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Nuovo record

C’è una incoerenza di fondo che dobbiamo superare. Che senso ha che ci sono persone che mi ricordano per un abbraccio e altre che mi ricordano per non esserne capace? Non è mai un problema quando sappiamo cosa stiamo facendo, ma non sappiamo, e a questo punto credo sia tardi per andare in cerca di rivelazioni. Preferisco appoggiarmi a un sogno, quel sogno che abbiamo costruito insieme senza forzarlo.
Devo parlare, ma con tutte le palle che mi riconosci è solo con me stesso che mi confido. Le mie metà sono dispari e asimmetriche due a due, ma vanno d’accordo tra loro e posso sempre contare su una certa riservatezza, riservatezza che fuori dalla mia mente neanche esiste, e i fantasmi che perdo e inseguo stanno solo prendendo tempo. E mi sono lasciato andare prima di lasciarti andare, ma forse sei ancora lì per me, come quando cammino per strada e immagino di incontrarti per caso. Che poi non è quella la fantasia forte. L’immaginazione è sopra le righe quando a vederci ci fermiamo e abbiamo qualcosa da dire.

C’è una fiducia di fondo che non so quando l’ho persa ma se n’è andata e non tornerà. Le mie astrazioni sono un vicolo cieco e le tue parole sono la bussola a puttane che mi ci ha portato. Ho messo tenda ma non vedo il cielo. Ho cercato e cercato ma sei contingente come un riflesso e non ho gli strumenti per leggere i colori.
Allora mi vieni a prendere sotto casa o all’aeroporto e poi partiamo, partiamo per tornare indietro e recuperare le basi perché con queste coordinate non si capisce più un cazzo e ho bisogno di qualcosa di diverso. Apriamo quel bar sottoterra, tu fai tutte le porcate che vuoi mentre io dietro al banco servo e sorrido, e alla fine o anche all’inizio incrociamo la confidenza che ci è sfuggita con questi individui che non spiegano niente e si aspettano un po’ d’amore così dal nulla. Anche se il tempo passa e la traccia scompare faremo sempre la scelta giusta, perché se solo non ci pensi la nostra notte non può finire mai.

Non riesco a pensarti

Sono qua, sdraiato sul letto, con un po’ di dolce malinconia ad accarezzare i miei occhi assonnati. Sono qua con questo familiare sentimento che da tempo non cerco neanche di mettere da parte, forse perché ho bisogno di una coscienza sporca per sentirmi una persona, o forse perché ho bisogno di voler bene a qualcuno nonostante tutto. Sono pronto, come tante altre volte, per venirti a trovare.

E mi accorgo che non ci riesco.
Il pensiero gira attorno alla tua immagine senza fermarsi da nessuna parte, senza mai mettere a fuoco, come se non fosse sicuro del perché è passato di lì. Del perché l’abbia mai fatto.

Non è che ho cancellato tutto. Se mi sforzo un attimo, posso recuperare i ricordi uno per uno, con tutti i loro sfocati sentimenti. Ma non c’è nessun flusso, nessun vagare automatico della memoria, nessun bizzarro brivido lungo la schiena. È come ascoltare per l’ennesima volta la mia canzone preferita, solo per riscoprirla vuota, un insieme di note e parole senza un vero significato.

È rassicurante, saper leggere il passato in chiave romantica. Se anche il mondo dovesse un giorno crollarti sotto i piedi, almeno hai qualcosa da raccontare: caduta o meno, almeno per un breve periodo ti eri preso la briga di esistere. Potrai sempre guardarti allo specchio sapendo che i tuoi occhi saranno là ad aspettarti.
Senza questa semplice abilità, al di là dell’umiliazione nel vedere il degrado di sentimenti che sembravano destinati a spostare montagne, anche quell’abbozzo di riflesso si scioglie nella nebbia di una qualunque notte senza stelle.

Vorrei poter dire che ho imparato qualcosa. Ma sarebbe illogico: non ho mai applicato la lezione, è il confronto che è venuto a cercare me. Tutto quello che ho fatto io è stato guardare, guardare il nuovo e odiare i miei scheletri. Come se uno scheletro potesse rispondere. È troppo facile, dare la colpa ai morti. Non possono tenersi in equilibrio su un paio di femori traballanti mentre ti sputano in faccia le contraddizioni che hai cercato di rimuovere. Al primo segno di buone intenzioni un soffio e via, nell’oblio con tutto ciò che non sono in grado di conciliare razionalmente con tanta decadenza. Un mucchio di ossa sul pavimento.

E ora? Mi manca la voglia di soffiare, di nascondere. Sono allo scoperto, senza più neanche l’ombra del mio affetto incondizionato per farmi scudo, e allo stesso tempo sono più disarmato che mai, privo di anche solo il minimo desiderio di giustificare.

Venivo a trovarti per abitudine, ma è alla tua fredda anima che mi sono abituato, e forse era ora che quell’inverno calasse anche su di me.

Ti amavo davvero, sai. Non tanto per dire, e non con particolare consapevolezza di cosa significhi, perché come l’esperienza non manca mai di ricordarmi io cosa significa amare non l’ho mai compreso. Però facciamo che ne abbia un’idea abbastanza precisa. Anzi, facciamo che io abbia *ragione*, tanto i pensieri sono i miei. Allora ti amavo davvero, sai.

E ti vedo già, a chiedermi una conclusione. Quelli come te sono sempre lì ad aspettare il quindi. Ma io un quindi non ce l’ho. A volte ho dei bei ricordi, che sicuramente condividi anche te. Vabbé, diciamo che mi piace pensarlo. E a volte non ho neppure quelli, ma poi che importa. A riportare l’affetto sul pratico ci riesco solo con le parole, poi magari ti sento e va tutto a puttane. E le stelle mi urlano che ho torto, che l’affetto non si riporta da nessuna parte, ma le stelle cadono anche loro, e allora forse così attendibili non lo sono.

Così guardo il buio e vedo se cambia qualcosa, la speranza sempre viva che basti la canzone giusta al momento giusto. Speranza sempre valida, come ho imparato, ma la combinazione non l’azzecco proprio sempre. E posso scriverti da un letto come da una scrivania, pensarti da una strada come da un treno, e sei sempre la stessa persona, e di giustificazioni non ne trovo, e di giustificazioni sbaglio a cercarne e brucerò per questo. Che poi, la *mia* giustificazione è, banalmente, che questo sono io. E se non ti piace te ne vai. E così è successo. E non cambierei per nulla al mondo, figuriamoci per te. Se amare significa questo, allora eri nel giusto per tutto questo tempo e io sono un’egocentrica testa di cazzo che non conoscerà mai nulla di diverso dalla solitudine più sincera.

Ma come dicevo, questa è la mia lettera e tu non la leggerai mai e allora decido io cosa è giusto o meno. La sincerità non è compresa, perché delle tue verità mi sono stancato tanto tempo fa. Non è un rifiuto di ascoltare, quanto un disperato appello a un tuo rifiuto di *spiegare*. Non puoi spiegare. Non puoi sistemare. L’unica cosa che puoi fare per me ora è saltare in mezzo ai binari e rimanerci una volta per tutte. Vorrei dire che ti seguirei, ma non è davvero il mio stile. Starei lì a rimpiangere di lasciare come ultimo ricordo l’incazzatura di qualche pendolare innocente. No, io rimarrei fedele alle mie fantasie da bambino, e punterei alle persone che amo.

Per il resto, sai, non so cosa ci faccio quì. Sì, non riesco a dormire, ma insomma, ci sono altri modi per passare il tempo. È che poi mi sentirei in colpa, a tagliare le ali di parole tanto contente di vedere il cielo ancora una volta. Non che abbia mai visto qualcuno sentirsi in colpa per aver tagliato le mie, ma forse va bene così, forse puntavo più lontano di quanto potessi promettermi. Ed è ironico ammettere di voler lasciar passare il flusso dei miei pensieri così senza filtro, un paragrafo dopo averti chiesto di chiudere la bocca per sempre. Ma immagino di non volerlo davvero, a guardar bene. Ti ascolto sempre volentieri, sempre con l’illusione priva di alcun fondamento che tu abbia qualcosa di dire, illusione che hai sempre imposto agli altri di credere anche a costo di passare per un’arrogante testa di cazzo.

Chissà se ho qualcosa da dire io. Righe su righe, e ancora non ne sono sicuro. Potrei chiederlo a te, ma so che sarebbe inappropriato. Non sono ottuso come credi. La verità, la mia verità, è che quello che ho da dire io non l’hai mai voluto ascoltare. E allora insisto senza ritegno, pensando che se mi ascolto a sufficienza qualcosa arriverà anche a te. Il vento si ricorda di quando i nostri sguardi si sono incrociati, e magari mi farà questo favore per un respiro o due.

Romantico, vero? Vedi, forse sta tutto qua. Potrebbe dipendere dalla mia innegabile mancanza di lucidità, o magari ho finalmente ricordato la canzone giusta, che da un’ora o più sto disperatamente cercando di non citare a random come un sedicenne in calore. Rimane il fatto che ho realizzato, in un momento che è scappato tanto veloce quanto si è fermato per salutare, che esistono delle persone migliori di noi. Esistono delle persone che non si prendono per poi di peso buttarsi, che combatterebbero fino alla fine per ciò in cui credono, che non perdono tempo in promesse né ne pretendono in cambio. Persone che probabilmente sanno meglio di noi cosa significa amare, e sono rispettabili per questo.

Eppure alla fine, che non è detto sia la parte che conta ma questa è ancora la mia lettera, è un sorriso e non una lacrima ad accompagnare questa infinita notte al suo riposo giornaliero, quando penso che nel mio cuore sarai sempre la mia romantica testa di cazzo.