ogni inciampare conteneva la certezza di aver capito tutto, perché le ginocchia sbucciate erano sempre e solo colpa nostra.

Non molto è cambiato attorno a noi. Le folle si disperdono, ma addossarcene la responsabilità appare sempre più inutile notte dopo notte. Avanziamo più lentamente: nuotavamo tanto veloce in quel denso mare di incomprensioni, e ora che abbiamo finalmente toccato terra sembriamo più vicino allo strisciare che al decollare, magari con la scusa di goderci la tanto desiderata spiaggia. Nelle conchiglie troviamo l’universo, ignorando ormai il cielo sconfinato con quel suo fetore di prigione.

Strade diverse ci hanno condotto quaggiù, e strade diverse ci porteranno fuori. Sogni diversi ci hanno abbandonato, incubi diversi ci hanno svegliato, pensieri diversi ci hanno sollevato, persone diverse ci hanno accompagnato. In realtà siamo ancora soli, perché le isole sono così, ma non è poi quello che volevamo? Eccola qua la nostra possibilità, la nostra aspirazione, lo spettacolare tracciato per la nostra corsa finale. Un finale che dura anni, e che se ce la giochiamo bene sarà ricordato per i secoli a venire.

La parte prima no, quella verrà dimenticata. Via gli affetti d’istinto, via gli inciampi, via il latte e cereali. Tutto in un angolo a prender polvere, come la pianola soppiantata dal pianoforte. E forse proprio tu potresti dirmi che va bene così, che è l’obiettivo che conta, che si va avanti per perfezionare la propria opera e ciò che cade qualche miglio dietro è irrilevante. Eppure, quando riprendo in mano quella vecchissima pianola, mi sento tanto in colpa a faticare con un cavaliere selvaggio.

5

5 anni.

Cinque, come le dita della mano, una delle quali ha un rigonfiamento alla base come un osso che sporge e fa male quando schiacciato, e vorrei essere costretto ad amputarlo, così che la mia mente possa abbandonarsi al dolore, o alla voce delle infermiere, e dimenticare l’altro dolore, quello più antico, quello infinito.

All’inizio si è sempre ricolmi di speranze. La voglia di cambiare, di ricominciare, maturare una propria personalità e accettarla nella sua interezza, imponendola col sorriso a coloro che hanno la sfortuna di amarci. Nel frattempo ci si guarda intorno, e si cerca di indovinare chi valga la pena di amare, gli odi a pelle, le potenzialità. Però… bisogna esserne capaci. A parole son bravi tutti, ma poi? E’ la fase più importante. Il minimo errore e sei segnato per sempre, il minimo errore e qualunque cosa sia portata a galla da sadici revisionisti rischia di essere una lama incandescente conficcata in mezzo alle scapole. Le scelte che sembrano niente e sono tutto. Alcune vie, in un battito di ciglia, vengono precluse per sempre.

Quattro, numero nerd, anche se sono tutte sciocchezze, sì, sciocchezze ma frustranti e appartenenti a un’identità che con l’io che percepisco non ha nulla a che fare, ma questi sono ricordi vecchissimi, paleolitiche cascate di paura, e non dovrebbero essere le parole, le categorie, il problema.

L’età di speranze è seguita da un privatissimo medioevo fatto di punti fermi che di fermo non hanno proprio nulla. La prolissità delle dichiarazioni è inversamente proporzionale al sentimento. Innumerevoli gesti d’affetto sempre più falsi, ripetuti tentativi sempre più deludenti, drastiche scelte sempre più forzate. E’ la celebre perdita dell’innocenza, sullo sfondo di improbabili miscugli di gothic metal e 883; è il tempo delle urla, delle feste e delle ultime lacrime, messe in ombra, come sempre, dalle sue. Un’età fatta di pesanti barriere, volte all’impedimento della più banale fiducia, alla distruzione della più semplice spontaneità.

Tre, come i lati dei tanti triangoli sentimentali che mi hanno fatto impazzire uno dopo l’altro e che si sono rivelati del tutto privi di un qualsivoglia incentro o circocentro che sia, questo perché anche se si ricomincia sempre non c’è nessuna circonferenza, o forse c’è e non vale la pena di seguirla e allora preferisco pensare che non abbia significato, che i vertici siano soli e malvagi, come se il vittimismo potesse tirarmi fuori da questo buio crepaccio.

Si arriva a un punto, quando si cade in basso, in cui la vergogna è talmente grande che ci si convince di aver toccato terra. Gli occhi si chiudono, si gira un po’ su sé stessi, e si ritorna all’attacco. Il trucco è efficace, ma la destinazione rimane il fondo. Le emozioni diventano incontrollabili e il corpo esplode: i ricordi migliori di una vita, accompagnati dalla sofferenza più ingiustificata di sempre, e per questo ancora più terribile, perché non è possibile trovare soluzioni a problemi che non esistono. Un letto condiviso è più caldo di altri cento, gli abbracci ricominciano ad avere un significato, ma il rancore si innalza sulla testa, e non bastano le poche stelle in cielo a fargli da ostacolo. Le aspettative sono deluse, ma almeno la vita riacquista un senso. Il terreno è pronto per un privatissimo Rinascimento.

Due, io e te, a fumare sulla spiaggia, abbracciati sulle lenzuola, di notte sulla strada per casa tua, tu per terra e io alle mani, persi tra gli innaffiatori, di giorno sulla strada per casa tua, a scambiarci biscotti al cioccolato, a guardarci di soppiatto come fossimo due estranei, io che scrivo e tu che sgorghi, io che disegno e tu che scompari.

C’è da sorprendersi se un’ascesa fondata sull’inganno di sé stessi si rivela, per l’appunto, un’illusione? Tanta ricchezza di spirito lascia spazio a una devastante apatia, e quando un bel giorno il mondo crolla, e il mondo crolla per tre volte consecutive, l’orrore, silenzioso, è totale. Il mistero torna irrisolvibile, anche se la pace, la calma lasciano la mente libera di riposarsi da quanto di terribile le è toccato baciare; ma il riposo lascia il corpo libero di fermarsi, e l’inattività non può che condurre il pensiero su binari indesiderati. L’indifferenza si scioglie come neve in territorio felino. Il rancore, da tempo in stand-by, non aspettava altro.

Uno, come l’occhio che tutto vede e tutto sa, e quindi sa anche che il trascendente non mi soddisfa, anche se ho passato non so quanto tempo a desiderarlo, scambiando il mio esile involucro per il saggio che tutto conosce e tutto capisce, in mancanza di sufficiente consapevolezza per riconoscere che l’irrealizzabilità non era intrinseca ai sogni, quanto a me sognatore.

Non importa quanto lungo sia stato il sonno, basta una sufficiente dose di dolore a causare un brusco risveglio. La prolungata martoriazione del corpo addormentato ha reso le ferite, se possibile, ancora più aperte di prima: l’unica reazione ragionevole, a meno di non voler soccombere, è tuffarsi nella verità a testa bassa, trattenere il respiro fino al gelido marmo, e pregare che le forze rimaste siano abbastanza per risalire. Se si sopravvive, si passa alla seconda fase, meno brutale, ma potenzialmente altrettanto traumatica: il cambiamento. Si torna all’inizio, in un certo senso, ma senza l’effetto sorpresa, poiché l’ambiente è lo stesso; ciò nonostante, il rinnovato ottimismo fa sì che i punti fermi sbuchino come funghi.
C’è però una terza fase. L’atroce sospetto che nulla sia realmente cambiato non tarda ad arrivare, e i funghi rivelano uno dopo l’altro il loro mortale veleno. In un irrefrenabile vortice di eventi il marmo risorge dal fondo e precipita verso facce e gambe spaurite, mentre il mondo ricomincia a crollare a intervalli regolari e imprevedibili, corpi esplodono ovunque e assurde manifestazioni d’amore irrompono violentemente da quelle poche saracinesche che ancora non sono calate sferragliando. Le speranze tornano pure, ma i contenuti non sono più in vendita. E’ la chiusura del cerchio, quel cerchio che aveva paura di concludersi perché sapeva che la sua completezza gli avrebbe strappato ogni parvenza di significato.

Zero, come i miei rimpianti, come ciò che ho costruito in cinque sporchi anni.

A volte apro gli occhi. In genere preferisco tenerli chiusi, estraniarmi dalla realtà per qualche attimo, ma a volte apro gli occhi e mi piace. Mi piace quella breve sensazione di abbagliamento, e l’inevitabile brivido di aspettativa, inevitabile quanto ridicolo.

Vedo una parete tappezzata di vecchie fotografie. Persone che amo, persone che non conosco, persone che forse neanche si ricordano della mia esistenza. E non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi sorrido, ma è un sorriso amaro. L’esperienza ha un valore del tutto indipendente dalle rapide del tempo, ma questo ha senso solo a occhi chiusi. Solo da fuori.
Se commetto l’errore di girarmi vedo alcune cartoline. Persone che, se mettiamo da parte la mia ottusità, non hanno più ragione d’essere nella mia vita. Tant’è che non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi vorrei prenderle e tirarle dalla finestra, senza rabbia né violenza. Però non lo faccio mai. Non che mi ricordi cosa ci sia scritto dietro. Forse è per questo. Il senso, però, non esiste fuori e dentro.
In mezzo vedo degli scaffali ricolmi di libri e videogiochi. Vecchi scarti di scuola, prestiti illeciti, innumerevoli raccolte di fumetti, anche qualche regalo. Nessun particolare criterio qualitativo a impedirne l’entrata, c’è un sacco di merda che non credo di avere mai aperto. Sono le emozioni più recenti, vere o false che siano. Non voglio discutere sulla differenza di sentimenti tra finzione e realtà; però il sorriso è sicuramente meno ampio, seppur privo dell’amarezza che lo accompagnava in precedenza.
Stanco di spazi chiusi, vedo il terrazzo, e ciò che sta al di là. Non è un paesaggio interessante. E’ la sede di una vasta gamma di attimi, a volte antichi, a volte ancora luminosi come le stelle cui solevo esprimere desideri. Ma alle stelle non sono mai andato molto a genio, perché quei desideri non sono mai stati esauditi. O forse non potevano. Non lo so. Non credo importi molto, a questo punto. Ho smesso di crederci, e non è facile tornare indietro.
Gli occhi tornano chiusi per vedere più lontano: la memoria è il più efficace dei teletrasporti, e la mente il suo carburante. Ma non voglio parlare di quello che vedo, perché non è il posto giusto e di lacrime ne ho versate a sufficienza in passato e sarebbe sciocco immergersi in trascorsi scaduti da tempo.
Quando riapro gli occhi, non vedo niente. Com’è possibile? Sbatto le palpebre, e per meno di un secondo la mia vista torna a funzionare. Troppo poco. Ripiombo nell’oscurità. Oscurità? E’ pieno giorno! Entra luce dalla finestra.

Poi capisco.
Gli occhi hanno un legame indissolubile con il resto del corpo. Con la mente. Oggi quel legame, quando li apro, non c’è più. Quei sentimenti, quando li apro, svaniscono come ombre nel buio; quelle persone, quando li apro, smettono di sorridere. L’esperienza è vuota e decrepita, e i rinforzi non arrivano a intervalli regolari. Vedo le fotografie, le cartoline, gli scaffali; non vedo il loro contenuto. Vedo la materia, e non vedo la forma.

Mi si presenta una scelta.
Posso aprire gli occhi, e approfittare della mia incurabile cecità per spostare alcune cose nel ripostiglio che non ho mai avuto. Per distruggere le foto, bruciare le cartoline, rovesciare gli scaffali e spegnere le stelle. Per dimenticare tutto quello che ho perso, e tutto quello che ho amato e non avrò mai più la possibilità di amare, strapparmi il cuore dal petto e lasciare che il sangue porti via il dolore. Per poi pulire. E un giorno, quando mi sarò ripreso, ricominciare.
Oppure posso tenere gli occhi chiusi, in onore di quello stesso amore che mi ha accompagnato per così tanti anni della mia vita, e riposare in pace nella compagnia dei gatti che piangono fiamme.

Sono giovane e idealista. Mi piace vantarmi del mio rifiuto di una morale dogmatica. Ma sono consapevole, nel bene e nel male, dell’incommensurabile dovere morale che pesa su di me in questo momento.
Non credo di essere così forte. Non credo che le campane suoneranno il mio futuro. Importa qualcosa?

Sì, certo che importa.
Ricordo con chiarezza ogni singola mano che ho assaggiato, ogni singolo sguardo. Ricordo i sorrisi e gli addii, le promesse e le promesse mancate, gli abbracci e le metafore. Ricordo un passato che ha meno possibilità di sciogliersi delle stelle, le stesse stelle che non so dove siano finite ma che un giorno raggiungerò al solo scopo di dare fuoco alla mia anima, di risvegliare la mia vista dal torpore in cui è scivolata, e davanti a tutto questo c’è soltanto da stare in silenzio, nel minuto nero più sincero cui abbia mai avuto il piacere di assistere.