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Ali

Sta girando tutto intorno alla stessa cosa da mesi, forse anni. Non riesco a tirarne fuori il centro. Persone che alla fine ci credo che mi vogliono bene. Abitudini che il più delle volte mi strappano ancora un sorriso. Sai quando il controllo va a puttane, e dopo aver sfondato mezza casa ti guardi intorno e ti viene da ridere e va di nuovo tutto bene? Tutte quelle ore a letto, mai fatto caso al soffitto. Lettere che volevo scrivere, ma non l’ho mai fatto per paura di cambiare idea. Svegliarmi e non sapere che giorno è, l’indecisione se preparare il pranzo o la cena. Il vicino rompicoglioni con la chitarra, o che ascolta la chitarra, e che canta, o ascolta qualcuno che canta. Non canterò mai più ragazzine strafatte su quella strada, perché su quella strada non ci passerò più. Mai più a notte fonda lo spazzino dell’area riservata che non parla inglese. Ci sono parole che volevo sentire, ma non le ho mai dette per paura di essermele inventate. Fotografie che vorrei non vedere più. Tavolette di cioccolato e tazzine di formaggio, in quest’ordine. Avanti ed avanti senza fretta a sperare il giorno dopo, ma il giorno dopo diventa oggi troppo in fretta. Cosa credo di me? Cosa succede se quello che ho chiesto non era vero ma l’ho ottenuto lo stesso? Ritratti che non somigliano a nessuno. Ricordi che non somigliano a nessuno. Voci di fantasmi vicini che non ho cercato di tenermi vicino. Fantasmi di voci distanti così facili da ritrovare. Che scusa, metterla sul politico quando è solo personale. Ogni categoria è fatta di individui. Solidarietà, simpatia, stupidità. Sostanziale ignoranza. Sostanza volatile e indescrivibile. Voglio volare via con l’essenza che ho tradito, guardare lontano con l’anima che ho trovato, cadere nel vuoto come in un sogno dimenticato.

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Stavo pensando che tutto sommato di poco normale è un pezzo che non c’è niente. La mia scrittura è ormai relativamente chiara, e gran parte del mio pensiero l’ho rubata a persone che magari troppo normali non erano, ma appoggiarsi al genio altrui è quanto di più comune ci sia a questo mondo. Però non me la sentirei mai di cambiare il nome a questa prolissa parallela di cui mi sono preso cura tanto a lungo, non mi sembra neanche di averne il diritto, quindi niente, lamentela assolutamente inconclusiva.

Appena passato il quinto anniversario, ora che ci penso. Quinto di tante cose, anche belle, perché in fondo ho cominciato a scrivere quando ho cominciato ad avere qualcosa da dire, e finché qualcosa c’è significa che non è proprio tutto vuoto, o così scemo da non riuscire a condividerlo. Poi oh, i temi di religione li riempivo anche prima (e come mi dispiace averli persi, davvero), però era tutto completamente astratto dalla mia esperienza, che semplificavo a tal punto da non riuscire a capirla neanch’io, e così facevo casini. Non come ora, che continuo a far casini lo stesso, ma almeno quando esce fuori non cado dalle nuvole. Ci stavo tanto male, e mi sentivo tanto diverso dagli altri nella mia incomprensione, perché non mi entrava mica in testa che se non capivo voleva dire che c’era qualcosa da capire. E immagino sia un sentimento relativamente comune in quell’età pre-adolescenziale, in cui non c’è ancora la coscienza necessaria a vedere quanto siamo terribilmente uguali, e depressi, e con un qualche significato negli occhi.

Non che tutti i ragazzini trascorrano la loro pubertà in lacrime. Alcuni, forse. Io no, o almeno, mai da solo nel letto come un deficiente. Giusto quando mi incazzavo, che è sempre da deficiente, ma almeno non sembrava un dramma esistenziale. Mai avuta tutta questa tolleranza per chi si piange addosso, o per essere più precisi, per quelli che giustificano ogni fallimento e reazione con il loro modo di essere (come se tra l’altro la cosa non li riguardasse) e poi ci stanno male lo stesso. Okay, basta leggere qualche pagina addietro per cogliere l’ipocrisia, ma forse è proprio per questo, perché mi irritava profondamente quando mi trovavo a farlo io. E non è mica perché alla fine sono tutte stronzate e c’è sempre chi ce l’ha più seria, questo è un punto orribilmente arrogante, ognuno ha la vita che gli capita e sarà ben libero di essere triste (o felice) quando cazzo vuole a prescindere dal numero di persone che stanno crepando di fame sotto la finestra. Almeno la libertà di sentimento, almeno quella lasciatecela. No, mi irritava perché anche se le cose non vanno bene c’è sempre un’altra strada su cui continuare, e a prendere tutto un po’ più per come capita si farebbe un mondo migliore, soprattutto se si ha già la coscienza che siamo quello che siamo. Da lì a volere quello che vogliamo non è così lontana, no?

Fine sfogo. Oddio, ci ho messo la morale. Come ai vecchi tempi. Forse quello che sono io è un gran rompicoglioni, e chissà da lì cosa posso volere. Ma che la cosa mi riguardi o meno, ehi, nessuna croce. Lo so che non sono cattivo. Lo so perché me l’han fatto notare. Magari un giorno imparo anche ad andare oltre il cheesy in amore e lo snarky in amicizia, tanto per vedere se qualcosa trovo. E le riflessioni poco normali diventeranno le normalissime riflessioni di un ventunenne che non dorme abbastanza.

Timide rette all’infinito

Dov’è il risultato a cui stiamo pensando? Non possiamo vederlo un attimo dalla finestra, così, per darci una qualche motivazione? Lasciare che i giorni passino senza alcuna significativa differenza si trasforma spesso in un semplice sogno, e mentre il sogno svanisce lentamente come ogni sua manifestazione, le spalle si curvano stancamente appena sono nascoste dal pubblico, come timide rette all’infinito. Per tornare dritti bisognerebbe andare materialmente lontano, in cerca della solita illusione che tanto non sa di niente e basta un minimo di cinismo per saperlo prima ancora di vedere l’aeroporto.

Però forse così cinico non sono, perché a me gli aeroporti piacciono. Come in una stazione, sembra che sorridano tutti. E gli addii, che poi non sono mai addii ma abbiamo una passione per il drammatico, e le persone che si corrono incontro per un semplice abbraccio, e chissà se sono mesi o anni, e chissà se alla riunificazione seguirà qualcosa per cui valeva la pena aspettare. E mi piace prendere e partire, anche per una cosa stupida per cui non partirebbe nessuno, tanto se anche ne esce un rimpianto ci sta tutto un ritorno per sognarci su al finestrino.

Piccole speranze crescono, come sempre. Come se dietro a ogni angolo riposasse il potenziale di un evento così significativo da plasmare un’intera esistenza. E nel frattempo costruire su ciò che sappiamo e tocchiamo, un continuo accumulo confuso e ridondante, tutto in attesa o forse in finta rassegnazione. Lo so che per dove vogliamo realmente andare non vendono nessun biglietto. Però ci andrei anche a piedi, se solo sapessi in che direzione si trova.

Riapro il cassetto e sono ancora lì, i miei sogni, ma si sono già avverati, poi non ho capito bene cos’è successo e ora quel cassetto è passato.
Riapro il cassetto ed ecco le mie ali. Faccio collezione. Mi piace cambiarle spesso. Poi magari mi scordo di usarle. Però se le ho comprate è un punto in più. Poi magari le uso troppo e prendo fuoco. Un punto in più. E la collezione è più bella che mai.
Riapro il cassetto e com’è semplice l’amore sul timido retro di una cartolina. Rileggo quei fogli e quasi sono lì a rispondere, ma ho già risposto, anche se non ricordo cosa, anche se devo aver risposto male, perché sono i fogli in fondo. Anch’io ti voglio bene. Questo risponderei. Ma dovevo fare il poeta, e i giri di parole, e il messaggio non è arrivato. Non ci crede più nessuno. Non ci credo neanch’io.

Ogni volta che riapro il cassetto mi trovo a pensare che, solo un attimo prima, il cassetto era chiuso.
Che strano, che quanto di più forte è rimasto sia il pungere della lontananza. È strano perché allora dovrebbe essere questo il momento più devastante. Forse il problema è che adesso non si tratta più di semplice distanza. Adesso quelle persone non ci sono più, sostituite da qualcosa che con la mia anima non ha più niente a che vedere.
Gli angoli del cuore sono un’idea romantica, ma preferisco lasciare i ricordi nelle pieghe di un portafoglio, sempre al mio fianco come un portafortuna, anche se la fortuna con queste morti ha poco a che fare. Come foto di un’essenza ormai perduta, prive di alcuna pretestuosa didascalia. Le prolissità, le confessioni, le spiegazioni… Quelle possono restare nel cassetto, e non c’è davvero bisogno di riaprirlo. L’affetto non è complicato. È tanto semplice quanto un portachiavi scolorito di Snoopy.

Sembra così facile, prendere in mano la propria vita. Eppure, a guardare gli altri da fuori, paiono sempre incapaci o immorali nella loro interpretazione di libertà. Tu non fai eccezione, col tuo dolce stanco pedalare. C’è chi ti invidia e chi ti compatisce, e c’è chi come me davvero non capisce, e tutti insieme a stringere ih questo cerchio di farfalle dove se ne muore una si può sempre spingere un po’ più avanti ed è come se non fosse successo niente.

Per un attimo ho avuto paura. Paura che l’unico progetto degno di esistere debba farsi carico di un primo posto in una qualche classifica. Paura che il migliore amico sia l’unico che possa tenere in piedi il sorriso da solo. Paura che l’unica carezza che valga la pena di ricordare sia quella di un amore eterno. Non sarebbe permesso sottrarsi per rifiuto della competizione, perché questa non è una gara che si potrebbe vincere sbarazzandosi degli avversari. E forse neppure la vittoria più completa sarebbe sufficiente.

Se davvero mi sono meritato quel posto in paradiso, prima di accettare l’offerta vorrei almeno sapere in cosa consiste. Perché per ogni istante in cui ti guardo negli occhi e mi sorridi in risposta so che non ci può essere un paradiso senza di te. Ma per ogni volta che il mio stomaco ha ceduto e il nostro rapporto si è risvegliato in una pozza di vomito sull’asfalto, so che non basterebbe un’eternità a cancellarne il sapore. E non si può modificare la realtà per uno stupido sogno: come ho già detto tante volte, senza un’identità precisa, una relazione è niente.

Forse, nel punto più alto, siamo farfalle universali. Forse siamo davvero arrivati a destinazione quando siamo tutti la stessa cosa, e allo stesso tempo noi stessi. Ma ci vuole talmente poco, a perdere le ali per una sciocchezza, che non saprei neppure dove cominciare a cercare una qualche sicurezza. Penso a te, ogni tanto, ma dentro di me so che non sei una risposta adeguata. Vorrei sapere com’è fatta, quella giusta, e se chi l’ha trovata è consapevole della sua fortuna.

E allora, così di sfuggita, mi capita di chiedermi se hai ragione. Se accettare quelle regole non scritte è l’unico modo di sentirsi a posto senza doversi appoggiare sui singoli, in attesa di raggiungere la cima. E quando sono davvero giù sono a un passo dal crederti, e mi arrenderei ai tuoi piedi in un mare di rimorsi, se non fosse che di quella cima, a me, proprio non importa. Non la comprendo, non la ammiro, e forse neppure la vedo. E in effetti non ti comprendo, e a essere sincero non ti ammiro affatto, e probabilmente con questi occhi alla tua anima non ci arrivo.

Chissà cosa pensano i tuoi occhi della mia. Immagino non abbiano tempo per porsi tutte queste domande, impegnati come sono a correre da un volto all’altro, come se agli angeli non disturbasse trascorrere l’esistenza in una sala d’attesa. Ah, ma per te sono tutte persone, un bordello di carineria al prezzo di un sorriso. E ti accompagno anche volentieri, ma offri sempre te, e io sono stanco, stanco che la sola scelta sia ospite o puttana. Sento che il cielo ci ha lasciato qualcosa di più bello, e potremmo ricominciare in meglio, se solo riuscissimo ad afferrarlo.

Ma non fraintendere la mia confusione. Non risiede in me l’intenzione di metterti qualcosa in testa con queste parole. Non voglio che il mio marchio sia rigido e ferito come una pagina di diario. No, desidero invece scorrere rapido al tuo sguardo in pallida trasparenza, e che la ferita sia tua, profonda quanto le occhiaie della nostra giovinezza. In quel sangue, forse, troverò le risposte che cerco, e se dio vuole anche il calore delle tue iridi.

Non riesco a pensarti

Sono qua, sdraiato sul letto, con un po’ di dolce malinconia ad accarezzare i miei occhi assonnati. Sono qua con questo familiare sentimento che da tempo non cerco neanche di mettere da parte, forse perché ho bisogno di una coscienza sporca per sentirmi una persona, o forse perché ho bisogno di voler bene a qualcuno nonostante tutto. Sono pronto, come tante altre volte, per venirti a trovare.

E mi accorgo che non ci riesco.
Il pensiero gira attorno alla tua immagine senza fermarsi da nessuna parte, senza mai mettere a fuoco, come se non fosse sicuro del perché è passato di lì. Del perché l’abbia mai fatto.

Non è che ho cancellato tutto. Se mi sforzo un attimo, posso recuperare i ricordi uno per uno, con tutti i loro sfocati sentimenti. Ma non c’è nessun flusso, nessun vagare automatico della memoria, nessun bizzarro brivido lungo la schiena. È come ascoltare per l’ennesima volta la mia canzone preferita, solo per riscoprirla vuota, un insieme di note e parole senza un vero significato.

È rassicurante, saper leggere il passato in chiave romantica. Se anche il mondo dovesse un giorno crollarti sotto i piedi, almeno hai qualcosa da raccontare: caduta o meno, almeno per un breve periodo ti eri preso la briga di esistere. Potrai sempre guardarti allo specchio sapendo che i tuoi occhi saranno là ad aspettarti.
Senza questa semplice abilità, al di là dell’umiliazione nel vedere il degrado di sentimenti che sembravano destinati a spostare montagne, anche quell’abbozzo di riflesso si scioglie nella nebbia di una qualunque notte senza stelle.

Vorrei poter dire che ho imparato qualcosa. Ma sarebbe illogico: non ho mai applicato la lezione, è il confronto che è venuto a cercare me. Tutto quello che ho fatto io è stato guardare, guardare il nuovo e odiare i miei scheletri. Come se uno scheletro potesse rispondere. È troppo facile, dare la colpa ai morti. Non possono tenersi in equilibrio su un paio di femori traballanti mentre ti sputano in faccia le contraddizioni che hai cercato di rimuovere. Al primo segno di buone intenzioni un soffio e via, nell’oblio con tutto ciò che non sono in grado di conciliare razionalmente con tanta decadenza. Un mucchio di ossa sul pavimento.

E ora? Mi manca la voglia di soffiare, di nascondere. Sono allo scoperto, senza più neanche l’ombra del mio affetto incondizionato per farmi scudo, e allo stesso tempo sono più disarmato che mai, privo di anche solo il minimo desiderio di giustificare.

Venivo a trovarti per abitudine, ma è alla tua fredda anima che mi sono abituato, e forse era ora che quell’inverno calasse anche su di me.

Davvero ci tenevo a dire

Per anni mi sono sentito quasi ingenuo a tenere la mia romantica posizione. A lasciare le mie ali scoperte, dove chiunque potesse vederle e tirarle e strapparle. Per anni ho cercato di spiccare il volo dal ramo che piace a me, e che se chiedo in giro non piace a quasi nessuno e dovrei vergognarmene, ché se il nero è il mio colore preferito, l’arcobaleno non lo vedrò mai neanche di striscio.

Ho visto persone scappare, ma chi scappa non si fa più sentire e non si può chiedere com’è andata, e chi resta si inventa storie senza lieto fine per giustificarne l’ignoranza di fondo. Ho visto persone soffrire, e sembra che i sorrisi debbano essere solo di circostanza e accettazione perché la vita è così. Ho ascoltato le conseguenze dell’amore in ogni sua forma, e ho ascoltato le amare conclusioni che ne venivano tratte, e quando me l’hanno chiesto il mio parere è rimasto lo stesso, e ovviamente non importava perché l’amore di una vergine non vale.

Tante volte ho detto che mi avete rovinato la vita, e tante volte mi son corretto subito, tranqui, è un’iperbole. Spesso ho riconosciuto la mia debolezza, e come in una novella natalizia è stato necessario chiarire che è dalla mia fragilità che traggo la mia tutto sommato invidiabile resistenza. Dai rimorsi e dai rimpianti ci sono passato come tutti, e ho parlato di inevitabile, e poi ho ammesso di non averne affatto senza neppure aver cambiato idea.

Non ho imparato a parlare, non ho imparato a guidare, non ho imparato a orientarmi. A dir la verità, non ho neanche imparato a disegnare. Non so leggere una cartina, il latino è inutile come lo era in terza media e una squadra del cuore ancora non ce l’ho. I miei cataloghi non sono stati abbandonati, sono perfettamente capace a difendere i libri che leggevo da piccolo e le canzoni continuano ad accumularsi senza sostituirsi e senza che mi sia dimenticato perché.

Per anni avete provato a spiegarmi, a farmi intuire i rischi. E l’autocontrollo, e la responsabilità morale, e la consapevolezza economica. Per anni sono rimasto sotto la vostra compassione ascoltando innumerevoli teorie sulla ribellione adolescenziale e le sindromi e la maturità. Vi ho ignorato per tutto questo tempo, e i miei consigli sono ancora i più sensati, e ancora l’accendino non è scattato senza che me l’avesse chiesto il cuore.

E mi avete dato dell’arrogante, e mi avete dato dell’amorale, e mi avete dato dell’anaffettivo, e mi avete dato dell’anarchico. E sono un pezzo di stronzo, troppe volte per contarle. Un idiota che non capisce come va il mondo, e che lontano da casa non sopravviverebbe due settimane. Una persona sostanzialmente sola, che non conoscerà mai il piacere dell’altro al di fuori dei suoi filmini. Un bambino mal cresciuto che un giorno si scontrerà con la dura realtà, e se piange adesso vedrai poi.

Per tutte le scommesse che ho perso, davvero ci tenevo a dire, almeno questa l’ho vinta io, perché questo strafottente figlio di puttana non è solo felice di essere al mondo, che fin qua è quasi facile e magari passa con il sole che sorge, ma è felice di stare volando come voleva, e non come gli avevano detto che doveva. Non è detto che vada lontano, ma quando un giorno brucerà, a raccoglierne le ceneri sarà un amore sincero, sincero come lo era stato il suo senza avervi dato retta.

E niente, dai. Sopravviveremo. Vinte le nostre personali sciarade, quasi felici in quanto reduci, le romantiche marce dei vecchi tempi. Siamo cresciuti troppo. C’è ancora spazio per certi slanci? Il punto è, per me i vecchi tempi erano una merda. Questo è il bel tempo, e non è mica quel sole soffocante privo di ogni pudore, no, è il buio dell’estate che lascia spazio al colore del cielo.

Dov’è che saremo andati. Cosa rimarrà dei sogni di una vita. Fa troppo caldo per tutto. Calata la brezza, calata la musica, colata di parole senza capo né coda. Ascoltarsi, ascoltarsi per fermarsi. Un buon tentativo. Semplice. Vuoto. Saremo completamente vuoti. Non noi. “Noi”. Dico che non importa. Dico e niente dai, sopravviveremo. E certo che sopravviveremo. Ma sopravviveremo da soli. E non sono certo il primo a dire che è meglio vivere che sopravvivere. E non sono certo il primo e non sarò certo l’ultimo con il tuo ricordo nella mia pelle. Non significa nulla di profondo. I ricordi sono sempre appiccicosi, o almeno i miei lo sono.

Ed è quasi divertente, come le persone siano tanto diverse dai ricordi. Siamo qualcosa che salta e salta e salta e se c’è qualcosa di carino salta lo stesso. Le braccia aperte di cui ci vantiamo tanto sono come padelle anti-aderenti. Non ci sono cure. Solitudini, fallimenti, corse al chiaro di luna che anche il Nata sarebbe fiero del suo bravo cristo. È tutto uno strano gioco, e ci si incazza perché le regole continuano a cambiare, ma poi a te che ti frega, possiamo stare insieme anche senza sapere sotto chi.

Le luci sono spente da un po’. Cosa rimarrà del desiderio di fare qualcosa, accendere un fuoco, calmare le acque, nuotare lontano e guardare la spiaggia da dove fa figo. Non so neanche cos’è che non va, circondato da tutto quel poco che ho sempre voluto. Sarà l’amore dei miei vent’anni, buttato nel cesso ancora e ancora e non lo sopporto più. Le paure impotenti per un futuro un po’ peggiore. Compassione a tener compagnia alle talpe. Empatia, forse. Forse ti sento vivere e mi fa male, forse c’è come un vuoto che dal tuo cuore si espande e mi affascina e mi porta via.

E allora portami via, portami lontano dove mai nessuno è riuscito a tenere gli occhi aperti. Tanto vale, per restar qua ad avvelenarmi di fiamme e pensieri. Tanto vale per vedere dove sto inciampando, su qualunque cosa tu stia facendo adesso, o nei miei stessi quaderni, che ancora scendono dal soffitto come fosse la prima volta. Incespicherò verso avanti, che a voltarmi perderei ben più di una sposa. Magari un po’ più avanti mi stanno aspettando, magari li ho già passati e sto solo scappando perché le loro facce non mi piacciono affatto.

E niente, dai, poi a te che ti frega. Tu corri accanto a me. Affanculo, sì, tanto che in genere non riesco nemmeno a riallacciare i tuoi lineamenti.
Ma sempre accanto è.

Fireworks in the rain

I’ve been thinking. I’ve been longing for a chance to write you, but I grew tired of waiting and have decided to create one. A chance for this little secret of mine to pour out from my eyes, release to the darkness this sorry feeling violently rattling inside my chest. A chance for the dreams to shatter against something more beautiful than reality, and cut myself with their shards just to more strongly remember.

I got rid of the dust you left on my shoulder, back when I used to carry you around like a big blond four leaf clover. We all need an angel to take care of our twisted lives. Eventually I replaced it and sold you to the master of postcards, as I always do. As I always do, sometimes I miss it and wonder if I should have asked you to dance me around the rainy skies, for that is what wings are for and somewhere along your lines I had sensed meaningful clouds, a storm sent from heaven for us to cool down hell.

And of course, I keep speaking about us despite the fact that there clearly isn’t such a thing. I don’t even know what a couple is. Sure, I can describe myself, if necessary I can drown your personality in wild guesswork, but when it gets to “us” I’m fucking clueless. Am I so much to blame? I might be blind, but we ain’t exactly on a silver plate either. Which is ironic, for I have seen our hearts and they are made of gold.

Sometimes I wonder if that kind of knowledge is something I want at all. I guess we’ve been out of innocence for a while now, but to me it would still feel like throwing fireflies into the sun. I can stick to what you gave me, and whatever I brought you in return, if only a headache. And I die in here saying we’re not friends, I lay down here realizing we don’t know each other, but isn’t one good look more than enough to understand? Aren’t most friendships based around one silly instant?

So I’ve been digging. I’ve been searching for a way to be for real. What I found is lots of words and a few long, long nights. And I should probably ask, do you mind being in my thoughts from time to time? Do you even care if I named a piece of my soul after you? Don’t worry, I chose a pretty one. At least I think it is. I’d love to show you, but you know it doesn’t work like that. *This* is all the show I can put on, and pretty much the only thing I have ever been to you.

And in the end, what’s left is a path with no you and me, which is nothing new to the two of us, really. We have shared so little. But I believe in the power of little things, I believe in embarassed beauty, I believe in cold water and the floating dawn. Life is built on running memories and funny choices. Turns out I’ve cut myself deeply enough, which is why you’ll always be well invited to both my heart and my nights.

Didascalie

C’è chi è nato per scattare fotografie, c’è chi è nato per farsi ritrarre. E poi c’è chi, come me, passa la vita a comporre inutili didascalie, ma non è davvero un triangolo, solo una retta e uno stalker, perché non c’è dipendenza tra loro e noi: non sarò mai il tuo soggetto, e ovviamente dei consigli di un neofita te ne faresti poco.
Di cosa ti sorprendi, allora, se sento il mio mondo così lontano dal vostro? Cerchi di costruire un pensiero nuovo che non esiste, come se l’esperienza ti concedesse il diritto di scegliere quando si può spiegare e quando è così e basta. Questa è la libertà che offre ogni briciolo di conoscenza in mezzo agli ignoranti, la libertà di manipolare il mondo a proprio piacimento con il solo supporto di un’imperturbabile faccia di merda. Magari concedi pure loro di scegliere le pose, come se poi non toccasse a te decidere il filtro, trasformando ogni errore in attento calcolo. E se dietro c’è l’ideale di dare questa libertà a tutti allora quel poco di rivoluzionario che è rimasto in me è sinceramente commosso, ma le utopie sono passate di moda da almeno mezzo secolo.

E sto divagando, come mio solito. Volevo dirti qualcosa, ma se guardi bene sono anni che non sono più capace a parlarti. Forse è sempre stato così, forse sto covando rancori vecchi di secoli, forse non sei tu e sono io. Ma il passato sembra svanire quando c’è voglia di cantare nell’aria, e un paio di ricordi non hanno troppo senso, e cambiati lo siamo entrambi. C’era un vivi e lascia vivere, e non l’abbiamo mai abbandonato, ed è un po’ tutto quello che ci accomuna, insieme a quel po’ d’affetto che ci portiamo dietro tanto per.
E per tutta la strada che abbiamo fatto, ti comporti ancora come se conoscessi tutte le equazioni necessarie per risolvermi, ma solo perché quando esplodo le mie schegge tagliano in profondità non significa che la mia anima sia di vetro. Non che importi, a questo punto, tanto farai finta di niente, come hai sempre fatto, tutto ovvio e prevedibile, cose da bambini che prima o poi cresceranno. Che poi ci sta anche, a dare attenzione a quelli che scrivono si rischia di montar loro la testa, e dio ce ne scampi, che di arroganti ce ne sono già abbastanza dagli altri due lati.

In realtà quello che cercavo di dirti è che ho questa strana cosa dentro, e ho finalmente capito la magia del vagone, ma mi fa male e allora devo lasciarla andare, chissà tu come cazzo fai, tu che ti intenderai anche di immagini, ma le didascalie sono un’altra cosa, e io anche.

Ricordo quella voglia di crescere che avevamo, consumata in letti separati e colazione insieme. Siamo così lontani da quei sogni antichi, da quegli emozionanti lampi di comprensione che racchiudevano ogni volta il segreto di vivere. E siamo così lontani da quel rapido salire, un guardaroba nuovo di zecca da cui scegliere a occhi chiusi un affetto diverso per ogni giorno che faceva capolino da quello strano futuro. E ogni inciampare conteneva la certezza di aver capito tutto, perché le ginocchia sbucciate erano sempre e solo colpa nostra.

Non molto è cambiato attorno a noi. Le folle si disperdono, ma addossarcene la responsabilità appare sempre più inutile notte dopo notte. Avanziamo più lentamente: nuotavamo tanto veloce in quel denso mare di incomprensioni, e ora che abbiamo finalmente toccato terra sembriamo più vicino allo strisciare che al decollare, magari con la scusa di goderci la tanto desiderata spiaggia. Nelle conchiglie troviamo l’universo, ignorando ormai il cielo sconfinato con quel suo fetore di prigione.

Strade diverse ci hanno condotto quaggiù, e strade diverse ci porteranno fuori. Sogni diversi ci hanno abbandonato, incubi diversi ci hanno svegliato, pensieri diversi ci hanno sollevato, persone diverse ci hanno accompagnato. In realtà siamo ancora soli, perché le isole sono così, ma non è poi quello che volevamo? Eccola qua la nostra possibilità, la nostra aspirazione, lo spettacolare tracciato per la nostra corsa finale. Un finale che dura anni, e che se ce la giochiamo bene sarà ricordato per i secoli a venire.

La parte prima no, quella verrà dimenticata. Via gli affetti d’istinto, via gli inciampi, via il latte e cereali. Tutto in un angolo a prender polvere, come la pianola soppiantata dal pianoforte. E forse proprio tu potresti dirmi che va bene così, che è l’obiettivo che conta, che si va avanti per perfezionare la propria opera e ciò che cade qualche miglio dietro è irrilevante. Eppure, quando riprendo in mano quella vecchissima pianola, mi sento tanto in colpa a faticare con un cavaliere selvaggio.

Ti amavo davvero, sai. Non tanto per dire, e non con particolare consapevolezza di cosa significhi, perché come l’esperienza non manca mai di ricordarmi io cosa significa amare non l’ho mai compreso. Però facciamo che ne abbia un’idea abbastanza precisa. Anzi, facciamo che io abbia *ragione*, tanto i pensieri sono i miei. Allora ti amavo davvero, sai.

E ti vedo già, a chiedermi una conclusione. Quelli come te sono sempre lì ad aspettare il quindi. Ma io un quindi non ce l’ho. A volte ho dei bei ricordi, che sicuramente condividi anche te. Vabbé, diciamo che mi piace pensarlo. E a volte non ho neppure quelli, ma poi che importa. A riportare l’affetto sul pratico ci riesco solo con le parole, poi magari ti sento e va tutto a puttane. E le stelle mi urlano che ho torto, che l’affetto non si riporta da nessuna parte, ma le stelle cadono anche loro, e allora forse così attendibili non lo sono.

Così guardo il buio e vedo se cambia qualcosa, la speranza sempre viva che basti la canzone giusta al momento giusto. Speranza sempre valida, come ho imparato, ma la combinazione non l’azzecco proprio sempre. E posso scriverti da un letto come da una scrivania, pensarti da una strada come da un treno, e sei sempre la stessa persona, e di giustificazioni non ne trovo, e di giustificazioni sbaglio a cercarne e brucerò per questo. Che poi, la *mia* giustificazione è, banalmente, che questo sono io. E se non ti piace te ne vai. E così è successo. E non cambierei per nulla al mondo, figuriamoci per te. Se amare significa questo, allora eri nel giusto per tutto questo tempo e io sono un’egocentrica testa di cazzo che non conoscerà mai nulla di diverso dalla solitudine più sincera.

Ma come dicevo, questa è la mia lettera e tu non la leggerai mai e allora decido io cosa è giusto o meno. La sincerità non è compresa, perché delle tue verità mi sono stancato tanto tempo fa. Non è un rifiuto di ascoltare, quanto un disperato appello a un tuo rifiuto di *spiegare*. Non puoi spiegare. Non puoi sistemare. L’unica cosa che puoi fare per me ora è saltare in mezzo ai binari e rimanerci una volta per tutte. Vorrei dire che ti seguirei, ma non è davvero il mio stile. Starei lì a rimpiangere di lasciare come ultimo ricordo l’incazzatura di qualche pendolare innocente. No, io rimarrei fedele alle mie fantasie da bambino, e punterei alle persone che amo.

Per il resto, sai, non so cosa ci faccio quì. Sì, non riesco a dormire, ma insomma, ci sono altri modi per passare il tempo. È che poi mi sentirei in colpa, a tagliare le ali di parole tanto contente di vedere il cielo ancora una volta. Non che abbia mai visto qualcuno sentirsi in colpa per aver tagliato le mie, ma forse va bene così, forse puntavo più lontano di quanto potessi promettermi. Ed è ironico ammettere di voler lasciar passare il flusso dei miei pensieri così senza filtro, un paragrafo dopo averti chiesto di chiudere la bocca per sempre. Ma immagino di non volerlo davvero, a guardar bene. Ti ascolto sempre volentieri, sempre con l’illusione priva di alcun fondamento che tu abbia qualcosa di dire, illusione che hai sempre imposto agli altri di credere anche a costo di passare per un’arrogante testa di cazzo.

Chissà se ho qualcosa da dire io. Righe su righe, e ancora non ne sono sicuro. Potrei chiederlo a te, ma so che sarebbe inappropriato. Non sono ottuso come credi. La verità, la mia verità, è che quello che ho da dire io non l’hai mai voluto ascoltare. E allora insisto senza ritegno, pensando che se mi ascolto a sufficienza qualcosa arriverà anche a te. Il vento si ricorda di quando i nostri sguardi si sono incrociati, e magari mi farà questo favore per un respiro o due.

Romantico, vero? Vedi, forse sta tutto qua. Potrebbe dipendere dalla mia innegabile mancanza di lucidità, o magari ho finalmente ricordato la canzone giusta, che da un’ora o più sto disperatamente cercando di non citare a random come un sedicenne in calore. Rimane il fatto che ho realizzato, in un momento che è scappato tanto veloce quanto si è fermato per salutare, che esistono delle persone migliori di noi. Esistono delle persone che non si prendono per poi di peso buttarsi, che combatterebbero fino alla fine per ciò in cui credono, che non perdono tempo in promesse né ne pretendono in cambio. Persone che probabilmente sanno meglio di noi cosa significa amare, e sono rispettabili per questo.

Eppure alla fine, che non è detto sia la parte che conta ma questa è ancora la mia lettera, è un sorriso e non una lacrima ad accompagnare questa infinita notte al suo riposo giornaliero, quando penso che nel mio cuore sarai sempre la mia romantica testa di cazzo.

Scia

Ho in mente lo scomodo impaccio di tutte le parole che si scordano di uscire, lasciandosi dietro una scia di condoglianze che scioglie in silenzio ogni traccia di calore.

Insieme

Puoi pensare di aver capito, di aver trovato quella semplice soluzione sfuggita per così tanto tempo, ma non è così che funziona, ciò che è semplice non è così semplice da trovare, e non puoi cavartela con l’apporto di luoghi comuni arbitrariamente selezionati.
Secondo me non c’è niente da capire. Ci siamo io, te, il piacere e il dolore. Se avessimo cercato il bello invece del giusto, ora non saremmo qua. Non basta un’intuizione. non basta un ragionamento, siamo umani, le nostre capacità di verificazione sono limitate e non possiamo essere a conoscenza di tutte le variabili coinvolte.
Che bisogno c’è di giustificare il piacere? Dovrebbe essere naturale, e giusto per definizione. Almeno per uno di noi! Vuoi dirmi che gli angeli si sono offesi? Un angelo non si offende, al massimo piange. Piange perché la sua bellezza è irrilevante, e non c’è niente di romantico in questo. Il paradiso è invaso da un fetore di patetico, l’inferno è il regno dell’autocommiserazione solo quando la gente che ci va non ha capito un cazzo. Debole variabile, ma almeno esiste.

Parlami del tuo dolore. Mostramelo in tutta la sua incoerenza, ficcami in gola ogni rifiuto della tua anima egocentrica, mischia le tue lacrime al mio sudore, alla mia stanchezza, ai miei occhi ripetenti.
Non potrei mai accettare di vederti felice, perché la solitudine è innamorata della morale ed è un amore impossibile, come io sono innamorato di te ed è un amore osceno, quasi dimenticato, forse per istinto di sopravvivenza. È meraviglioso, enorme, il simbolo di quell’estetica che avrei dovuto comprendere e farti comprendere quando era il momento, ma non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente.
Dovremmo ballare, io e te. Danzeremmo per tutta la notte, sotto un cielo troppo esausto per essere chiamato ancora una volta a oscurare il disgustoso, sotto un cielo che io e te potremmo salvare dal suo tormento, ed essere ricompensati con una stella per uno, una stella che cavalcheremmo fino agli estremi dell’universo, bruciando in estasi. Ti amo…
Ci sono cose che non si possono semplicemente capire, o spiegare. È per questo che le mie lettere, quelle vere, escono sempre un disastro. Non posso sempre ripiegare sulla mia povertà didattica, a volte non è semplicemente colpa mia. A volte è troppo anche per me.

Insieme non deve per forza significare qualcosa. Esiste un di là della parola, l’oltre sublime che ho cercato di rappresentare in tutti i modi, anche quando era troppo tardi, anche quando Dio stesso si chiedeva cosa stessi facendo. Forse è stato un errore pensare di avere in mano il pennello – ma una volta trascesa la logica non resta che abbracciare, nel dubbio, l’ipotesi migliore, senza più l’ombra di un dubbio. È per questo che continuerò a disegnare, nonostante non sia rimasto più nessuno per vedere. Non è questione di speranza, ma di senso estetico. Arrogante e complicato, ma l’alternativa è patetica. Il suicida è codardo non perché si arrende – chi ha detto che la vita dev’essere difficile? – ma perché il più delle volte ne approfitta per ripiegare su impersonali matite commerciali. E questo è terribile, la morte dell’arte.
Anche l’abbandono, in tutte le sue forme, ha un potenziale, e come tutto ciò che ha un potenziale è deprimente vederlo sprecato con pretese incomprese. O forse utilizzo una prospettiva sbagliata, come quelle immagini che hanno senso solo da lontano, o una costruzione della quale si sono scordati di pitturare una facciata.

Dovremmo volare, io e te. Nulla di eroico, solo una torre e un vuoto. Dall’alto lo schifo sembra più piccolo, e la sua esistenza diventa quasi sopportabile, e magari potresti approfittarne per andare più veloce di me, e farmi vedere finalmente come si accelera. Mostrarmi un’idea invece di perdere tempo a spiegarmela. Non un aiuto, non una guida – queste sono cose da bambini bianchi. Il mondo non necessita di esempi, tutto ciò che la storia può realmente insegnare è il fondamentale fallimento delle categorie. L’esperienza del singolo può essere utilizzata solo tramite associazioni, ma l’associazione è arbitraria e presuntuosa. Il significato nasce dalla scelta, e le scelte non sono riconducibili a una base logica. Siamo costituiti da scelte, non motivazioni – consolare un rimorso tramite una revisione e modifica di ragionamenti passati è possibile quanto ridicolo, e la memoria non è un testimone affidabile.
Certo, alla fine l’evoluzione del pensiero è parte integrante di ogni pezzo di esperienza. Ma nel disegno generale, momentaneamente compiuto ad ogni nuovo momento, ci siamo solo noi, soverchiati non dal peso del passato, quanto dal peso del presente.
Scrivo per rendere bello questo presente.
Scrivo per rendere bello questo insieme.

Ti scrivo perché ho visto il nostro capolavoro.

5

5 anni.

Cinque, come le dita della mano, una delle quali ha un rigonfiamento alla base come un osso che sporge e fa male quando schiacciato, e vorrei essere costretto ad amputarlo, così che la mia mente possa abbandonarsi al dolore, o alla voce delle infermiere, e dimenticare l’altro dolore, quello più antico, quello infinito.

All’inizio si è sempre ricolmi di speranze. La voglia di cambiare, di ricominciare, maturare una propria personalità e accettarla nella sua interezza, imponendola col sorriso a coloro che hanno la sfortuna di amarci. Nel frattempo ci si guarda intorno, e si cerca di indovinare chi valga la pena di amare, gli odi a pelle, le potenzialità. Però… bisogna esserne capaci. A parole son bravi tutti, ma poi? E’ la fase più importante. Il minimo errore e sei segnato per sempre, il minimo errore e qualunque cosa sia portata a galla da sadici revisionisti rischia di essere una lama incandescente conficcata in mezzo alle scapole. Le scelte che sembrano niente e sono tutto. Alcune vie, in un battito di ciglia, vengono precluse per sempre.

Quattro, numero nerd, anche se sono tutte sciocchezze, sì, sciocchezze ma frustranti e appartenenti a un’identità che con l’io che percepisco non ha nulla a che fare, ma questi sono ricordi vecchissimi, paleolitiche cascate di paura, e non dovrebbero essere le parole, le categorie, il problema.

L’età di speranze è seguita da un privatissimo medioevo fatto di punti fermi che di fermo non hanno proprio nulla. La prolissità delle dichiarazioni è inversamente proporzionale al sentimento. Innumerevoli gesti d’affetto sempre più falsi, ripetuti tentativi sempre più deludenti, drastiche scelte sempre più forzate. E’ la celebre perdita dell’innocenza, sullo sfondo di improbabili miscugli di gothic metal e 883; è il tempo delle urla, delle feste e delle ultime lacrime, messe in ombra, come sempre, dalle sue. Un’età fatta di pesanti barriere, volte all’impedimento della più banale fiducia, alla distruzione della più semplice spontaneità.

Tre, come i lati dei tanti triangoli sentimentali che mi hanno fatto impazzire uno dopo l’altro e che si sono rivelati del tutto privi di un qualsivoglia incentro o circocentro che sia, questo perché anche se si ricomincia sempre non c’è nessuna circonferenza, o forse c’è e non vale la pena di seguirla e allora preferisco pensare che non abbia significato, che i vertici siano soli e malvagi, come se il vittimismo potesse tirarmi fuori da questo buio crepaccio.

Si arriva a un punto, quando si cade in basso, in cui la vergogna è talmente grande che ci si convince di aver toccato terra. Gli occhi si chiudono, si gira un po’ su sé stessi, e si ritorna all’attacco. Il trucco è efficace, ma la destinazione rimane il fondo. Le emozioni diventano incontrollabili e il corpo esplode: i ricordi migliori di una vita, accompagnati dalla sofferenza più ingiustificata di sempre, e per questo ancora più terribile, perché non è possibile trovare soluzioni a problemi che non esistono. Un letto condiviso è più caldo di altri cento, gli abbracci ricominciano ad avere un significato, ma il rancore si innalza sulla testa, e non bastano le poche stelle in cielo a fargli da ostacolo. Le aspettative sono deluse, ma almeno la vita riacquista un senso. Il terreno è pronto per un privatissimo Rinascimento.

Due, io e te, a fumare sulla spiaggia, abbracciati sulle lenzuola, di notte sulla strada per casa tua, tu per terra e io alle mani, persi tra gli innaffiatori, di giorno sulla strada per casa tua, a scambiarci biscotti al cioccolato, a guardarci di soppiatto come fossimo due estranei, io che scrivo e tu che sgorghi, io che disegno e tu che scompari.

C’è da sorprendersi se un’ascesa fondata sull’inganno di sé stessi si rivela, per l’appunto, un’illusione? Tanta ricchezza di spirito lascia spazio a una devastante apatia, e quando un bel giorno il mondo crolla, e il mondo crolla per tre volte consecutive, l’orrore, silenzioso, è totale. Il mistero torna irrisolvibile, anche se la pace, la calma lasciano la mente libera di riposarsi da quanto di terribile le è toccato baciare; ma il riposo lascia il corpo libero di fermarsi, e l’inattività non può che condurre il pensiero su binari indesiderati. L’indifferenza si scioglie come neve in territorio felino. Il rancore, da tempo in stand-by, non aspettava altro.

Uno, come l’occhio che tutto vede e tutto sa, e quindi sa anche che il trascendente non mi soddisfa, anche se ho passato non so quanto tempo a desiderarlo, scambiando il mio esile involucro per il saggio che tutto conosce e tutto capisce, in mancanza di sufficiente consapevolezza per riconoscere che l’irrealizzabilità non era intrinseca ai sogni, quanto a me sognatore.

Non importa quanto lungo sia stato il sonno, basta una sufficiente dose di dolore a causare un brusco risveglio. La prolungata martoriazione del corpo addormentato ha reso le ferite, se possibile, ancora più aperte di prima: l’unica reazione ragionevole, a meno di non voler soccombere, è tuffarsi nella verità a testa bassa, trattenere il respiro fino al gelido marmo, e pregare che le forze rimaste siano abbastanza per risalire. Se si sopravvive, si passa alla seconda fase, meno brutale, ma potenzialmente altrettanto traumatica: il cambiamento. Si torna all’inizio, in un certo senso, ma senza l’effetto sorpresa, poiché l’ambiente è lo stesso; ciò nonostante, il rinnovato ottimismo fa sì che i punti fermi sbuchino come funghi.
C’è però una terza fase. L’atroce sospetto che nulla sia realmente cambiato non tarda ad arrivare, e i funghi rivelano uno dopo l’altro il loro mortale veleno. In un irrefrenabile vortice di eventi il marmo risorge dal fondo e precipita verso facce e gambe spaurite, mentre il mondo ricomincia a crollare a intervalli regolari e imprevedibili, corpi esplodono ovunque e assurde manifestazioni d’amore irrompono violentemente da quelle poche saracinesche che ancora non sono calate sferragliando. Le speranze tornano pure, ma i contenuti non sono più in vendita. E’ la chiusura del cerchio, quel cerchio che aveva paura di concludersi perché sapeva che la sua completezza gli avrebbe strappato ogni parvenza di significato.

Zero, come i miei rimpianti, come ciò che ho costruito in cinque sporchi anni.

Inconscio mattutino

L’amicizia senza stima è qualcosa di sporco e malato, e dietro a un amico c’è sempre una persona.

Ali

Sono stanco di soffrire, rileggere quello che penso. Cantare rimpianti che hanno smesso di avere senso e fingere rimorsi che non merito. Sono stanco di tingere di rosa i miei trascorsi, desiderare una cosa dopo l’altra che non posso avere. Sono stanco di non appartenere e di false appartenenze, sono stanco di sacrificarmi in lunghe penitenze, guardare dalla parte sbagliata e dare la schiena a quella più bella ma abbandonata. Sono stanco di fuggire la scena, credere nelle stelle e nelle lunghe camminate, non capire le stronzate e saltare le parti belle, sono stanco di sprecare il mio tempo e non avere niente per non sprecarlo, sono stanco di apprezzarlo, avere gli occhi sbarrati e non ricordare i colori degli altri, i malati. Sono stanco di orrori, non dormire mai, non sapere quanto sai, vederti e crollare. Sono stanco di volerti spiegare e sono stanco di essere morto, le menzogne e il mentire. Sono stanco di ripartire, sono stanco di sognare e sono stanco di ogni tuo torto. Sono stanco di urlare e non poter scrivere nulla di cui vantarmi, il mio lamentarmi e la mia volontà, sono stanco di giudizi e astrazioni, la tua disonestà e tutti questi coglioni.

Lettera a un’amica

Ehi.
Mi fa piacere sentirti. Non ci siamo visti per molto tempo, e nonostante molte cose siano cambiate ho aspettato con ansia questo momento.

Se stavi cercando di scappare, ormai avrai capito che è del tutto inutile. Non avrei mai avuto il coraggio di spezzare le tue illusioni, e non so se deciderai mai di perdonarmi per questa omissione di soccorso; ma sono dell’idea che fosse necessario un certo grado di crescita interiore per comprendere a pieno l’errore e lasciarsi i sogni alle spalle.

Tempo fa avrei voluto sognare con te, e parte di me non ha lasciato questa strada… Ma è una strada vuota, ricolma di fiori infreddoliti. Mi conosci: preferisco le strade delle fiabe, quelle che non vanno da nessuna parte. Sono difficili da percorrere in due, e probabilmente all’epoca mi sarebbe toccato trascinarti. Vorrei tanto che non fosse più così, che potessimo ancora incamminarci in silenzio, ma, come so che sei cambiata, sono anche a conoscenza della tua maledetta testardaggine, la stessa testardaggine che mi porterà a viaggiare da solo, verso quei castelli di pioggia che abitano le mie contorte memorie.

Hai trovato la tua pentola d’oro, honey? Io sto ancora cercando. Ho visto cuori aperti in due, trafitti, devastati – nulla di tutto questo appartiene alla realtà. Siamo in un sogno, io e te: ma è un sogno molto diverso da quello in cui speravamo entrambi, forse per il bene di noi stessi, o forse per innato quanto impercettibile altruismo. Non mi rispondere che non lo sapevi, perché non ti crederò; non dire che non sai cosa significa, perché ho trovato la verità che cercavo, e le vecchie stelle hanno smesso di brillare.

Brillano ancora i tuoi occhi? Scommetto di sì. Come dovevano brillare i miei, quando mi asciugavi gli occhi con mano invisibile! Certi splendori sono perduti per sempre, ma era solo espressione di un bisogno. Come avevi bisogno di me, quando ti asciugavo il cuore con occhi di ghiaccio! Certi braccialetti sono perduti per sempre, ma era solo un pezzo di ragnatela. Una ragnatela che non avrebbe ceduto neanche se ci fosse sceso sopra un meteorite, ma i ragni… I ragni non sono così resistenti. La ragnatela non si è mai mossa, siamo noi che l’abbiamo abbandonata. E ora il viaggio di ritorno è al di fuori delle nostre possibilità, com’era prevedibile.

Quante parole. Le parole sono inutili, dicono i ragni con lungimiranza. Sapessi disegnare, avrei progettato una nuova ragnatela; sapessi cantare, avrei rianimato le stelle cadute; sapessi torturare, avrei mutilato le memorie più scomode. Certamente le parole mi aiutano, ma non possono fare nulla per te, te che sei tutto ciò che importa perché io da solo non sono niente, perché le tue sono le sole mani che abbia mai avuto senso stringere. E mentre gli avvoltoi ci danno per morti, io scriverò un nuovo sogno, il tuo testamento, la mia confessione.

Se dovremo piangere lo faremo insieme, ovunque tu sia. Non ci sono limiti, nei sogni.

Fra

A volte apro gli occhi. In genere preferisco tenerli chiusi, estraniarmi dalla realtà per qualche attimo, ma a volte apro gli occhi e mi piace. Mi piace quella breve sensazione di abbagliamento, e l’inevitabile brivido di aspettativa, inevitabile quanto ridicolo.

Vedo una parete tappezzata di vecchie fotografie. Persone che amo, persone che non conosco, persone che forse neanche si ricordano della mia esistenza. E non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi sorrido, ma è un sorriso amaro. L’esperienza ha un valore del tutto indipendente dalle rapide del tempo, ma questo ha senso solo a occhi chiusi. Solo da fuori.
Se commetto l’errore di girarmi vedo alcune cartoline. Persone che, se mettiamo da parte la mia ottusità, non hanno più ragione d’essere nella mia vita. Tant’è che non so dire, sinceramente, perché siano ancora lì. Quando apro gli occhi vorrei prenderle e tirarle dalla finestra, senza rabbia né violenza. Però non lo faccio mai. Non che mi ricordi cosa ci sia scritto dietro. Forse è per questo. Il senso, però, non esiste fuori e dentro.
In mezzo vedo degli scaffali ricolmi di libri e videogiochi. Vecchi scarti di scuola, prestiti illeciti, innumerevoli raccolte di fumetti, anche qualche regalo. Nessun particolare criterio qualitativo a impedirne l’entrata, c’è un sacco di merda che non credo di avere mai aperto. Sono le emozioni più recenti, vere o false che siano. Non voglio discutere sulla differenza di sentimenti tra finzione e realtà; però il sorriso è sicuramente meno ampio, seppur privo dell’amarezza che lo accompagnava in precedenza.
Stanco di spazi chiusi, vedo il terrazzo, e ciò che sta al di là. Non è un paesaggio interessante. E’ la sede di una vasta gamma di attimi, a volte antichi, a volte ancora luminosi come le stelle cui solevo esprimere desideri. Ma alle stelle non sono mai andato molto a genio, perché quei desideri non sono mai stati esauditi. O forse non potevano. Non lo so. Non credo importi molto, a questo punto. Ho smesso di crederci, e non è facile tornare indietro.
Gli occhi tornano chiusi per vedere più lontano: la memoria è il più efficace dei teletrasporti, e la mente il suo carburante. Ma non voglio parlare di quello che vedo, perché non è il posto giusto e di lacrime ne ho versate a sufficienza in passato e sarebbe sciocco immergersi in trascorsi scaduti da tempo.
Quando riapro gli occhi, non vedo niente. Com’è possibile? Sbatto le palpebre, e per meno di un secondo la mia vista torna a funzionare. Troppo poco. Ripiombo nell’oscurità. Oscurità? E’ pieno giorno! Entra luce dalla finestra.

Poi capisco.
Gli occhi hanno un legame indissolubile con il resto del corpo. Con la mente. Oggi quel legame, quando li apro, non c’è più. Quei sentimenti, quando li apro, svaniscono come ombre nel buio; quelle persone, quando li apro, smettono di sorridere. L’esperienza è vuota e decrepita, e i rinforzi non arrivano a intervalli regolari. Vedo le fotografie, le cartoline, gli scaffali; non vedo il loro contenuto. Vedo la materia, e non vedo la forma.

Mi si presenta una scelta.
Posso aprire gli occhi, e approfittare della mia incurabile cecità per spostare alcune cose nel ripostiglio che non ho mai avuto. Per distruggere le foto, bruciare le cartoline, rovesciare gli scaffali e spegnere le stelle. Per dimenticare tutto quello che ho perso, e tutto quello che ho amato e non avrò mai più la possibilità di amare, strapparmi il cuore dal petto e lasciare che il sangue porti via il dolore. Per poi pulire. E un giorno, quando mi sarò ripreso, ricominciare.
Oppure posso tenere gli occhi chiusi, in onore di quello stesso amore che mi ha accompagnato per così tanti anni della mia vita, e riposare in pace nella compagnia dei gatti che piangono fiamme.

Sono giovane e idealista. Mi piace vantarmi del mio rifiuto di una morale dogmatica. Ma sono consapevole, nel bene e nel male, dell’incommensurabile dovere morale che pesa su di me in questo momento.
Non credo di essere così forte. Non credo che le campane suoneranno il mio futuro. Importa qualcosa?

Sì, certo che importa.
Ricordo con chiarezza ogni singola mano che ho assaggiato, ogni singolo sguardo. Ricordo i sorrisi e gli addii, le promesse e le promesse mancate, gli abbracci e le metafore. Ricordo un passato che ha meno possibilità di sciogliersi delle stelle, le stesse stelle che non so dove siano finite ma che un giorno raggiungerò al solo scopo di dare fuoco alla mia anima, di risvegliare la mia vista dal torpore in cui è scivolata, e davanti a tutto questo c’è soltanto da stare in silenzio, nel minuto nero più sincero cui abbia mai avuto il piacere di assistere.

Non fare rumore

Si sono sprecate tante di quelle parole, e l’amore non è altro che un modo diverso di sorridere.