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Didascalie

C’è chi è nato per scattare fotografie, c’è chi è nato per farsi ritrarre. E poi c’è chi, come me, passa la vita a comporre inutili didascalie, ma non è davvero un triangolo, solo una retta e uno stalker, perché non c’è dipendenza tra loro e noi: non sarò mai il tuo soggetto, e ovviamente dei consigli di un neofita te ne faresti poco.
Di cosa ti sorprendi, allora, se sento il mio mondo così lontano dal vostro? Cerchi di costruire un pensiero nuovo che non esiste, come se l’esperienza ti concedesse il diritto di scegliere quando si può spiegare e quando è così e basta. Questa è la libertà che offre ogni briciolo di conoscenza in mezzo agli ignoranti, la libertà di manipolare il mondo a proprio piacimento con il solo supporto di un’imperturbabile faccia di merda. Magari concedi pure loro di scegliere le pose, come se poi non toccasse a te decidere il filtro, trasformando ogni errore in attento calcolo. E se dietro c’è l’ideale di dare questa libertà a tutti allora quel poco di rivoluzionario che è rimasto in me è sinceramente commosso, ma le utopie sono passate di moda da almeno mezzo secolo.

E sto divagando, come mio solito. Volevo dirti qualcosa, ma se guardi bene sono anni che non sono più capace a parlarti. Forse è sempre stato così, forse sto covando rancori vecchi di secoli, forse non sei tu e sono io. Ma il passato sembra svanire quando c’è voglia di cantare nell’aria, e un paio di ricordi non hanno troppo senso, e cambiati lo siamo entrambi. C’era un vivi e lascia vivere, e non l’abbiamo mai abbandonato, ed è un po’ tutto quello che ci accomuna, insieme a quel po’ d’affetto che ci portiamo dietro tanto per.
E per tutta la strada che abbiamo fatto, ti comporti ancora come se conoscessi tutte le equazioni necessarie per risolvermi, ma solo perché quando esplodo le mie schegge tagliano in profondità non significa che la mia anima sia di vetro. Non che importi, a questo punto, tanto farai finta di niente, come hai sempre fatto, tutto ovvio e prevedibile, cose da bambini che prima o poi cresceranno. Che poi ci sta anche, a dare attenzione a quelli che scrivono si rischia di montar loro la testa, e dio ce ne scampi, che di arroganti ce ne sono già abbastanza dagli altri due lati.

In realtà quello che cercavo di dirti è che ho questa strana cosa dentro, e ho finalmente capito la magia del vagone, ma mi fa male e allora devo lasciarla andare, chissà tu come cazzo fai, tu che ti intenderai anche di immagini, ma le didascalie sono un’altra cosa, e io anche.

A volte apro gli occhi. In genere preferisco tenerli chiusi, estraniarmi dalla realtà per qualche attimo, ma a volte apro gli occhi e mi piace. Mi piace quella breve sensazione di abbagliamento, e l’inevitabile brivido di aspettativa, inevitabile quanto ridicolo.

Vedo una parete tappezzata di vecchie fotografie. Persone che amo, persone che non conosco, persone che forse neanche si ricordano della mia esistenza. E non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi sorrido, ma è un sorriso amaro. L’esperienza ha un valore del tutto indipendente dalle rapide del tempo, ma questo ha senso solo a occhi chiusi. Solo da fuori.
Se commetto l’errore di girarmi vedo alcune cartoline. Persone che, se mettiamo da parte la mia ottusità, non hanno più ragione d’essere nella mia vita. Tant’è che non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi vorrei prenderle e tirarle dalla finestra, senza rabbia né violenza. Però non lo faccio mai. Non che mi ricordi cosa ci sia scritto dietro. Forse è per questo. Il senso, però, non esiste fuori e dentro.
In mezzo vedo degli scaffali ricolmi di libri e videogiochi. Vecchi scarti di scuola, prestiti illeciti, innumerevoli raccolte di fumetti, anche qualche regalo. Nessun particolare criterio qualitativo a impedirne l’entrata, c’è un sacco di merda che non credo di avere mai aperto. Sono le emozioni più recenti, vere o false che siano. Non voglio discutere sulla differenza di sentimenti tra finzione e realtà; però il sorriso è sicuramente meno ampio, seppur privo dell’amarezza che lo accompagnava in precedenza.
Stanco di spazi chiusi, vedo il terrazzo, e ciò che sta al di là. Non è un paesaggio interessante. E’ la sede di una vasta gamma di attimi, a volte antichi, a volte ancora luminosi come le stelle cui solevo esprimere desideri. Ma alle stelle non sono mai andato molto a genio, perché quei desideri non sono mai stati esauditi. O forse non potevano. Non lo so. Non credo importi molto, a questo punto. Ho smesso di crederci, e non è facile tornare indietro.
Gli occhi tornano chiusi per vedere più lontano: la memoria è il più efficace dei teletrasporti, e la mente il suo carburante. Ma non voglio parlare di quello che vedo, perché non è il posto giusto e di lacrime ne ho versate a sufficienza in passato e sarebbe sciocco immergersi in trascorsi scaduti da tempo.
Quando riapro gli occhi, non vedo niente. Com’è possibile? Sbatto le palpebre, e per meno di un secondo la mia vista torna a funzionare. Troppo poco. Ripiombo nell’oscurità. Oscurità? E’ pieno giorno! Entra luce dalla finestra.

Poi capisco.
Gli occhi hanno un legame indissolubile con il resto del corpo. Con la mente. Oggi quel legame, quando li apro, non c’è più. Quei sentimenti, quando li apro, svaniscono come ombre nel buio; quelle persone, quando li apro, smettono di sorridere. L’esperienza è vuota e decrepita, e i rinforzi non arrivano a intervalli regolari. Vedo le fotografie, le cartoline, gli scaffali; non vedo il loro contenuto. Vedo la materia, e non vedo la forma.

Mi si presenta una scelta.
Posso aprire gli occhi, e approfittare della mia incurabile cecità per spostare alcune cose nel ripostiglio che non ho mai avuto. Per distruggere le foto, bruciare le cartoline, rovesciare gli scaffali e spegnere le stelle. Per dimenticare tutto quello che ho perso, e tutto quello che ho amato e non avrò mai più la possibilità di amare, strapparmi il cuore dal petto e lasciare che il sangue porti via il dolore. Per poi pulire. E un giorno, quando mi sarò ripreso, ricominciare.
Oppure posso tenere gli occhi chiusi, in onore di quello stesso amore che mi ha accompagnato per così tanti anni della mia vita, e riposare in pace nella compagnia dei gatti che piangono fiamme.

Sono giovane e idealista. Mi piace vantarmi del mio rifiuto di una morale dogmatica. Ma sono consapevole, nel bene e nel male, dell’incommensurabile dovere morale che pesa su di me in questo momento.
Non credo di essere così forte. Non credo che le campane suoneranno il mio futuro. Importa qualcosa?

Sì, certo che importa.
Ricordo con chiarezza ogni singola mano che ho assaggiato, ogni singolo sguardo. Ricordo i sorrisi e gli addii, le promesse e le promesse mancate, gli abbracci e le metafore. Ricordo un passato che ha meno possibilità di sciogliersi delle stelle, le stesse stelle che non so dove siano finite ma che un giorno raggiungerò al solo scopo di dare fuoco alla mia anima, di risvegliare la mia vista dal torpore in cui è scivolata, e davanti a tutto questo c’è soltanto da stare in silenzio, nel minuto nero più sincero cui abbia mai avuto il piacere di assistere.