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Davvero ci tenevo a dire

Per anni mi sono sentito quasi ingenuo a tenere la mia romantica posizione. A lasciare le mie ali scoperte, dove chiunque potesse vederle e tirarle e strapparle. Per anni ho cercato di spiccare il volo dal ramo che piace a me, e che se chiedo in giro non piace a quasi nessuno e dovrei vergognarmene, ché se il nero è il mio colore preferito, l’arcobaleno non lo vedrò mai neanche di striscio.

Ho visto persone scappare, ma chi scappa non si fa più sentire e non si può chiedere com’è andata, e chi resta si inventa storie senza lieto fine per giustificarne l’ignoranza di fondo. Ho visto persone soffrire, e sembra che i sorrisi debbano essere solo di circostanza e accettazione perché la vita è così. Ho ascoltato le conseguenze dell’amore in ogni sua forma, e ho ascoltato le amare conclusioni che ne venivano tratte, e quando me l’hanno chiesto il mio parere è rimasto lo stesso, e ovviamente non importava perché l’amore di una vergine non vale.

Tante volte ho detto che mi avete rovinato la vita, e tante volte mi son corretto subito, tranqui, è un’iperbole. Spesso ho riconosciuto la mia debolezza, e come in una novella natalizia è stato necessario chiarire che è dalla mia fragilità che traggo la mia tutto sommato invidiabile resistenza. Dai rimorsi e dai rimpianti ci sono passato come tutti, e ho parlato di inevitabile, e poi ho ammesso di non averne affatto senza neppure aver cambiato idea.

Non ho imparato a parlare, non ho imparato a guidare, non ho imparato a orientarmi. A dir la verità, non ho neanche imparato a disegnare. Non so leggere una cartina, il latino è inutile come lo era in terza media e una squadra del cuore ancora non ce l’ho. I miei cataloghi non sono stati abbandonati, sono perfettamente capace a difendere i libri che leggevo da piccolo e le canzoni continuano ad accumularsi senza sostituirsi e senza che mi sia dimenticato perché.

Per anni avete provato a spiegarmi, a farmi intuire i rischi. E l’autocontrollo, e la responsabilità morale, e la consapevolezza economica. Per anni sono rimasto sotto la vostra compassione ascoltando innumerevoli teorie sulla ribellione adolescenziale e le sindromi e la maturità. Vi ho ignorato per tutto questo tempo, e i miei consigli sono ancora i più sensati, e ancora l’accendino non è scattato senza che me l’avesse chiesto il cuore.

E mi avete dato dell’arrogante, e mi avete dato dell’amorale, e mi avete dato dell’anaffettivo, e mi avete dato dell’anarchico. E sono un pezzo di stronzo, troppe volte per contarle. Un idiota che non capisce come va il mondo, e che lontano da casa non sopravviverebbe due settimane. Una persona sostanzialmente sola, che non conoscerà mai il piacere dell’altro al di fuori dei suoi filmini. Un bambino mal cresciuto che un giorno si scontrerà con la dura realtà, e se piange adesso vedrai poi.

Per tutte le scommesse che ho perso, davvero ci tenevo a dire, almeno questa l’ho vinta io, perché questo strafottente figlio di puttana non è solo felice di essere al mondo, che fin qua è quasi facile e magari passa con il sole che sorge, ma è felice di stare volando come voleva, e non come gli avevano detto che doveva. Non è detto che vada lontano, ma quando un giorno brucerà, a raccoglierne le ceneri sarà un amore sincero, sincero come lo era stato il suo senza avervi dato retta.

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Insieme

Puoi pensare di aver capito, di aver trovato quella semplice soluzione sfuggita per così tanto tempo, ma non è così che funziona, ciò che è semplice non è così semplice da trovare, e non puoi cavartela con l’apporto di luoghi comuni arbitrariamente selezionati.
Secondo me non c’è niente da capire. Ci siamo io, te, il piacere e il dolore. Se avessimo cercato il bello invece del giusto, ora non saremmo qua. Non basta un’intuizione. non basta un ragionamento, siamo umani, le nostre capacità di verificazione sono limitate e non possiamo essere a conoscenza di tutte le variabili coinvolte.
Che bisogno c’è di giustificare il piacere? Dovrebbe essere naturale, e giusto per definizione. Almeno per uno di noi! Vuoi dirmi che gli angeli si sono offesi? Un angelo non si offende, al massimo piange. Piange perché la sua bellezza è irrilevante, e non c’è niente di romantico in questo. Il paradiso è invaso da un fetore di patetico, l’inferno è il regno dell’autocommiserazione solo quando la gente che ci va non ha capito un cazzo. Debole variabile, ma almeno esiste.

Parlami del tuo dolore. Mostramelo in tutta la sua incoerenza, ficcami in gola ogni rifiuto della tua anima egocentrica, mischia le tue lacrime al mio sudore, alla mia stanchezza, ai miei occhi ripetenti.
Non potrei mai accettare di vederti felice, perché la solitudine è innamorata della morale ed è un amore impossibile, come io sono innamorato di te ed è un amore osceno, quasi dimenticato, forse per istinto di sopravvivenza. È meraviglioso, enorme, il simbolo di quell’estetica che avrei dovuto comprendere e farti comprendere quando era il momento, ma non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente.
Dovremmo ballare, io e te. Danzeremmo per tutta la notte, sotto un cielo troppo esausto per essere chiamato ancora una volta a oscurare il disgustoso, sotto un cielo che io e te potremmo salvare dal suo tormento, ed essere ricompensati con una stella per uno, una stella che cavalcheremmo fino agli estremi dell’universo, bruciando in estasi. Ti amo…
Ci sono cose che non si possono semplicemente capire, o spiegare. È per questo che le mie lettere, quelle vere, escono sempre un disastro. Non posso sempre ripiegare sulla mia povertà didattica, a volte non è semplicemente colpa mia. A volte è troppo anche per me.

Insieme non deve per forza significare qualcosa. Esiste un di là della parola, l’oltre sublime che ho cercato di rappresentare in tutti i modi, anche quando era troppo tardi, anche quando Dio stesso si chiedeva cosa stessi facendo. Forse è stato un errore pensare di avere in mano il pennello – ma una volta trascesa la logica non resta che abbracciare, nel dubbio, l’ipotesi migliore, senza più l’ombra di un dubbio. È per questo che continuerò a disegnare, nonostante non sia rimasto più nessuno per vedere. Non è questione di speranza, ma di senso estetico. Arrogante e complicato, ma l’alternativa è patetica. Il suicida è codardo non perché si arrende – chi ha detto che la vita dev’essere difficile? – ma perché il più delle volte ne approfitta per ripiegare su impersonali matite commerciali. E questo è terribile, la morte dell’arte.
Anche l’abbandono, in tutte le sue forme, ha un potenziale, e come tutto ciò che ha un potenziale è deprimente vederlo sprecato con pretese incomprese. O forse utilizzo una prospettiva sbagliata, come quelle immagini che hanno senso solo da lontano, o una costruzione della quale si sono scordati di pitturare una facciata.

Dovremmo volare, io e te. Nulla di eroico, solo una torre e un vuoto. Dall’alto lo schifo sembra più piccolo, e la sua esistenza diventa quasi sopportabile, e magari potresti approfittarne per andare più veloce di me, e farmi vedere finalmente come si accelera. Mostrarmi un’idea invece di perdere tempo a spiegarmela. Non un aiuto, non una guida – queste sono cose da bambini bianchi. Il mondo non necessita di esempi, tutto ciò che la storia può realmente insegnare è il fondamentale fallimento delle categorie. L’esperienza del singolo può essere utilizzata solo tramite associazioni, ma l’associazione è arbitraria e presuntuosa. Il significato nasce dalla scelta, e le scelte non sono riconducibili a una base logica. Siamo costituiti da scelte, non motivazioni – consolare un rimorso tramite una revisione e modifica di ragionamenti passati è possibile quanto ridicolo, e la memoria non è un testimone affidabile.
Certo, alla fine l’evoluzione del pensiero è parte integrante di ogni pezzo di esperienza. Ma nel disegno generale, momentaneamente compiuto ad ogni nuovo momento, ci siamo solo noi, soverchiati non dal peso del passato, quanto dal peso del presente.
Scrivo per rendere bello questo presente.
Scrivo per rendere bello questo insieme.

Ti scrivo perché ho visto il nostro capolavoro.

Non fare rumore

Si sono sprecate tante di quelle parole, e l’amore non è altro che un modo diverso di sorridere.