Tag Archive: rapporti


Stavo cercando un senso. Perché è chiaro che com’era prima non si andava da nessuna parte. Quello che è abitudine, accettazione quasi, non potevo mascherare in eterno come intrinseco, come ciò che sono; ciò che sono deve ultimamente realizzarsi in serenità perpetua, smossa sì da quel che capita perché le cose capitano, ma sempre tendendo all’equiibrio di partenza. Dalla sponda di un lago ho intravisto il potenziale, e la colpa mi ha sopraffatto, anche se forse non era proprio colpa mia; e il desiderio di rimediare mi ha implorato di riprovarci.

E così ho aperto. Mi sono avvicinato; mi sono confidato; mi sono innamorato. Non per confusione o curiosità; sicuramente non per inerzia. Per caso, forse, ma il caso c’è sempre e sono i miei occhi che l’hanno notato. E mi sono lasciato ferire, di nuovo e ancora, ma senza fermarmi, senza perdermi; perché nella sofferenza, nella richiesta di aiuto, riposava il senso che cercavo, o meglio subito dietro, la luce in fondo a un corridoio di vetri rotti. La luce è la fiducia; questo già lo sapevo. Non la fiducia intermedia, che taglia e brucia e non vale niente se non come primo passo; non il gesto; lo stato d’essere.

Non sono arrivato alla luce. Questo è forse chiaro dal fatto che sono ancora qua; e non è neanche troppo sorprendente, ché la strada è lunga. Quello che mi sorprende è sulla strada aver perso tutto il resto. Non ero felice, ma mi credevo un buon combattente: facevo un vanto di quell’iperrazionalità che mi teneva in vita. Ma ora che ho visto cosa succede quando la abbandono, mi appare meno come un dono e più come una prigione, al di fuori della quale non sembra esserci niente. Pensavo di non amare perché non avevo trovato; e invece non sono capace a rendere felice. Pensavo di non chiedere perché non avevo bisogno; e invece non sono capace a farmi aiutare.

Se non sono io, se la mia visione romantica è un delirio adolescenziale e siamo tutti invariabilmente soli a prescindere da quanto profondi siano i nostri rapporti, allora ho solo dimostrato la mia debolezza nel sentire la necessità di qualcosa di più – debolezza credo trascendentale, ma è una magra consolazione. Se invece sono io, se a rendermi speciale è l’incapacità di costruire una relazione che non sia interamente costituita da paranoie e convenienze, allora posso abbandonare ogni speranza di accettare quello che sono, perché quello che sono riposa su un handicap con cui non credo valga la pena vivere.

Riapro il cassetto e sono ancora lì, i miei sogni, ma si sono già avverati, poi non ho capito bene cos’è successo e ora quel cassetto è passato.
Riapro il cassetto ed ecco le mie ali. Faccio collezione. Mi piace cambiarle spesso. Poi magari mi scordo di usarle. Però se le ho comprate è un punto in più. Poi magari le uso troppo e prendo fuoco. Un punto in più. E la collezione è più bella che mai.
Riapro il cassetto e com’è semplice l’amore sul timido retro di una cartolina. Rileggo quei fogli e quasi sono lì a rispondere, ma ho già risposto, anche se non ricordo cosa, anche se devo aver risposto male, perché sono i fogli in fondo. Anch’io ti voglio bene. Questo risponderei. Ma dovevo fare il poeta, e i giri di parole, e il messaggio non è arrivato. Non ci crede più nessuno. Non ci credo neanch’io.

Ogni volta che riapro il cassetto mi trovo a pensare che, solo un attimo prima, il cassetto era chiuso.
Che strano, che quanto di più forte è rimasto sia il pungere della lontananza. È strano perché allora dovrebbe essere questo il momento più devastante. Forse il problema è che adesso non si tratta più di semplice distanza. Adesso quelle persone non ci sono più, sostituite da qualcosa che con la mia anima non ha più niente a che vedere.
Gli angoli del cuore sono un’idea romantica, ma preferisco lasciare i ricordi nelle pieghe di un portafoglio, sempre al mio fianco come un portafortuna, anche se la fortuna con queste morti ha poco a che fare. Come foto di un’essenza ormai perduta, prive di alcuna pretestuosa didascalia. Le prolissità, le confessioni, le spiegazioni… Quelle possono restare nel cassetto, e non c’è davvero bisogno di riaprirlo. L’affetto non è complicato. È tanto semplice quanto un portachiavi scolorito di Snoopy.

5

5 anni.

Cinque, come le dita della mano, una delle quali ha un rigonfiamento alla base come un osso che sporge e fa male quando schiacciato, e vorrei essere costretto ad amputarlo, così che la mia mente possa abbandonarsi al dolore, o alla voce delle infermiere, e dimenticare l’altro dolore, quello più antico, quello infinito.

All’inizio si è sempre ricolmi di speranze. La voglia di cambiare, di ricominciare, maturare una propria personalità e accettarla nella sua interezza, imponendola col sorriso a coloro che hanno la sfortuna di amarci. Nel frattempo ci si guarda intorno, e si cerca di indovinare chi valga la pena di amare, gli odi a pelle, le potenzialità. Però… bisogna esserne capaci. A parole son bravi tutti, ma poi? E’ la fase più importante. Il minimo errore e sei segnato per sempre, il minimo errore e qualunque cosa sia portata a galla da sadici revisionisti rischia di essere una lama incandescente conficcata in mezzo alle scapole. Le scelte che sembrano niente e sono tutto. Alcune vie, in un battito di ciglia, vengono precluse per sempre.

Quattro, numero nerd, anche se sono tutte sciocchezze, sì, sciocchezze ma frustranti e appartenenti a un’identità che con l’io che percepisco non ha nulla a che fare, ma questi sono ricordi vecchissimi, paleolitiche cascate di paura, e non dovrebbero essere le parole, le categorie, il problema.

L’età di speranze è seguita da un privatissimo medioevo fatto di punti fermi che di fermo non hanno proprio nulla. La prolissità delle dichiarazioni è inversamente proporzionale al sentimento. Innumerevoli gesti d’affetto sempre più falsi, ripetuti tentativi sempre più deludenti, drastiche scelte sempre più forzate. E’ la celebre perdita dell’innocenza, sullo sfondo di improbabili miscugli di gothic metal e 883; è il tempo delle urla, delle feste e delle ultime lacrime, messe in ombra, come sempre, dalle sue. Un’età fatta di pesanti barriere, volte all’impedimento della più banale fiducia, alla distruzione della più semplice spontaneità.

Tre, come i lati dei tanti triangoli sentimentali che mi hanno fatto impazzire uno dopo l’altro e che si sono rivelati del tutto privi di un qualsivoglia incentro o circocentro che sia, questo perché anche se si ricomincia sempre non c’è nessuna circonferenza, o forse c’è e non vale la pena di seguirla e allora preferisco pensare che non abbia significato, che i vertici siano soli e malvagi, come se il vittimismo potesse tirarmi fuori da questo buio crepaccio.

Si arriva a un punto, quando si cade in basso, in cui la vergogna è talmente grande che ci si convince di aver toccato terra. Gli occhi si chiudono, si gira un po’ su sé stessi, e si ritorna all’attacco. Il trucco è efficace, ma la destinazione rimane il fondo. Le emozioni diventano incontrollabili e il corpo esplode: i ricordi migliori di una vita, accompagnati dalla sofferenza più ingiustificata di sempre, e per questo ancora più terribile, perché non è possibile trovare soluzioni a problemi che non esistono. Un letto condiviso è più caldo di altri cento, gli abbracci ricominciano ad avere un significato, ma il rancore si innalza sulla testa, e non bastano le poche stelle in cielo a fargli da ostacolo. Le aspettative sono deluse, ma almeno la vita riacquista un senso. Il terreno è pronto per un privatissimo Rinascimento.

Due, io e te, a fumare sulla spiaggia, abbracciati sulle lenzuola, di notte sulla strada per casa tua, tu per terra e io alle mani, persi tra gli innaffiatori, di giorno sulla strada per casa tua, a scambiarci biscotti al cioccolato, a guardarci di soppiatto come fossimo due estranei, io che scrivo e tu che sgorghi, io che disegno e tu che scompari.

C’è da sorprendersi se un’ascesa fondata sull’inganno di sé stessi si rivela, per l’appunto, un’illusione? Tanta ricchezza di spirito lascia spazio a una devastante apatia, e quando un bel giorno il mondo crolla, e il mondo crolla per tre volte consecutive, l’orrore, silenzioso, è totale. Il mistero torna irrisolvibile, anche se la pace, la calma lasciano la mente libera di riposarsi da quanto di terribile le è toccato baciare; ma il riposo lascia il corpo libero di fermarsi, e l’inattività non può che condurre il pensiero su binari indesiderati. L’indifferenza si scioglie come neve in territorio felino. Il rancore, da tempo in stand-by, non aspettava altro.

Uno, come l’occhio che tutto vede e tutto sa, e quindi sa anche che il trascendente non mi soddisfa, anche se ho passato non so quanto tempo a desiderarlo, scambiando il mio esile involucro per il saggio che tutto conosce e tutto capisce, in mancanza di sufficiente consapevolezza per riconoscere che l’irrealizzabilità non era intrinseca ai sogni, quanto a me sognatore.

Non importa quanto lungo sia stato il sonno, basta una sufficiente dose di dolore a causare un brusco risveglio. La prolungata martoriazione del corpo addormentato ha reso le ferite, se possibile, ancora più aperte di prima: l’unica reazione ragionevole, a meno di non voler soccombere, è tuffarsi nella verità a testa bassa, trattenere il respiro fino al gelido marmo, e pregare che le forze rimaste siano abbastanza per risalire. Se si sopravvive, si passa alla seconda fase, meno brutale, ma potenzialmente altrettanto traumatica: il cambiamento. Si torna all’inizio, in un certo senso, ma senza l’effetto sorpresa, poiché l’ambiente è lo stesso; ciò nonostante, il rinnovato ottimismo fa sì che i punti fermi sbuchino come funghi.
C’è però una terza fase. L’atroce sospetto che nulla sia realmente cambiato non tarda ad arrivare, e i funghi rivelano uno dopo l’altro il loro mortale veleno. In un irrefrenabile vortice di eventi il marmo risorge dal fondo e precipita verso facce e gambe spaurite, mentre il mondo ricomincia a crollare a intervalli regolari e imprevedibili, corpi esplodono ovunque e assurde manifestazioni d’amore irrompono violentemente da quelle poche saracinesche che ancora non sono calate sferragliando. Le speranze tornano pure, ma i contenuti non sono più in vendita. E’ la chiusura del cerchio, quel cerchio che aveva paura di concludersi perché sapeva che la sua completezza gli avrebbe strappato ogni parvenza di significato.

Zero, come i miei rimpianti, come ciò che ho costruito in cinque sporchi anni.