Certo è un po’ presuntuoso credere che un briciolo di consapevolezza annulli il problema. Non sono a metà strada – non sono mai partito. Accettare gli altri mi causa difficoltà a prescindere dalla mia romantica morale, e lo sento che non è per loro quanto per il contrasto con i miei silenziosi desideri. E sarò anche riuscito ad accettare me stesso, ma rimane il fatto che non sono sicuro di volerlo, rimane il fatto che anche i miei amici mi danno dell’autistico, rimane il fatto che tornassi indietro quindici anni rivolterei ogni mio gesto nella speranza che crescere come cristo comanda mi avrebbe eventualmente guarito.

Ma non funziona così, vero? Bastasse un po’ di esperienza sarei una persona nuova domani mattina, ma l’esperienza mi scivola addosso da anni e non è cambiata una sega. E allora forse non c’è neanche quel briciolo di consapevolezza, forse nella mia testa è davvero tutto okay e date cento possibiità di ricominciare continuerei a fare le stesse scelte. Tanto non è che sappia da che parte sarei dovuto andare per stare bene. Sono sicuro che troverei un buon motivo per torturarmi in qualunque direzione.

Ho il terrore di giustificarmi con quello che sono perché questo implicherebbe l’esistenza di un errore sistematico, quando invece ho bisogno di credere nella mia anima libera, capace di muoversi indipendentemente dai miei tortuosi schemi mentali e dalle mie improbabili limitazioni emotive. Ho bisogno di credere nell’essere ciò che faccio, ciò che creo e posso creare con questa incontenibile libertà. Allora riacquisterei fiducia in me e negli altri, perché saprei di poter scrivere la nostra felicità con queste stesse mani. Ma sarebbe tanto più facile credere in tutto questo se avessi qualcosa in più da mostrare di una pozzanghera di vomito.