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Narciso

Pensavo al pensiero altrui, e al mio posto in esso. Non sono capace a guardarmi direttamente coi miei occhi. Non so se è una cosa comune o sono io. Devo filtrare attraverso un immaginario punto di vista esterno per trarre soddisfazione dallo specchiarmi. Cioé, ho dei postulati in testa, ma ho bisogno di astrarli dalla mia soggettività, attaccarli a qualcun altro. Solo allora posso compiacermi del mio aderire.

E, dicevo, pensavo a tutti i criteri che non sono i miei, e come ci entro. C’è questo parlare di speciale. Ma speciale è facile. Speciale è allontanarsi da una media su trecento variabili, non la vede nessuno e chi la vede è un’eccezione sufficiente a ribaltare la definizione. C’è questa unicità dell’essere una stella uguale alle altre che se la togli il cielo è sempre cielo ma in qualche impronunciabile settore del tutto sono evaporate un migliaio di irrepricabili relazioni, e chissà in quella nuova oscurità quanti serpenti di luce non vengono più bene.

Ma, più a terra, pensavo al bambino che faceva la spia alla maestra, e che basta con ‘ste cazzo di Yu-Gi-Oh, e che non – rivolgermi – la – parola. Dico, questi non ci entrano mica. Però. Rimane? Questo mi chiedevo. La memoria è nebbia. Salvare qualcuno richiede un’approssimazione. In base a cosa cado da una parte o dall’altra? Avevo questa lista di momenti felici. Ma l’ho compilata senza conoscere il verdetto. Per ogni piccolo pezzo che ho preservato qualcuno mi avrà anche seguito, ma la selezione sarà diversa e l’interpretazione sarà diversa e alla fine il giudizio sarà diverso.

Giudizio è una brutta parola. Spero che nessuno faccia questo giro di proposito e che rimanga tutta una roba di cuore. Però, dicevo, cambia dove cado. E pensavo, se i miei occhi non mi bastano, significa che cambio anch’io? Ho bisogno di piacermi, come tutti credo. Ma è una strada che passa attraverso un’incognita di perle sparse sull’asfalto e pizze fredde, e la verità è che non so dire se questi punti esistano.

E questa non so se è una cosa comune o sono io.

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Insieme

Puoi pensare di aver capito, di aver trovato quella semplice soluzione sfuggita per così tanto tempo, ma non è così che funziona, ciò che è semplice non è così semplice da trovare, e non puoi cavartela con l’apporto di luoghi comuni arbitrariamente selezionati.
Secondo me non c’è niente da capire. Ci siamo io, te, il piacere e il dolore. Se avessimo cercato il bello invece del giusto, ora non saremmo qua. Non basta un’intuizione. non basta un ragionamento, siamo umani, le nostre capacità di verificazione sono limitate e non possiamo essere a conoscenza di tutte le variabili coinvolte.
Che bisogno c’è di giustificare il piacere? Dovrebbe essere naturale, e giusto per definizione. Almeno per uno di noi! Vuoi dirmi che gli angeli si sono offesi? Un angelo non si offende, al massimo piange. Piange perché la sua bellezza è irrilevante, e non c’è niente di romantico in questo. Il paradiso è invaso da un fetore di patetico, l’inferno è il regno dell’autocommiserazione solo quando la gente che ci va non ha capito un cazzo. Debole variabile, ma almeno esiste.

Parlami del tuo dolore. Mostramelo in tutta la sua incoerenza, ficcami in gola ogni rifiuto della tua anima egocentrica, mischia le tue lacrime al mio sudore, alla mia stanchezza, ai miei occhi ripetenti.
Non potrei mai accettare di vederti felice, perché la solitudine è innamorata della morale ed è un amore impossibile, come io sono innamorato di te ed è un amore osceno, quasi dimenticato, forse per istinto di sopravvivenza. È meraviglioso, enorme, il simbolo di quell’estetica che avrei dovuto comprendere e farti comprendere quando era il momento, ma non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente.
Dovremmo ballare, io e te. Danzeremmo per tutta la notte, sotto un cielo troppo esausto per essere chiamato ancora una volta a oscurare il disgustoso, sotto un cielo che io e te potremmo salvare dal suo tormento, ed essere ricompensati con una stella per uno, una stella che cavalcheremmo fino agli estremi dell’universo, bruciando in estasi. Ti amo…
Ci sono cose che non si possono semplicemente capire, o spiegare. È per questo che le mie lettere, quelle vere, escono sempre un disastro. Non posso sempre ripiegare sulla mia povertà didattica, a volte non è semplicemente colpa mia. A volte è troppo anche per me.

Insieme non deve per forza significare qualcosa. Esiste un di là della parola, l’oltre sublime che ho cercato di rappresentare in tutti i modi, anche quando era troppo tardi, anche quando Dio stesso si chiedeva cosa stessi facendo. Forse è stato un errore pensare di avere in mano il pennello – ma una volta trascesa la logica non resta che abbracciare, nel dubbio, l’ipotesi migliore, senza più l’ombra di un dubbio. È per questo che continuerò a disegnare, nonostante non sia rimasto più nessuno per vedere. Non è questione di speranza, ma di senso estetico. Arrogante e complicato, ma l’alternativa è patetica. Il suicida è codardo non perché si arrende – chi ha detto che la vita dev’essere difficile? – ma perché il più delle volte ne approfitta per ripiegare su impersonali matite commerciali. E questo è terribile, la morte dell’arte.
Anche l’abbandono, in tutte le sue forme, ha un potenziale, e come tutto ciò che ha un potenziale è deprimente vederlo sprecato con pretese incomprese. O forse utilizzo una prospettiva sbagliata, come quelle immagini che hanno senso solo da lontano, o una costruzione della quale si sono scordati di pitturare una facciata.

Dovremmo volare, io e te. Nulla di eroico, solo una torre e un vuoto. Dall’alto lo schifo sembra più piccolo, e la sua esistenza diventa quasi sopportabile, e magari potresti approfittarne per andare più veloce di me, e farmi vedere finalmente come si accelera. Mostrarmi un’idea invece di perdere tempo a spiegarmela. Non un aiuto, non una guida – queste sono cose da bambini bianchi. Il mondo non necessita di esempi, tutto ciò che la storia può realmente insegnare è il fondamentale fallimento delle categorie. L’esperienza del singolo può essere utilizzata solo tramite associazioni, ma l’associazione è arbitraria e presuntuosa. Il significato nasce dalla scelta, e le scelte non sono riconducibili a una base logica. Siamo costituiti da scelte, non motivazioni – consolare un rimorso tramite una revisione e modifica di ragionamenti passati è possibile quanto ridicolo, e la memoria non è un testimone affidabile.
Certo, alla fine l’evoluzione del pensiero è parte integrante di ogni pezzo di esperienza. Ma nel disegno generale, momentaneamente compiuto ad ogni nuovo momento, ci siamo solo noi, soverchiati non dal peso del passato, quanto dal peso del presente.
Scrivo per rendere bello questo presente.
Scrivo per rendere bello questo insieme.

Ti scrivo perché ho visto il nostro capolavoro.