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Sembra così facile, prendere in mano la propria vita. Eppure, a guardare gli altri da fuori, paiono sempre incapaci o immorali nella loro interpretazione di libertà. Tu non fai eccezione, col tuo dolce stanco pedalare. C’è chi ti invidia e chi ti compatisce, e c’è chi come me davvero non capisce, e tutti insieme a stringere ih questo cerchio di farfalle dove se ne muore una si può sempre spingere un po’ più avanti ed è come se non fosse successo niente.

Per un attimo ho avuto paura. Paura che l’unico progetto degno di esistere debba farsi carico di un primo posto in una qualche classifica. Paura che il migliore amico sia l’unico che possa tenere in piedi il sorriso da solo. Paura che l’unica carezza che valga la pena di ricordare sia quella di un amore eterno. Non sarebbe permesso sottrarsi per rifiuto della competizione, perché questa non è una gara che si potrebbe vincere sbarazzandosi degli avversari. E forse neppure la vittoria più completa sarebbe sufficiente.

Se davvero mi sono meritato quel posto in paradiso, prima di accettare l’offerta vorrei almeno sapere in cosa consiste. Perché per ogni istante in cui ti guardo negli occhi e mi sorridi in risposta so che non ci può essere un paradiso senza di te. Ma per ogni volta che il mio stomaco ha ceduto e il nostro rapporto si è risvegliato in una pozza di vomito sull’asfalto, so che non basterebbe un’eternità a cancellarne il sapore. E non si può modificare la realtà per uno stupido sogno: come ho già detto tante volte, senza un’identità precisa, una relazione è niente.

Forse, nel punto più alto, siamo farfalle universali. Forse siamo davvero arrivati a destinazione quando siamo tutti la stessa cosa, e allo stesso tempo noi stessi. Ma ci vuole talmente poco, a perdere le ali per una sciocchezza, che non saprei neppure dove cominciare a cercare una qualche sicurezza. Penso a te, ogni tanto, ma dentro di me so che non sei una risposta adeguata. Vorrei sapere com’è fatta, quella giusta, e se chi l’ha trovata è consapevole della sua fortuna.

E allora, così di sfuggita, mi capita di chiedermi se hai ragione. Se accettare quelle regole non scritte è l’unico modo di sentirsi a posto senza doversi appoggiare sui singoli, in attesa di raggiungere la cima. E quando sono davvero giù sono a un passo dal crederti, e mi arrenderei ai tuoi piedi in un mare di rimorsi, se non fosse che di quella cima, a me, proprio non importa. Non la comprendo, non la ammiro, e forse neppure la vedo. E in effetti non ti comprendo, e a essere sincero non ti ammiro affatto, e probabilmente con questi occhi alla tua anima non ci arrivo.

Chissà cosa pensano i tuoi occhi della mia. Immagino non abbiano tempo per porsi tutte queste domande, impegnati come sono a correre da un volto all’altro, come se agli angeli non disturbasse trascorrere l’esistenza in una sala d’attesa. Ah, ma per te sono tutte persone, un bordello di carineria al prezzo di un sorriso. E ti accompagno anche volentieri, ma offri sempre te, e io sono stanco, stanco che la sola scelta sia ospite o puttana. Sento che il cielo ci ha lasciato qualcosa di più bello, e potremmo ricominciare in meglio, se solo riuscissimo ad afferrarlo.

Ma non fraintendere la mia confusione. Non risiede in me l’intenzione di metterti qualcosa in testa con queste parole. Non voglio che il mio marchio sia rigido e ferito come una pagina di diario. No, desidero invece scorrere rapido al tuo sguardo in pallida trasparenza, e che la ferita sia tua, profonda quanto le occhiaie della nostra giovinezza. In quel sangue, forse, troverò le risposte che cerco, e se dio vuole anche il calore delle tue iridi.

Didascalie

C’è chi è nato per scattare fotografie, c’è chi è nato per farsi ritrarre. E poi c’è chi, come me, passa la vita a comporre inutili didascalie, ma non è davvero un triangolo, solo una retta e uno stalker, perché non c’è dipendenza tra loro e noi: non sarò mai il tuo soggetto, e ovviamente dei consigli di un neofita te ne faresti poco.
Di cosa ti sorprendi, allora, se sento il mio mondo così lontano dal vostro? Cerchi di costruire un pensiero nuovo che non esiste, come se l’esperienza ti concedesse il diritto di scegliere quando si può spiegare e quando è così e basta. Questa è la libertà che offre ogni briciolo di conoscenza in mezzo agli ignoranti, la libertà di manipolare il mondo a proprio piacimento con il solo supporto di un’imperturbabile faccia di merda. Magari concedi pure loro di scegliere le pose, come se poi non toccasse a te decidere il filtro, trasformando ogni errore in attento calcolo. E se dietro c’è l’ideale di dare questa libertà a tutti allora quel poco di rivoluzionario che è rimasto in me è sinceramente commosso, ma le utopie sono passate di moda da almeno mezzo secolo.

E sto divagando, come mio solito. Volevo dirti qualcosa, ma se guardi bene sono anni che non sono più capace a parlarti. Forse è sempre stato così, forse sto covando rancori vecchi di secoli, forse non sei tu e sono io. Ma il passato sembra svanire quando c’è voglia di cantare nell’aria, e un paio di ricordi non hanno troppo senso, e cambiati lo siamo entrambi. C’era un vivi e lascia vivere, e non l’abbiamo mai abbandonato, ed è un po’ tutto quello che ci accomuna, insieme a quel po’ d’affetto che ci portiamo dietro tanto per.
E per tutta la strada che abbiamo fatto, ti comporti ancora come se conoscessi tutte le equazioni necessarie per risolvermi, ma solo perché quando esplodo le mie schegge tagliano in profondità non significa che la mia anima sia di vetro. Non che importi, a questo punto, tanto farai finta di niente, come hai sempre fatto, tutto ovvio e prevedibile, cose da bambini che prima o poi cresceranno. Che poi ci sta anche, a dare attenzione a quelli che scrivono si rischia di montar loro la testa, e dio ce ne scampi, che di arroganti ce ne sono già abbastanza dagli altri due lati.

In realtà quello che cercavo di dirti è che ho questa strana cosa dentro, e ho finalmente capito la magia del vagone, ma mi fa male e allora devo lasciarla andare, chissà tu come cazzo fai, tu che ti intenderai anche di immagini, ma le didascalie sono un’altra cosa, e io anche.

Insieme

Puoi pensare di aver capito, di aver trovato quella semplice soluzione sfuggita per così tanto tempo, ma non è così che funziona, ciò che è semplice non è così semplice da trovare, e non puoi cavartela con l’apporto di luoghi comuni arbitrariamente selezionati.
Secondo me non c’è niente da capire. Ci siamo io, te, il piacere e il dolore. Se avessimo cercato il bello invece del giusto, ora non saremmo qua. Non basta un’intuizione. non basta un ragionamento, siamo umani, le nostre capacità di verificazione sono limitate e non possiamo essere a conoscenza di tutte le variabili coinvolte.
Che bisogno c’è di giustificare il piacere? Dovrebbe essere naturale, e giusto per definizione. Almeno per uno di noi! Vuoi dirmi che gli angeli si sono offesi? Un angelo non si offende, al massimo piange. Piange perché la sua bellezza è irrilevante, e non c’è niente di romantico in questo. Il paradiso è invaso da un fetore di patetico, l’inferno è il regno dell’autocommiserazione solo quando la gente che ci va non ha capito un cazzo. Debole variabile, ma almeno esiste.

Parlami del tuo dolore. Mostramelo in tutta la sua incoerenza, ficcami in gola ogni rifiuto della tua anima egocentrica, mischia le tue lacrime al mio sudore, alla mia stanchezza, ai miei occhi ripetenti.
Non potrei mai accettare di vederti felice, perché la solitudine è innamorata della morale ed è un amore impossibile, come io sono innamorato di te ed è un amore osceno, quasi dimenticato, forse per istinto di sopravvivenza. È meraviglioso, enorme, il simbolo di quell’estetica che avrei dovuto comprendere e farti comprendere quando era il momento, ma non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente.
Dovremmo ballare, io e te. Danzeremmo per tutta la notte, sotto un cielo troppo esausto per essere chiamato ancora una volta a oscurare il disgustoso, sotto un cielo che io e te potremmo salvare dal suo tormento, ed essere ricompensati con una stella per uno, una stella che cavalcheremmo fino agli estremi dell’universo, bruciando in estasi. Ti amo…
Ci sono cose che non si possono semplicemente capire, o spiegare. È per questo che le mie lettere, quelle vere, escono sempre un disastro. Non posso sempre ripiegare sulla mia povertà didattica, a volte non è semplicemente colpa mia. A volte è troppo anche per me.

Insieme non deve per forza significare qualcosa. Esiste un di là della parola, l’oltre sublime che ho cercato di rappresentare in tutti i modi, anche quando era troppo tardi, anche quando Dio stesso si chiedeva cosa stessi facendo. Forse è stato un errore pensare di avere in mano il pennello – ma una volta trascesa la logica non resta che abbracciare, nel dubbio, l’ipotesi migliore, senza più l’ombra di un dubbio. È per questo che continuerò a disegnare, nonostante non sia rimasto più nessuno per vedere. Non è questione di speranza, ma di senso estetico. Arrogante e complicato, ma l’alternativa è patetica. Il suicida è codardo non perché si arrende – chi ha detto che la vita dev’essere difficile? – ma perché il più delle volte ne approfitta per ripiegare su impersonali matite commerciali. E questo è terribile, la morte dell’arte.
Anche l’abbandono, in tutte le sue forme, ha un potenziale, e come tutto ciò che ha un potenziale è deprimente vederlo sprecato con pretese incomprese. O forse utilizzo una prospettiva sbagliata, come quelle immagini che hanno senso solo da lontano, o una costruzione della quale si sono scordati di pitturare una facciata.

Dovremmo volare, io e te. Nulla di eroico, solo una torre e un vuoto. Dall’alto lo schifo sembra più piccolo, e la sua esistenza diventa quasi sopportabile, e magari potresti approfittarne per andare più veloce di me, e farmi vedere finalmente come si accelera. Mostrarmi un’idea invece di perdere tempo a spiegarmela. Non un aiuto, non una guida – queste sono cose da bambini bianchi. Il mondo non necessita di esempi, tutto ciò che la storia può realmente insegnare è il fondamentale fallimento delle categorie. L’esperienza del singolo può essere utilizzata solo tramite associazioni, ma l’associazione è arbitraria e presuntuosa. Il significato nasce dalla scelta, e le scelte non sono riconducibili a una base logica. Siamo costituiti da scelte, non motivazioni – consolare un rimorso tramite una revisione e modifica di ragionamenti passati è possibile quanto ridicolo, e la memoria non è un testimone affidabile.
Certo, alla fine l’evoluzione del pensiero è parte integrante di ogni pezzo di esperienza. Ma nel disegno generale, momentaneamente compiuto ad ogni nuovo momento, ci siamo solo noi, soverchiati non dal peso del passato, quanto dal peso del presente.
Scrivo per rendere bello questo presente.
Scrivo per rendere bello questo insieme.

Ti scrivo perché ho visto il nostro capolavoro.

Lettera a un’amica

Ehi.
Mi fa piacere sentirti. Non ci siamo visti per molto tempo, e nonostante molte cose siano cambiate ho aspettato con ansia questo momento.

Se stavi cercando di scappare, ormai avrai capito che è del tutto inutile. Non avrei mai avuto il coraggio di spezzare le tue illusioni, e non so se deciderai mai di perdonarmi per questa omissione di soccorso; ma sono dell’idea che fosse necessario un certo grado di crescita interiore per comprendere a pieno l’errore e lasciarsi i sogni alle spalle.

Tempo fa avrei voluto sognare con te, e parte di me non ha lasciato questa strada… Ma è una strada vuota, ricolma di fiori infreddoliti. Mi conosci: preferisco le strade delle fiabe, quelle che non vanno da nessuna parte. Sono difficili da percorrere in due, e probabilmente all’epoca mi sarebbe toccato trascinarti. Vorrei tanto che non fosse più così, che potessimo ancora incamminarci in silenzio, ma, come so che sei cambiata, sono anche a conoscenza della tua maledetta testardaggine, la stessa testardaggine che mi porterà a viaggiare da solo, verso quei castelli di pioggia che abitano le mie contorte memorie.

Hai trovato la tua pentola d’oro, honey? Io sto ancora cercando. Ho visto cuori aperti in due, trafitti, devastati – nulla di tutto questo appartiene alla realtà. Siamo in un sogno, io e te: ma è un sogno molto diverso da quello in cui speravamo entrambi, forse per il bene di noi stessi, o forse per innato quanto impercettibile altruismo. Non mi rispondere che non lo sapevi, perché non ti crederò; non dire che non sai cosa significa, perché ho trovato la verità che cercavo, e le vecchie stelle hanno smesso di brillare.

Brillano ancora i tuoi occhi? Scommetto di sì. Come dovevano brillare i miei, quando mi asciugavi gli occhi con mano invisibile! Certi splendori sono perduti per sempre, ma era solo espressione di un bisogno. Come avevi bisogno di me, quando ti asciugavo il cuore con occhi di ghiaccio! Certi braccialetti sono perduti per sempre, ma era solo un pezzo di ragnatela. Una ragnatela che non avrebbe ceduto neanche se ci fosse sceso sopra un meteorite, ma i ragni… I ragni non sono così resistenti. La ragnatela non si è mai mossa, siamo noi che l’abbiamo abbandonata. E ora il viaggio di ritorno è al di fuori delle nostre possibilità, com’era prevedibile.

Quante parole. Le parole sono inutili, dicono i ragni con lungimiranza. Sapessi disegnare, avrei progettato una nuova ragnatela; sapessi cantare, avrei rianimato le stelle cadute; sapessi torturare, avrei mutilato le memorie più scomode. Certamente le parole mi aiutano, ma non possono fare nulla per te, te che sei tutto ciò che importa perché io da solo non sono niente, perché le tue sono le sole mani che abbia mai avuto senso stringere. E mentre gli avvoltoi ci danno per morti, io scriverò un nuovo sogno, il tuo testamento, la mia confessione.

Se dovremo piangere lo faremo insieme, ovunque tu sia. Non ci sono limiti, nei sogni.

Fra