Credo che stasera ti scriverò. Così, senza impegno, tanto perché è fine luglio e la mia testa è tutta una contraddizione, come sempre nella transizione.

Credo che stasera ti scriverò e poi mi dimenticherò di averti scritto per un po’, allo scopo di assecondare quella parte di me che è troppo ingenua per darmi dell’ossessivo-compulsivo. Credo che metterò su qualcosa degli eighties tanto per fingere di aver passato l’adolescenza in un decennio un po’ più appropriato di questo, magari inventarmi che seguivo MTV con la voce. Credo faccia troppo caldo per fare disamine di una certa importanza.

Credo che dopo aver controllato che fosse il numero giusto un numero bello di volte cancellerò il log per facilitare il processo di passare alla prossima attività a cui non prestare attenzione. Credo di poter quasi concludere qualcosa, a patto di non pensarci troppo. Credo che stanotte il fumo resterà nel cassetto, perché una volta consumato non so dove lasciarlo e mi dà fastidio che mi si contino le cicche nel posacenere.

Credo che quando il numero diventerà troppo grande per tenerne traccia cancellerò anche il testo per facilitare il processo di scivolare in una nuova preoccupazione. Credo che il mio primo mondo non andrà da nessuna parte qualunque sia il ponte da cui decido di buttarmi, il che affoga un po’ le mie consolazioni. Credo che prima o poi l’accettazione decapiterà il mio entusiasmo, o viceversa, anche se non so cos’è peggio.

Credo che stasera non avrei dovuto scriverti, ché se mi metto a pensarti per associazione penso a un casino di cose a cui non dovrei pensare. Credo che la fame che mi è passata tornerà accompagnata da un tocco di neve, e che alle mie ossa faccia anche piacere non aver mai tenuto molto spazio per soffrire di claustrofobia. Credo che in qualche tempo e in qualche spazio riposi qualche scelta che in qualche modo ho quasi preso bene.

Credo che tutto sommato non ci sia niente di male nello scriverti, a patto di non dirlo mai ad alta voce. Credo che per evitare di mentire si facciano un sacco di cazzate, e viceversa. Credo che in realtà non ci sia chissà quale differenza, come sempre quando si tratta di parole, e che per risolvere ogni eventuale problema basterà chiudere per bene bocca e testa, a prescindere da quanto rimanga frustratamente etereo l’output.

Credo di non ricordare se ti ho scritto o meno, e di non volermi sforzare troppo a scoprirlo. Credo che userò una qualche ora della notte per mettere qualcos’altro sotto i denti, ché alcune persone dicono che aiuta, anche se a me viene più nausea che altro e briciole dappertutto. Credo che i rumori che vengono da fuori appartengano a un mondo che ho sbagliato a fingere mi avrebbe mai riguardato, e oramai assimilo in silenzio come fantasmi in un baule.

Credo di averti già scritto parecchi anni fa, quando ancora il futuro era la cosa più bella che mi fosse mai capitata. Credo che bene o male la vediamo allo stesso modo, anche se quello stesso modo non è mai stato proprio chiaro chiaro cosa sia. Credo, banalmente, che non finiremo mai di capirci qualcosa, e che esista sempre un avanti appena più consapevole di tutto ciò che siamo e non siamo e non vogliamo essere.

Credo di non averti mai davvero voluto scrivere, ma di averlo fatto lo stesso per fumose ragioni di desiderio. Credo che stasera non uscirò a cercare stelle cadenti, anche se forse sarebbe arrivato il momento di rinnovare un paio di voti e non si può pretendere che il cielo sia a nostra disposizione sette giorni su sette. Credo sia un errore presumere di essere in buoni rapporti con ogni sconosciuta divinità del caso.

Credo che questa notte proseguirà come se non ti avessi scritto, giusto con un paio di canzoni in più. Credo che i dettagli acquistino gravità solo a posteriori, e che finché non cade risposta siano proprio in un’altra dimensione. Credo in sintesi di farmi un sacco di problemi per delle stronzate, e va bene così, ché senza elucubrazioni non mi riesce di prendere le cose sul serio e non c’è gusto a spensierarsi senza essersi liberati di un centinaio di seghe mentali prima.