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Interfaccia

Posso ammettere quello che ti pare e starei ancora mentendo. Tanto il corpo fa sempre il cristo che gli pare, se non è quello che gli ho chiesto, se non è quello che ho pensato. Gli occhi vedono e corrono a espressioni che non c’entrano niente. Le dita battono ritmi inesistenti su una gamba che se il suolo fosse sabbia avrei conchiglie nel femore. Parole lente e confuse su periodi rapidi e sfocati. E la persona qual è, la timida isteria del palco semivuoto o l’estetare sociopatico su sensi fuori moda? C’è, una persona? O è tutto esperienze che fatte quelle ti svegli e quasi ricomincia che tanto il sogno è morto al primo tiro la mattina.

Cosa vuoi, che non vado bene? L’hai detto, lo sono. Sono già andato, se chiedi a me sto solo trascinando e se cerchi ragione ti regalo anche quella che tanto da me non vuoi mai un cazzo. Prenditi tutto, prendi la mia vita di caffé e abeliani e sfondala su un tavolo di vetro, spacca queste mani che non sanno come muoversi e schiantami nella trachea tutto il maledetto nascosto che non ho più le viscere per indovinare. Poi tu mi stai a sentire, io cado faccia a terra e tu mi stai a sentire che ti vomito addosso. Domani sarò morto e tu con la colazione. Senza zucchero.

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E niente, dai. Sopravviveremo. Vinte le nostre personali sciarade, quasi felici in quanto reduci, le romantiche marce dei vecchi tempi. Siamo cresciuti troppo. C’è ancora spazio per certi slanci? Il punto è, per me i vecchi tempi erano una merda. Questo è il bel tempo, e non è mica quel sole soffocante privo di ogni pudore, no, è il buio dell’estate che lascia spazio al colore del cielo.

Dov’è che saremo andati. Cosa rimarrà dei sogni di una vita. Fa troppo caldo per tutto. Calata la brezza, calata la musica, colata di parole senza capo né coda. Ascoltarsi, ascoltarsi per fermarsi. Un buon tentativo. Semplice. Vuoto. Saremo completamente vuoti. Non noi. “Noi”. Dico che non importa. Dico e niente dai, sopravviveremo. E certo che sopravviveremo. Ma sopravviveremo da soli. E non sono certo il primo a dire che è meglio vivere che sopravvivere. E non sono certo il primo e non sarò certo l’ultimo con il tuo ricordo nella mia pelle. Non significa nulla di profondo. I ricordi sono sempre appiccicosi, o almeno i miei lo sono.

Ed è quasi divertente, come le persone siano tanto diverse dai ricordi. Siamo qualcosa che salta e salta e salta e se c’è qualcosa di carino salta lo stesso. Le braccia aperte di cui ci vantiamo tanto sono come padelle anti-aderenti. Non ci sono cure. Solitudini, fallimenti, corse al chiaro di luna che anche il Nata sarebbe fiero del suo bravo cristo. È tutto uno strano gioco, e ci si incazza perché le regole continuano a cambiare, ma poi a te che ti frega, possiamo stare insieme anche senza sapere sotto chi.

Le luci sono spente da un po’. Cosa rimarrà del desiderio di fare qualcosa, accendere un fuoco, calmare le acque, nuotare lontano e guardare la spiaggia da dove fa figo. Non so neanche cos’è che non va, circondato da tutto quel poco che ho sempre voluto. Sarà l’amore dei miei vent’anni, buttato nel cesso ancora e ancora e non lo sopporto più. Le paure impotenti per un futuro un po’ peggiore. Compassione a tener compagnia alle talpe. Empatia, forse. Forse ti sento vivere e mi fa male, forse c’è come un vuoto che dal tuo cuore si espande e mi affascina e mi porta via.

E allora portami via, portami lontano dove mai nessuno è riuscito a tenere gli occhi aperti. Tanto vale, per restar qua ad avvelenarmi di fiamme e pensieri. Tanto vale per vedere dove sto inciampando, su qualunque cosa tu stia facendo adesso, o nei miei stessi quaderni, che ancora scendono dal soffitto come fosse la prima volta. Incespicherò verso avanti, che a voltarmi perderei ben più di una sposa. Magari un po’ più avanti mi stanno aspettando, magari li ho già passati e sto solo scappando perché le loro facce non mi piacciono affatto.

E niente, dai, poi a te che ti frega. Tu corri accanto a me. Affanculo, sì, tanto che in genere non riesco nemmeno a riallacciare i tuoi lineamenti.
Ma sempre accanto è.