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Sindrome dell’impostore

Che tanto ce l’ho nello stomaco e dicono scrivere faccia terapia.

Lo so che prima servirebbero i successi e io non ho nulla da raccontare, ma razionalmente in questo non c’è niente di strano. E ho raccolto tutte le giustificazioni di questo mondo dietro al non *essere* ancora qualcosa di speciale, le ripeto prima di chiudere gli occhi e mi danno il buongiorno quando è ora di ricominciare. Valide forse in circostanze normali, ma queste a me non sembrano circostanze normali, mi sembrano circostanze perfette, quindi perfetto dovrei esserlo anch’io, e invece non ci sono neanche lontanamente vicino. Cosa merita lo sforzo che ho sempre tutto il tempo di fare? Dovrebbe contare qualcosa questo mio lento impreciso arrancare, di fronte a esistenze brillanti che in parallelo tengono pulito un castello di esperienze, e io che neanche tolgo la polvere di fianco al letto?

Mi hanno sempre dato un sacco di fiducia senza motivo, e mai mi si è posto il problema, che tanto ben riposta o meno non importava. Adesso però importa, e io non posso andare avanti senza sapere chi sono, ho bisogno di fare qualcosa con la mia vita, ho bisogno di sentirmi pieno, altrimenti andrò a fondo col resto dei miei sogni. Ma è da tanto tempo che l’unico ostacolo sono io, e sono io l’unico ostacolo che non ho mai capito come gestire, immerso in un mondo che dall’alto del mio isolamento neppure conosco davvero. C’è tutta una tendenza a drammatizzare che non so distinguere dalla realtà, e così non so mai quali sono le domande giuste, non so mai quando le mie risposte discendono da un qualche pensiero importante.

Mi salva che ho sempre creduto nella voglia più che in ogni altro fattore, ché il resto è scusa e non causa. E allora anch’io sono solo una scusa, anche per me al momento di prendere la penna sputare meraviglie o meno è solo questione di tenere gli occhi aperti. Ma se la scusa fosse doppia, se invece di un tutto che perde troppo tempo con niente fossi io stesso un nulla ben mascherato, avrei la doppia forza di scendere dal piedistallo, o finirei col perdermi definitivamente?

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Narciso

Pensavo al pensiero altrui, e al mio posto in esso. Non sono capace a guardarmi direttamente coi miei occhi. Non so se è una cosa comune o sono io. Devo filtrare attraverso un immaginario punto di vista esterno per trarre soddisfazione dallo specchiarmi. Cioé, ho dei postulati in testa, ma ho bisogno di astrarli dalla mia soggettività, attaccarli a qualcun altro. Solo allora posso compiacermi del mio aderire.

E, dicevo, pensavo a tutti i criteri che non sono i miei, e come ci entro. C’è questo parlare di speciale. Ma speciale è facile. Speciale è allontanarsi da una media su trecento variabili, non la vede nessuno e chi la vede è un’eccezione sufficiente a ribaltare la definizione. C’è questa unicità dell’essere una stella uguale alle altre che se la togli il cielo è sempre cielo ma in qualche impronunciabile settore del tutto sono evaporate un migliaio di irrepricabili relazioni, e chissà in quella nuova oscurità quanti serpenti di luce non vengono più bene.

Ma, più a terra, pensavo al bambino che faceva la spia alla maestra, e che basta con ‘ste cazzo di Yu-Gi-Oh, e che non – rivolgermi – la – parola. Dico, questi non ci entrano mica. Però. Rimane? Questo mi chiedevo. La memoria è nebbia. Salvare qualcuno richiede un’approssimazione. In base a cosa cado da una parte o dall’altra? Avevo questa lista di momenti felici. Ma l’ho compilata senza conoscere il verdetto. Per ogni piccolo pezzo che ho preservato qualcuno mi avrà anche seguito, ma la selezione sarà diversa e l’interpretazione sarà diversa e alla fine il giudizio sarà diverso.

Giudizio è una brutta parola. Spero che nessuno faccia questo giro di proposito e che rimanga tutta una roba di cuore. Però, dicevo, cambia dove cado. E pensavo, se i miei occhi non mi bastano, significa che cambio anch’io? Ho bisogno di piacermi, come tutti credo. Ma è una strada che passa attraverso un’incognita di perle sparse sull’asfalto e pizze fredde, e la verità è che non so dire se questi punti esistano.

E questa non so se è una cosa comune o sono io.