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Scrivere felicità

Certo è un po’ presuntuoso credere che un briciolo di consapevolezza annulli il problema. Non sono a metà strada – non sono mai partito. Accettare gli altri mi causa difficoltà a prescindere dalla mia romantica morale, e lo sento che non è per loro quanto per il contrasto con i miei silenziosi desideri. E sarò anche riuscito ad accettare me stesso, ma rimane il fatto che non sono sicuro di volerlo, rimane il fatto che anche i miei amici mi danno dell’autistico, rimane il fatto che tornassi indietro quindici anni rivolterei ogni mio gesto nella speranza che crescere come cristo comanda mi avrebbe eventualmente guarito.

Ma non funziona così, vero? Bastasse un po’ di esperienza sarei una persona nuova domani mattina, ma l’esperienza mi scivola addosso da anni e non è cambiata una sega. E allora forse non c’è neanche quel briciolo di consapevolezza, forse nella mia testa è davvero tutto okay e date cento possibiità di ricominciare continuerei a fare le stesse scelte. Tanto non è che sappia da che parte sarei dovuto andare per stare bene. Sono sicuro che troverei un buon motivo per torturarmi in qualunque direzione.

Ho il terrore di giustificarmi con quello che sono perché questo implicherebbe l’esistenza di un errore sistematico, quando invece ho bisogno di credere nella mia anima libera, capace di muoversi indipendentemente dai miei tortuosi schemi mentali e dalle mie improbabili limitazioni emotive. Ho bisogno di credere nell’essere ciò che faccio, ciò che creo e posso creare con questa incontenibile libertà. Allora riacquisterei fiducia in me e negli altri, perché saprei di poter scrivere la nostra felicità con queste stesse mani. Ma sarebbe tanto più facile credere in tutto questo se avessi qualcosa in più da mostrare di una pozzanghera di vomito.

Sindrome dell’impostore

Che tanto ce l’ho nello stomaco e dicono scrivere faccia terapia.

Lo so che prima servirebbero i successi e io non ho nulla da raccontare, ma razionalmente in questo non c’è niente di strano. E ho raccolto tutte le giustificazioni di questo mondo dietro al non *essere* ancora qualcosa di speciale, le ripeto prima di chiudere gli occhi e mi danno il buongiorno quando è ora di ricominciare. Valide forse in circostanze normali, ma queste a me non sembrano circostanze normali, mi sembrano circostanze perfette, quindi perfetto dovrei esserlo anch’io, e invece non ci sono neanche lontanamente vicino. Cosa merita lo sforzo che ho sempre tutto il tempo di fare? Dovrebbe contare qualcosa questo mio lento impreciso arrancare, di fronte a esistenze brillanti che in parallelo tengono pulito un castello di esperienze, e io che neanche tolgo la polvere di fianco al letto?

Mi hanno sempre dato un sacco di fiducia senza motivo, e mai mi si è posto il problema, che tanto ben riposta o meno non importava. Adesso però importa, e io non posso andare avanti senza sapere chi sono, ho bisogno di fare qualcosa con la mia vita, ho bisogno di sentirmi pieno, altrimenti andrò a fondo col resto dei miei sogni. Ma è da tanto tempo che l’unico ostacolo sono io, e sono io l’unico ostacolo che non ho mai capito come gestire, immerso in un mondo che dall’alto del mio isolamento neppure conosco davvero. C’è tutta una tendenza a drammatizzare che non so distinguere dalla realtà, e così non so mai quali sono le domande giuste, non so mai quando le mie risposte discendono da un qualche pensiero importante.

Mi salva che ho sempre creduto nella voglia più che in ogni altro fattore, ché il resto è scusa e non causa. E allora anch’io sono solo una scusa, anche per me al momento di prendere la penna sputare meraviglie o meno è solo questione di tenere gli occhi aperti. Ma se la scusa fosse doppia, se invece di un tutto che perde troppo tempo con niente fossi io stesso un nulla ben mascherato, avrei la doppia forza di scendere dal piedistallo, o finirei col perdermi definitivamente?

Nuovo record

C’è una incoerenza di fondo che dobbiamo superare. Che senso ha che ci sono persone che mi ricordano per un abbraccio e altre che mi ricordano per non esserne capace? Non è mai un problema quando sappiamo cosa stiamo facendo, ma non sappiamo, e a questo punto credo sia tardi per andare in cerca di rivelazioni. Preferisco appoggiarmi a un sogno, quel sogno che abbiamo costruito insieme senza forzarlo.
Devo parlare, ma con tutte le palle che mi riconosci è solo con me stesso che mi confido. Le mie metà sono dispari e asimmetriche due a due, ma vanno d’accordo tra loro e posso sempre contare su una certa riservatezza, riservatezza che fuori dalla mia mente neanche esiste, e i fantasmi che perdo e inseguo stanno solo prendendo tempo. E mi sono lasciato andare prima di lasciarti andare, ma forse sei ancora lì per me, come quando cammino per strada e immagino di incontrarti per caso. Che poi non è quella la fantasia forte. L’immaginazione è sopra le righe quando a vederci ci fermiamo e abbiamo qualcosa da dire.

C’è una fiducia di fondo che non so quando l’ho persa ma se n’è andata e non tornerà. Le mie astrazioni sono un vicolo cieco e le tue parole sono la bussola a puttane che mi ci ha portato. Ho messo tenda ma non vedo il cielo. Ho cercato e cercato ma sei contingente come un riflesso e non ho gli strumenti per leggere i colori.
Allora mi vieni a prendere sotto casa o all’aeroporto e poi partiamo, partiamo per tornare indietro e recuperare le basi perché con queste coordinate non si capisce più un cazzo e ho bisogno di qualcosa di diverso. Apriamo quel bar sottoterra, tu fai tutte le porcate che vuoi mentre io dietro al banco servo e sorrido, e alla fine o anche all’inizio incrociamo la confidenza che ci è sfuggita con questi individui che non spiegano niente e si aspettano un po’ d’amore così dal nulla. Anche se il tempo passa e la traccia scompare faremo sempre la scelta giusta, perché se solo non ci pensi la nostra notte non può finire mai.

Ti amavo davvero, sai. Non tanto per dire, e non con particolare consapevolezza di cosa significhi, perché come l’esperienza non manca mai di ricordarmi io cosa significa amare non l’ho mai compreso. Però facciamo che ne abbia un’idea abbastanza precisa. Anzi, facciamo che io abbia *ragione*, tanto i pensieri sono i miei. Allora ti amavo davvero, sai.

E ti vedo già, a chiedermi una conclusione. Quelli come te sono sempre lì ad aspettare il quindi. Ma io un quindi non ce l’ho. A volte ho dei bei ricordi, che sicuramente condividi anche te. Vabbé, diciamo che mi piace pensarlo. E a volte non ho neppure quelli, ma poi che importa. A riportare l’affetto sul pratico ci riesco solo con le parole, poi magari ti sento e va tutto a puttane. E le stelle mi urlano che ho torto, che l’affetto non si riporta da nessuna parte, ma le stelle cadono anche loro, e allora forse così attendibili non lo sono.

Così guardo il buio e vedo se cambia qualcosa, la speranza sempre viva che basti la canzone giusta al momento giusto. Speranza sempre valida, come ho imparato, ma la combinazione non l’azzecco proprio sempre. E posso scriverti da un letto come da una scrivania, pensarti da una strada come da un treno, e sei sempre la stessa persona, e di giustificazioni non ne trovo, e di giustificazioni sbaglio a cercarne e brucerò per questo. Che poi, la *mia* giustificazione è, banalmente, che questo sono io. E se non ti piace te ne vai. E così è successo. E non cambierei per nulla al mondo, figuriamoci per te. Se amare significa questo, allora eri nel giusto per tutto questo tempo e io sono un’egocentrica testa di cazzo che non conoscerà mai nulla di diverso dalla solitudine più sincera.

Ma come dicevo, questa è la mia lettera e tu non la leggerai mai e allora decido io cosa è giusto o meno. La sincerità non è compresa, perché delle tue verità mi sono stancato tanto tempo fa. Non è un rifiuto di ascoltare, quanto un disperato appello a un tuo rifiuto di *spiegare*. Non puoi spiegare. Non puoi sistemare. L’unica cosa che puoi fare per me ora è saltare in mezzo ai binari e rimanerci una volta per tutte. Vorrei dire che ti seguirei, ma non è davvero il mio stile. Starei lì a rimpiangere di lasciare come ultimo ricordo l’incazzatura di qualche pendolare innocente. No, io rimarrei fedele alle mie fantasie da bambino, e punterei alle persone che amo.

Per il resto, sai, non so cosa ci faccio quì. Sì, non riesco a dormire, ma insomma, ci sono altri modi per passare il tempo. È che poi mi sentirei in colpa, a tagliare le ali di parole tanto contente di vedere il cielo ancora una volta. Non che abbia mai visto qualcuno sentirsi in colpa per aver tagliato le mie, ma forse va bene così, forse puntavo più lontano di quanto potessi promettermi. Ed è ironico ammettere di voler lasciar passare il flusso dei miei pensieri così senza filtro, un paragrafo dopo averti chiesto di chiudere la bocca per sempre. Ma immagino di non volerlo davvero, a guardar bene. Ti ascolto sempre volentieri, sempre con l’illusione priva di alcun fondamento che tu abbia qualcosa di dire, illusione che hai sempre imposto agli altri di credere anche a costo di passare per un’arrogante testa di cazzo.

Chissà se ho qualcosa da dire io. Righe su righe, e ancora non ne sono sicuro. Potrei chiederlo a te, ma so che sarebbe inappropriato. Non sono ottuso come credi. La verità, la mia verità, è che quello che ho da dire io non l’hai mai voluto ascoltare. E allora insisto senza ritegno, pensando che se mi ascolto a sufficienza qualcosa arriverà anche a te. Il vento si ricorda di quando i nostri sguardi si sono incrociati, e magari mi farà questo favore per un respiro o due.

Romantico, vero? Vedi, forse sta tutto qua. Potrebbe dipendere dalla mia innegabile mancanza di lucidità, o magari ho finalmente ricordato la canzone giusta, che da un’ora o più sto disperatamente cercando di non citare a random come un sedicenne in calore. Rimane il fatto che ho realizzato, in un momento che è scappato tanto veloce quanto si è fermato per salutare, che esistono delle persone migliori di noi. Esistono delle persone che non si prendono per poi di peso buttarsi, che combatterebbero fino alla fine per ciò in cui credono, che non perdono tempo in promesse né ne pretendono in cambio. Persone che probabilmente sanno meglio di noi cosa significa amare, e sono rispettabili per questo.

Eppure alla fine, che non è detto sia la parte che conta ma questa è ancora la mia lettera, è un sorriso e non una lacrima ad accompagnare questa infinita notte al suo riposo giornaliero, quando penso che nel mio cuore sarai sempre la mia romantica testa di cazzo.