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Stavo cercando un senso. Perché è chiaro che com’era prima non si andava da nessuna parte. Quello che è abitudine, accettazione quasi, non potevo mascherare in eterno come intrinseco, come ciò che sono; ciò che sono deve ultimamente realizzarsi in serenità perpetua, smossa sì da quel che capita perché le cose capitano, ma sempre tendendo all’equiibrio di partenza. Dalla sponda di un lago ho intravisto il potenziale, e la colpa mi ha sopraffatto, anche se forse non era proprio colpa mia; e il desiderio di rimediare mi ha implorato di riprovarci.

E così ho aperto. Mi sono avvicinato; mi sono confidato; mi sono innamorato. Non per confusione o curiosità; sicuramente non per inerzia. Per caso, forse, ma il caso c’è sempre e sono i miei occhi che l’hanno notato. E mi sono lasciato ferire, di nuovo e ancora, ma senza fermarmi, senza perdermi; perché nella sofferenza, nella richiesta di aiuto, riposava il senso che cercavo, o meglio subito dietro, la luce in fondo a un corridoio di vetri rotti. La luce è la fiducia; questo già lo sapevo. Non la fiducia intermedia, che taglia e brucia e non vale niente se non come primo passo; non il gesto; lo stato d’essere.

Non sono arrivato alla luce. Questo è forse chiaro dal fatto che sono ancora qua; e non è neanche troppo sorprendente, ché la strada è lunga. Quello che mi sorprende è sulla strada aver perso tutto il resto. Non ero felice, ma mi credevo un buon combattente: facevo un vanto di quell’iperrazionalità che mi teneva in vita. Ma ora che ho visto cosa succede quando la abbandono, mi appare meno come un dono e più come una prigione, al di fuori della quale non sembra esserci niente. Pensavo di non amare perché non avevo trovato; e invece non sono capace a rendere felice. Pensavo di non chiedere perché non avevo bisogno; e invece non sono capace a farmi aiutare.

Se non sono io, se la mia visione romantica è un delirio adolescenziale e siamo tutti invariabilmente soli a prescindere da quanto profondi siano i nostri rapporti, allora ho solo dimostrato la mia debolezza nel sentire la necessità di qualcosa di più – debolezza credo trascendentale, ma è una magra consolazione. Se invece sono io, se a rendermi speciale è l’incapacità di costruire una relazione che non sia interamente costituita da paranoie e convenienze, allora posso abbandonare ogni speranza di accettare quello che sono, perché quello che sono riposa su un handicap con cui non credo valga la pena vivere.

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Non credo di averci mai fatto caso, ma credo che il motivo per cui mi piace stare con te, o, diciamo, avere a che fare con te, sia che non mi sono mai sentito giudicato da te. È un sentimento, ed è chiaro che se questo è il problema mi sono sempre circondato delle persone sbagliate e il tuo essere te non è poi così speciale, ma in questo momento che davvero ne avrei bisogno, in questo momento che come capita spesso non ci sei, allora sì, è speciale. Potrei dire che il tuo silenzio, il tuo sorriso tranquillo, sono cose che dipendono per lo più da quanto poco ti importa di me. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo, e forse più che codardia è istinto, e se siamo istinto mi va anche bene.

Non mi sono mai davvero aperto con te, non dopo la prima volta. E sì che ci ho provato. La prima volta non è andata male: hai detto le quattro cazzate che dovevi dire, credo anche pensandole, e neanche me le ricordo, anche se chiaramente non hanno aiutato. E di ricambio, con tutto quello che mi hai raccontato, non credo tu ti sia mai davvero aperta con me. Forse qua è dove dovrei accettare che tra di noi non c’è mai stato niente, ma in questo momento che ti sto pensando senza un particolare motivo, in questo momento che ho voglia di rivederti, allora sì, tra di noi c’è stato tutto. E lo so che anche tu mi pensi senza motivo, ho le prove, ho la tua calligrafia dove davvero non dovrebbe esserci.

Ti dirò la verità, ho cercato di dimenticarti più di una volta. Perché, perché, perché, non lo so. Cioé lo so ma sono motivi scemi. Sono sempre scemi i motivi per stare lontani. E poi, come dici sempre, non è mica cosi facile liberarsi di te. Ho cercato di soffocarti in così tanti modi. Ma stavo mentendo a me stesso, perché il tuo cuore dal portafogli non l’ho mai rimosso in tutti questi anni. Lo sai che all’inizio ti ho perso perché non volevo perderti? Già allora importavi più di quanto fosse ragionevole importare, e di quel fiero affetto tutto quello che ti ho lasciato è la mia frustrazione. Ma non me l’hai mai rinfacciato.

Boh, ci sto girando attorno, in questo momento, questo momento che non so cos’ha di diverso dagli altri, sto pensando che se potessi mai avere una persona vicino, non dico che vorrei fossi tu perché sarebbe superimbarazzante per entrambi, ma vorrei tanto fosse come te. Perché non sono a mio agio con te, e non sono capace a confidarmi con te, e non ci facciamo ridere a vicenda, e mai per un istante ho pensato che avremmo senso come un qualcosa. Ma se c’è una persona al mondo che può farmi stare bene, d’istinto quella persona sei tu. O, diciamo, è come te.

Possiamo parlare?

Detta proprio così, come forse non l’ho mai detta. E ci saranno le convenzioni e tutto, non lo so, io i teen li ho trascorsi un po’ a cazzo e certe cose non le ho mai capite, tipo che certe cose si lasciano intendere e altre vanno interpretate e troppe parole fanno male, ero lì che mi scrivevo tutte queste belle teorie su come funziona il mondo ma poi mi sono stancato anche perché il valore predittivo era sottoterra.

Sono qua, un po’ implorante come lo ero allora con gli occhi, a chiederti hey honey, possiamo parlare? Possiamo raccontarci le nostre vite e riderci su senza pianger l’essere adulti e gli altri tempi? Possiamo evitare le formalità e riprendere ogni volta da dove abbiamo lasciato in totale fiducia di quello che significhiamo l’uno per l’altro? Possiamo metterci d’accordo per vederci uno di questi giorni anche se abbiamo un bordello di impegni contando sul fatto che stare insieme non sarebbe comunque tempo sprecato? Possiamo dirci la verità una volta per tutte invece di ostinarci a ignorare queste pesanti polveri che hanno ricoperto i nostri cuori?

Lo dico qua, dove tanto non lo leggerai mai e se lo leggerai non immaginerai che sto pensando a te, perché dentro di me lo so che la risposta è no e che certe strade non si possono percorrere all’indietro. Parlare, parlare davvero, non fa che peggiorare la situazione, perché se cominci a scavare ti accorgi che non ci sono ragioni, e allora cala il silenzio, come se di silenzio non ne avessimo già sopportato abbastanza. Parlare non è quel rimedio magico che piace sognare, perché alla radice tutti i problemi nascono precisamente dal non avere nulla da dire.

Ma la consapevolezza della nostra impotenza non fa niente per ricucire la divergenza con cui hai sfrangiato la mia innocenza. E così continuerò a chiederti, in qualunque angolo tu non possa sentirmi, in qualunque dimensione tu non possa trovarmi, in qualunque lingua tu non possa tradurmi, hey honey, possiamo parlare?

Possiamo essere di nuovo ciò che abbiamo ingiustamente promesso saremmo stati in eterno?

Stavo pensando che tutto sommato di poco normale è un pezzo che non c’è niente. La mia scrittura è ormai relativamente chiara, e gran parte del mio pensiero l’ho rubata a persone che magari troppo normali non erano, ma appoggiarsi al genio altrui è quanto di più comune ci sia a questo mondo. Però non me la sentirei mai di cambiare il nome a questa prolissa parallela di cui mi sono preso cura tanto a lungo, non mi sembra neanche di averne il diritto, quindi niente, lamentela assolutamente inconclusiva.

Appena passato il quinto anniversario, ora che ci penso. Quinto di tante cose, anche belle, perché in fondo ho cominciato a scrivere quando ho cominciato ad avere qualcosa da dire, e finché qualcosa c’è significa che non è proprio tutto vuoto, o così scemo da non riuscire a condividerlo. Poi oh, i temi di religione li riempivo anche prima (e come mi dispiace averli persi, davvero), però era tutto completamente astratto dalla mia esperienza, che semplificavo a tal punto da non riuscire a capirla neanch’io, e così facevo casini. Non come ora, che continuo a far casini lo stesso, ma almeno quando esce fuori non cado dalle nuvole. Ci stavo tanto male, e mi sentivo tanto diverso dagli altri nella mia incomprensione, perché non mi entrava mica in testa che se non capivo voleva dire che c’era qualcosa da capire. E immagino sia un sentimento relativamente comune in quell’età pre-adolescenziale, in cui non c’è ancora la coscienza necessaria a vedere quanto siamo terribilmente uguali, e depressi, e con un qualche significato negli occhi.

Non che tutti i ragazzini trascorrano la loro pubertà in lacrime. Alcuni, forse. Io no, o almeno, mai da solo nel letto come un deficiente. Giusto quando mi incazzavo, che è sempre da deficiente, ma almeno non sembrava un dramma esistenziale. Mai avuta tutta questa tolleranza per chi si piange addosso, o per essere più precisi, per quelli che giustificano ogni fallimento e reazione con il loro modo di essere (come se tra l’altro la cosa non li riguardasse) e poi ci stanno male lo stesso. Okay, basta leggere qualche pagina addietro per cogliere l’ipocrisia, ma forse è proprio per questo, perché mi irritava profondamente quando mi trovavo a farlo io. E non è mica perché alla fine sono tutte stronzate e c’è sempre chi ce l’ha più seria, questo è un punto orribilmente arrogante, ognuno ha la vita che gli capita e sarà ben libero di essere triste (o felice) quando cazzo vuole a prescindere dal numero di persone che stanno crepando di fame sotto la finestra. Almeno la libertà di sentimento, almeno quella lasciatecela. No, mi irritava perché anche se le cose non vanno bene c’è sempre un’altra strada su cui continuare, e a prendere tutto un po’ più per come capita si farebbe un mondo migliore, soprattutto se si ha già la coscienza che siamo quello che siamo. Da lì a volere quello che vogliamo non è così lontana, no?

Fine sfogo. Oddio, ci ho messo la morale. Come ai vecchi tempi. Forse quello che sono io è un gran rompicoglioni, e chissà da lì cosa posso volere. Ma che la cosa mi riguardi o meno, ehi, nessuna croce. Lo so che non sono cattivo. Lo so perché me l’han fatto notare. Magari un giorno imparo anche ad andare oltre il cheesy in amore e lo snarky in amicizia, tanto per vedere se qualcosa trovo. E le riflessioni poco normali diventeranno le normalissime riflessioni di un ventunenne che non dorme abbastanza.

Sembra così facile, prendere in mano la propria vita. Eppure, a guardare gli altri da fuori, paiono sempre incapaci o immorali nella loro interpretazione di libertà. Tu non fai eccezione, col tuo dolce stanco pedalare. C’è chi ti invidia e chi ti compatisce, e c’è chi come me davvero non capisce, e tutti insieme a stringere ih questo cerchio di farfalle dove se ne muore una si può sempre spingere un po’ più avanti ed è come se non fosse successo niente.

Per un attimo ho avuto paura. Paura che l’unico progetto degno di esistere debba farsi carico di un primo posto in una qualche classifica. Paura che il migliore amico sia l’unico che possa tenere in piedi il sorriso da solo. Paura che l’unica carezza che valga la pena di ricordare sia quella di un amore eterno. Non sarebbe permesso sottrarsi per rifiuto della competizione, perché questa non è una gara che si potrebbe vincere sbarazzandosi degli avversari. E forse neppure la vittoria più completa sarebbe sufficiente.

Se davvero mi sono meritato quel posto in paradiso, prima di accettare l’offerta vorrei almeno sapere in cosa consiste. Perché per ogni istante in cui ti guardo negli occhi e mi sorridi in risposta so che non ci può essere un paradiso senza di te. Ma per ogni volta che il mio stomaco ha ceduto e il nostro rapporto si è risvegliato in una pozza di vomito sull’asfalto, so che non basterebbe un’eternità a cancellarne il sapore. E non si può modificare la realtà per uno stupido sogno: come ho già detto tante volte, senza un’identità precisa, una relazione è niente.

Forse, nel punto più alto, siamo farfalle universali. Forse siamo davvero arrivati a destinazione quando siamo tutti la stessa cosa, e allo stesso tempo noi stessi. Ma ci vuole talmente poco, a perdere le ali per una sciocchezza, che non saprei neppure dove cominciare a cercare una qualche sicurezza. Penso a te, ogni tanto, ma dentro di me so che non sei una risposta adeguata. Vorrei sapere com’è fatta, quella giusta, e se chi l’ha trovata è consapevole della sua fortuna.

E allora, così di sfuggita, mi capita di chiedermi se hai ragione. Se accettare quelle regole non scritte è l’unico modo di sentirsi a posto senza doversi appoggiare sui singoli, in attesa di raggiungere la cima. E quando sono davvero giù sono a un passo dal crederti, e mi arrenderei ai tuoi piedi in un mare di rimorsi, se non fosse che di quella cima, a me, proprio non importa. Non la comprendo, non la ammiro, e forse neppure la vedo. E in effetti non ti comprendo, e a essere sincero non ti ammiro affatto, e probabilmente con questi occhi alla tua anima non ci arrivo.

Chissà cosa pensano i tuoi occhi della mia. Immagino non abbiano tempo per porsi tutte queste domande, impegnati come sono a correre da un volto all’altro, come se agli angeli non disturbasse trascorrere l’esistenza in una sala d’attesa. Ah, ma per te sono tutte persone, un bordello di carineria al prezzo di un sorriso. E ti accompagno anche volentieri, ma offri sempre te, e io sono stanco, stanco che la sola scelta sia ospite o puttana. Sento che il cielo ci ha lasciato qualcosa di più bello, e potremmo ricominciare in meglio, se solo riuscissimo ad afferrarlo.

Ma non fraintendere la mia confusione. Non risiede in me l’intenzione di metterti qualcosa in testa con queste parole. Non voglio che il mio marchio sia rigido e ferito come una pagina di diario. No, desidero invece scorrere rapido al tuo sguardo in pallida trasparenza, e che la ferita sia tua, profonda quanto le occhiaie della nostra giovinezza. In quel sangue, forse, troverò le risposte che cerco, e se dio vuole anche il calore delle tue iridi.

Didascalie

C’è chi è nato per scattare fotografie, c’è chi è nato per farsi ritrarre. E poi c’è chi, come me, passa la vita a comporre inutili didascalie, ma non è davvero un triangolo, solo una retta e uno stalker, perché non c’è dipendenza tra loro e noi: non sarò mai il tuo soggetto, e ovviamente dei consigli di un neofita te ne faresti poco.
Di cosa ti sorprendi, allora, se sento il mio mondo così lontano dal vostro? Cerchi di costruire un pensiero nuovo che non esiste, come se l’esperienza ti concedesse il diritto di scegliere quando si può spiegare e quando è così e basta. Questa è la libertà che offre ogni briciolo di conoscenza in mezzo agli ignoranti, la libertà di manipolare il mondo a proprio piacimento con il solo supporto di un’imperturbabile faccia di merda. Magari concedi pure loro di scegliere le pose, come se poi non toccasse a te decidere il filtro, trasformando ogni errore in attento calcolo. E se dietro c’è l’ideale di dare questa libertà a tutti allora quel poco di rivoluzionario che è rimasto in me è sinceramente commosso, ma le utopie sono passate di moda da almeno mezzo secolo.

E sto divagando, come mio solito. Volevo dirti qualcosa, ma se guardi bene sono anni che non sono più capace a parlarti. Forse è sempre stato così, forse sto covando rancori vecchi di secoli, forse non sei tu e sono io. Ma il passato sembra svanire quando c’è voglia di cantare nell’aria, e un paio di ricordi non hanno troppo senso, e cambiati lo siamo entrambi. C’era un vivi e lascia vivere, e non l’abbiamo mai abbandonato, ed è un po’ tutto quello che ci accomuna, insieme a quel po’ d’affetto che ci portiamo dietro tanto per.
E per tutta la strada che abbiamo fatto, ti comporti ancora come se conoscessi tutte le equazioni necessarie per risolvermi, ma solo perché quando esplodo le mie schegge tagliano in profondità non significa che la mia anima sia di vetro. Non che importi, a questo punto, tanto farai finta di niente, come hai sempre fatto, tutto ovvio e prevedibile, cose da bambini che prima o poi cresceranno. Che poi ci sta anche, a dare attenzione a quelli che scrivono si rischia di montar loro la testa, e dio ce ne scampi, che di arroganti ce ne sono già abbastanza dagli altri due lati.

In realtà quello che cercavo di dirti è che ho questa strana cosa dentro, e ho finalmente capito la magia del vagone, ma mi fa male e allora devo lasciarla andare, chissà tu come cazzo fai, tu che ti intenderai anche di immagini, ma le didascalie sono un’altra cosa, e io anche.

Ti amavo davvero, sai. Non tanto per dire, e non con particolare consapevolezza di cosa significhi, perché come l’esperienza non manca mai di ricordarmi io cosa significa amare non l’ho mai compreso. Però facciamo che ne abbia un’idea abbastanza precisa. Anzi, facciamo che io abbia *ragione*, tanto i pensieri sono i miei. Allora ti amavo davvero, sai.

E ti vedo già, a chiedermi una conclusione. Quelli come te sono sempre lì ad aspettare il quindi. Ma io un quindi non ce l’ho. A volte ho dei bei ricordi, che sicuramente condividi anche te. Vabbé, diciamo che mi piace pensarlo. E a volte non ho neppure quelli, ma poi che importa. A riportare l’affetto sul pratico ci riesco solo con le parole, poi magari ti sento e va tutto a puttane. E le stelle mi urlano che ho torto, che l’affetto non si riporta da nessuna parte, ma le stelle cadono anche loro, e allora forse così attendibili non lo sono.

Così guardo il buio e vedo se cambia qualcosa, la speranza sempre viva che basti la canzone giusta al momento giusto. Speranza sempre valida, come ho imparato, ma la combinazione non l’azzecco proprio sempre. E posso scriverti da un letto come da una scrivania, pensarti da una strada come da un treno, e sei sempre la stessa persona, e di giustificazioni non ne trovo, e di giustificazioni sbaglio a cercarne e brucerò per questo. Che poi, la *mia* giustificazione è, banalmente, che questo sono io. E se non ti piace te ne vai. E così è successo. E non cambierei per nulla al mondo, figuriamoci per te. Se amare significa questo, allora eri nel giusto per tutto questo tempo e io sono un’egocentrica testa di cazzo che non conoscerà mai nulla di diverso dalla solitudine più sincera.

Ma come dicevo, questa è la mia lettera e tu non la leggerai mai e allora decido io cosa è giusto o meno. La sincerità non è compresa, perché delle tue verità mi sono stancato tanto tempo fa. Non è un rifiuto di ascoltare, quanto un disperato appello a un tuo rifiuto di *spiegare*. Non puoi spiegare. Non puoi sistemare. L’unica cosa che puoi fare per me ora è saltare in mezzo ai binari e rimanerci una volta per tutte. Vorrei dire che ti seguirei, ma non è davvero il mio stile. Starei lì a rimpiangere di lasciare come ultimo ricordo l’incazzatura di qualche pendolare innocente. No, io rimarrei fedele alle mie fantasie da bambino, e punterei alle persone che amo.

Per il resto, sai, non so cosa ci faccio quì. Sì, non riesco a dormire, ma insomma, ci sono altri modi per passare il tempo. È che poi mi sentirei in colpa, a tagliare le ali di parole tanto contente di vedere il cielo ancora una volta. Non che abbia mai visto qualcuno sentirsi in colpa per aver tagliato le mie, ma forse va bene così, forse puntavo più lontano di quanto potessi promettermi. Ed è ironico ammettere di voler lasciar passare il flusso dei miei pensieri così senza filtro, un paragrafo dopo averti chiesto di chiudere la bocca per sempre. Ma immagino di non volerlo davvero, a guardar bene. Ti ascolto sempre volentieri, sempre con l’illusione priva di alcun fondamento che tu abbia qualcosa di dire, illusione che hai sempre imposto agli altri di credere anche a costo di passare per un’arrogante testa di cazzo.

Chissà se ho qualcosa da dire io. Righe su righe, e ancora non ne sono sicuro. Potrei chiederlo a te, ma so che sarebbe inappropriato. Non sono ottuso come credi. La verità, la mia verità, è che quello che ho da dire io non l’hai mai voluto ascoltare. E allora insisto senza ritegno, pensando che se mi ascolto a sufficienza qualcosa arriverà anche a te. Il vento si ricorda di quando i nostri sguardi si sono incrociati, e magari mi farà questo favore per un respiro o due.

Romantico, vero? Vedi, forse sta tutto qua. Potrebbe dipendere dalla mia innegabile mancanza di lucidità, o magari ho finalmente ricordato la canzone giusta, che da un’ora o più sto disperatamente cercando di non citare a random come un sedicenne in calore. Rimane il fatto che ho realizzato, in un momento che è scappato tanto veloce quanto si è fermato per salutare, che esistono delle persone migliori di noi. Esistono delle persone che non si prendono per poi di peso buttarsi, che combatterebbero fino alla fine per ciò in cui credono, che non perdono tempo in promesse né ne pretendono in cambio. Persone che probabilmente sanno meglio di noi cosa significa amare, e sono rispettabili per questo.

Eppure alla fine, che non è detto sia la parte che conta ma questa è ancora la mia lettera, è un sorriso e non una lacrima ad accompagnare questa infinita notte al suo riposo giornaliero, quando penso che nel mio cuore sarai sempre la mia romantica testa di cazzo.

Inconscio mattutino

L’amicizia senza stima è qualcosa di sporco e malato, e dietro a un amico c’è sempre una persona.

Lettera a un’amica

Ehi.
Mi fa piacere sentirti. Non ci siamo visti per molto tempo, e nonostante molte cose siano cambiate ho aspettato con ansia questo momento.

Se stavi cercando di scappare, ormai avrai capito che è del tutto inutile. Non avrei mai avuto il coraggio di spezzare le tue illusioni, e non so se deciderai mai di perdonarmi per questa omissione di soccorso; ma sono dell’idea che fosse necessario un certo grado di crescita interiore per comprendere a pieno l’errore e lasciarsi i sogni alle spalle.

Tempo fa avrei voluto sognare con te, e parte di me non ha lasciato questa strada… Ma è una strada vuota, ricolma di fiori infreddoliti. Mi conosci: preferisco le strade delle fiabe, quelle che non vanno da nessuna parte. Sono difficili da percorrere in due, e probabilmente all’epoca mi sarebbe toccato trascinarti. Vorrei tanto che non fosse più così, che potessimo ancora incamminarci in silenzio, ma, come so che sei cambiata, sono anche a conoscenza della tua maledetta testardaggine, la stessa testardaggine che mi porterà a viaggiare da solo, verso quei castelli di pioggia che abitano le mie contorte memorie.

Hai trovato la tua pentola d’oro, honey? Io sto ancora cercando. Ho visto cuori aperti in due, trafitti, devastati – nulla di tutto questo appartiene alla realtà. Siamo in un sogno, io e te: ma è un sogno molto diverso da quello in cui speravamo entrambi, forse per il bene di noi stessi, o forse per innato quanto impercettibile altruismo. Non mi rispondere che non lo sapevi, perché non ti crederò; non dire che non sai cosa significa, perché ho trovato la verità che cercavo, e le vecchie stelle hanno smesso di brillare.

Brillano ancora i tuoi occhi? Scommetto di sì. Come dovevano brillare i miei, quando mi asciugavi gli occhi con mano invisibile! Certi splendori sono perduti per sempre, ma era solo espressione di un bisogno. Come avevi bisogno di me, quando ti asciugavo il cuore con occhi di ghiaccio! Certi braccialetti sono perduti per sempre, ma era solo un pezzo di ragnatela. Una ragnatela che non avrebbe ceduto neanche se ci fosse sceso sopra un meteorite, ma i ragni… I ragni non sono così resistenti. La ragnatela non si è mai mossa, siamo noi che l’abbiamo abbandonata. E ora il viaggio di ritorno è al di fuori delle nostre possibilità, com’era prevedibile.

Quante parole. Le parole sono inutili, dicono i ragni con lungimiranza. Sapessi disegnare, avrei progettato una nuova ragnatela; sapessi cantare, avrei rianimato le stelle cadute; sapessi torturare, avrei mutilato le memorie più scomode. Certamente le parole mi aiutano, ma non possono fare nulla per te, te che sei tutto ciò che importa perché io da solo non sono niente, perché le tue sono le sole mani che abbia mai avuto senso stringere. E mentre gli avvoltoi ci danno per morti, io scriverò un nuovo sogno, il tuo testamento, la mia confessione.

Se dovremo piangere lo faremo insieme, ovunque tu sia. Non ci sono limiti, nei sogni.

Fra

Mani

I rapporti nascono e muoiono. È il mio mantra. È un fatto di cui sono assolutamente convinto.
Però c’è modo e modo.

C’è chi fa finta di niente, e tira avanti e non si sveste dei panni che è solito portare. Entrambe le parti sentono che non c’è più nulla da dire e scrivono la parola fine. Anzi, non hanno neppure bisogno di scriverla. È così, che c’è di strano, capita. Capita.
A volte una relazione va troppo lontano, e bisogna fermarla. Potrebbe sfociare in qualcosa di non desiderato. ”Fermare” una relazione. Già come concetto è disgustoso. Se le cose vanno in una direzione, ci dev’essere un motivo. Si può sbagliare, ok, ma è meglio di troncare prima per paranoia. Almeno ci sarà qualcosa da raccontare, dopo.
A volte una relazione non va abbastanza lontano. Non progredisce, sta lì, moscia, decadente come il culo di una vecchia. E allora si spinge, e a forza di spingere ci si fa male alle mani. Se si insiste, il burrone è in agguato. E spesso saltiamo giù anche noi, in caduta libera, all’inseguimento di qualcosa che si sta spegnendo per sempre.
A volte una relazione viene fraintesa. Si provano dei sentimenti, delle emozioni, ma non sono le stesse dell’altro. Ogni cosa viene vista da un punto di vista diverso. Ed è un crescendo di equivoci fino al gran finale, lo spiazzante colpo di scena. Alcuni attutiscono l’impatto con le menzogne, altri si fanno prendere dall’orgoglio e aprono il culo a testa alta, altri ancora non hanno neppure la forza di reagire e crollano in preda alla disperazione.
A volte la relazione non c’è. L’errore stava alla base, nel credere che si potesse essere felici. Quando invece era tutto vuoto, insignificante. Quando si pensa a come sarebbe stato poterla consolare quando soffriva, farla ridere quando era triste, abbracciarla quando piangeva. E ci si accorge che non è un pensiero, è un’utopia.

Abbiamo tutti bisogno di qualcuno. Tutti. E se c’è qualcosa che ci aiuta ad andare avanti è la convinzione che quel qualcuno esiste, può afferrarci all’ultimo istante e salvare le nostre pericolanti esistenze. Che sia un amico, o qualcosa di più, non importa; quando alla fine di tutto gli si stringerà la mano, ci si chiederà se non è stato tutto inutile. Se valeva la pena di continuare a vivere per una fantasia che una volta realizzata è destinata a rinnovarsi.
Sorprendentemente (o forse no), la risposta è sempre affermativa. Non importa quale sia la conclusione, in quanto si vive per ricominciare a sognare.