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E niente, dai. Sopravviveremo. Vinte le nostre personali sciarade, quasi felici in quanto reduci, le romantiche marce dei vecchi tempi. Siamo cresciuti troppo. C’è ancora spazio per certi slanci? Il punto è, per me i vecchi tempi erano una merda. Questo è il bel tempo, e non è mica quel sole soffocante privo di ogni pudore, no, è il buio dell’estate che lascia spazio al colore del cielo.

Dov’è che saremo andati. Cosa rimarrà dei sogni di una vita. Fa troppo caldo per tutto. Calata la brezza, calata la musica, colata di parole senza capo né coda. Ascoltarsi, ascoltarsi per fermarsi. Un buon tentativo. Semplice. Vuoto. Saremo completamente vuoti. Non noi. “Noi”. Dico che non importa. Dico e niente dai, sopravviveremo. E certo che sopravviveremo. Ma sopravviveremo da soli. E non sono certo il primo a dire che è meglio vivere che sopravvivere. E non sono certo il primo e non sarò certo l’ultimo con il tuo ricordo nella mia pelle. Non significa nulla di profondo. I ricordi sono sempre appiccicosi, o almeno i miei lo sono.

Ed è quasi divertente, come le persone siano tanto diverse dai ricordi. Siamo qualcosa che salta e salta e salta e se c’è qualcosa di carino salta lo stesso. Le braccia aperte di cui ci vantiamo tanto sono come padelle anti-aderenti. Non ci sono cure. Solitudini, fallimenti, corse al chiaro di luna che anche il Nata sarebbe fiero del suo bravo cristo. È tutto uno strano gioco, e ci si incazza perché le regole continuano a cambiare, ma poi a te che ti frega, possiamo stare insieme anche senza sapere sotto chi.

Le luci sono spente da un po’. Cosa rimarrà del desiderio di fare qualcosa, accendere un fuoco, calmare le acque, nuotare lontano e guardare la spiaggia da dove fa figo. Non so neanche cos’è che non va, circondato da tutto quel poco che ho sempre voluto. Sarà l’amore dei miei vent’anni, buttato nel cesso ancora e ancora e non lo sopporto più. Le paure impotenti per un futuro un po’ peggiore. Compassione a tener compagnia alle talpe. Empatia, forse. Forse ti sento vivere e mi fa male, forse c’è come un vuoto che dal tuo cuore si espande e mi affascina e mi porta via.

E allora portami via, portami lontano dove mai nessuno è riuscito a tenere gli occhi aperti. Tanto vale, per restar qua ad avvelenarmi di fiamme e pensieri. Tanto vale per vedere dove sto inciampando, su qualunque cosa tu stia facendo adesso, o nei miei stessi quaderni, che ancora scendono dal soffitto come fosse la prima volta. Incespicherò verso avanti, che a voltarmi perderei ben più di una sposa. Magari un po’ più avanti mi stanno aspettando, magari li ho già passati e sto solo scappando perché le loro facce non mi piacciono affatto.

E niente, dai, poi a te che ti frega. Tu corri accanto a me. Affanculo, sì, tanto che in genere non riesco nemmeno a riallacciare i tuoi lineamenti.
Ma sempre accanto è.

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Insieme

Puoi pensare di aver capito, di aver trovato quella semplice soluzione sfuggita per così tanto tempo, ma non è così che funziona, ciò che è semplice non è così semplice da trovare, e non puoi cavartela con l’apporto di luoghi comuni arbitrariamente selezionati.
Secondo me non c’è niente da capire. Ci siamo io, te, il piacere e il dolore. Se avessimo cercato il bello invece del giusto, ora non saremmo qua. Non basta un’intuizione. non basta un ragionamento, siamo umani, le nostre capacità di verificazione sono limitate e non possiamo essere a conoscenza di tutte le variabili coinvolte.
Che bisogno c’è di giustificare il piacere? Dovrebbe essere naturale, e giusto per definizione. Almeno per uno di noi! Vuoi dirmi che gli angeli si sono offesi? Un angelo non si offende, al massimo piange. Piange perché la sua bellezza è irrilevante, e non c’è niente di romantico in questo. Il paradiso è invaso da un fetore di patetico, l’inferno è il regno dell’autocommiserazione solo quando la gente che ci va non ha capito un cazzo. Debole variabile, ma almeno esiste.

Parlami del tuo dolore. Mostramelo in tutta la sua incoerenza, ficcami in gola ogni rifiuto della tua anima egocentrica, mischia le tue lacrime al mio sudore, alla mia stanchezza, ai miei occhi ripetenti.
Non potrei mai accettare di vederti felice, perché la solitudine è innamorata della morale ed è un amore impossibile, come io sono innamorato di te ed è un amore osceno, quasi dimenticato, forse per istinto di sopravvivenza. È meraviglioso, enorme, il simbolo di quell’estetica che avrei dovuto comprendere e farti comprendere quando era il momento, ma non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente.
Dovremmo ballare, io e te. Danzeremmo per tutta la notte, sotto un cielo troppo esausto per essere chiamato ancora una volta a oscurare il disgustoso, sotto un cielo che io e te potremmo salvare dal suo tormento, ed essere ricompensati con una stella per uno, una stella che cavalcheremmo fino agli estremi dell’universo, bruciando in estasi. Ti amo…
Ci sono cose che non si possono semplicemente capire, o spiegare. È per questo che le mie lettere, quelle vere, escono sempre un disastro. Non posso sempre ripiegare sulla mia povertà didattica, a volte non è semplicemente colpa mia. A volte è troppo anche per me.

Insieme non deve per forza significare qualcosa. Esiste un di là della parola, l’oltre sublime che ho cercato di rappresentare in tutti i modi, anche quando era troppo tardi, anche quando Dio stesso si chiedeva cosa stessi facendo. Forse è stato un errore pensare di avere in mano il pennello – ma una volta trascesa la logica non resta che abbracciare, nel dubbio, l’ipotesi migliore, senza più l’ombra di un dubbio. È per questo che continuerò a disegnare, nonostante non sia rimasto più nessuno per vedere. Non è questione di speranza, ma di senso estetico. Arrogante e complicato, ma l’alternativa è patetica. Il suicida è codardo non perché si arrende – chi ha detto che la vita dev’essere difficile? – ma perché il più delle volte ne approfitta per ripiegare su impersonali matite commerciali. E questo è terribile, la morte dell’arte.
Anche l’abbandono, in tutte le sue forme, ha un potenziale, e come tutto ciò che ha un potenziale è deprimente vederlo sprecato con pretese incomprese. O forse utilizzo una prospettiva sbagliata, come quelle immagini che hanno senso solo da lontano, o una costruzione della quale si sono scordati di pitturare una facciata.

Dovremmo volare, io e te. Nulla di eroico, solo una torre e un vuoto. Dall’alto lo schifo sembra più piccolo, e la sua esistenza diventa quasi sopportabile, e magari potresti approfittarne per andare più veloce di me, e farmi vedere finalmente come si accelera. Mostrarmi un’idea invece di perdere tempo a spiegarmela. Non un aiuto, non una guida – queste sono cose da bambini bianchi. Il mondo non necessita di esempi, tutto ciò che la storia può realmente insegnare è il fondamentale fallimento delle categorie. L’esperienza del singolo può essere utilizzata solo tramite associazioni, ma l’associazione è arbitraria e presuntuosa. Il significato nasce dalla scelta, e le scelte non sono riconducibili a una base logica. Siamo costituiti da scelte, non motivazioni – consolare un rimorso tramite una revisione e modifica di ragionamenti passati è possibile quanto ridicolo, e la memoria non è un testimone affidabile.
Certo, alla fine l’evoluzione del pensiero è parte integrante di ogni pezzo di esperienza. Ma nel disegno generale, momentaneamente compiuto ad ogni nuovo momento, ci siamo solo noi, soverchiati non dal peso del passato, quanto dal peso del presente.
Scrivo per rendere bello questo presente.
Scrivo per rendere bello questo insieme.

Ti scrivo perché ho visto il nostro capolavoro.

Lettera a un’amica

Ehi.
Mi fa piacere sentirti. Non ci siamo visti per molto tempo, e nonostante molte cose siano cambiate ho aspettato con ansia questo momento.

Se stavi cercando di scappare, ormai avrai capito che è del tutto inutile. Non avrei mai avuto il coraggio di spezzare le tue illusioni, e non so se deciderai mai di perdonarmi per questa omissione di soccorso; ma sono dell’idea che fosse necessario un certo grado di crescita interiore per comprendere a pieno l’errore e lasciarsi i sogni alle spalle.

Tempo fa avrei voluto sognare con te, e parte di me non ha lasciato questa strada… Ma è una strada vuota, ricolma di fiori infreddoliti. Mi conosci: preferisco le strade delle fiabe, quelle che non vanno da nessuna parte. Sono difficili da percorrere in due, e probabilmente all’epoca mi sarebbe toccato trascinarti. Vorrei tanto che non fosse più così, che potessimo ancora incamminarci in silenzio, ma, come so che sei cambiata, sono anche a conoscenza della tua maledetta testardaggine, la stessa testardaggine che mi porterà a viaggiare da solo, verso quei castelli di pioggia che abitano le mie contorte memorie.

Hai trovato la tua pentola d’oro, honey? Io sto ancora cercando. Ho visto cuori aperti in due, trafitti, devastati – nulla di tutto questo appartiene alla realtà. Siamo in un sogno, io e te: ma è un sogno molto diverso da quello in cui speravamo entrambi, forse per il bene di noi stessi, o forse per innato quanto impercettibile altruismo. Non mi rispondere che non lo sapevi, perché non ti crederò; non dire che non sai cosa significa, perché ho trovato la verità che cercavo, e le vecchie stelle hanno smesso di brillare.

Brillano ancora i tuoi occhi? Scommetto di sì. Come dovevano brillare i miei, quando mi asciugavi gli occhi con mano invisibile! Certi splendori sono perduti per sempre, ma era solo espressione di un bisogno. Come avevi bisogno di me, quando ti asciugavo il cuore con occhi di ghiaccio! Certi braccialetti sono perduti per sempre, ma era solo un pezzo di ragnatela. Una ragnatela che non avrebbe ceduto neanche se ci fosse sceso sopra un meteorite, ma i ragni… I ragni non sono così resistenti. La ragnatela non si è mai mossa, siamo noi che l’abbiamo abbandonata. E ora il viaggio di ritorno è al di fuori delle nostre possibilità, com’era prevedibile.

Quante parole. Le parole sono inutili, dicono i ragni con lungimiranza. Sapessi disegnare, avrei progettato una nuova ragnatela; sapessi cantare, avrei rianimato le stelle cadute; sapessi torturare, avrei mutilato le memorie più scomode. Certamente le parole mi aiutano, ma non possono fare nulla per te, te che sei tutto ciò che importa perché io da solo non sono niente, perché le tue sono le sole mani che abbia mai avuto senso stringere. E mentre gli avvoltoi ci danno per morti, io scriverò un nuovo sogno, il tuo testamento, la mia confessione.

Se dovremo piangere lo faremo insieme, ovunque tu sia. Non ci sono limiti, nei sogni.

Fra