Category: Pensieri


Complicata

Sai più di tutto cosa mi distrugge? Il fatto che tu sia arrivata in un momento così clamorosamente sbagliato che l’unica speranza che mi resta per averti accanto è convincerti a farmi da angelo. Ma non voglio un angelo, non voglio fare leva su una qualche sindrome da crocerossina, e tantomeno voglio essere un peso. Ora come ora, un peso è tutto quello che posso essere. Guarda come mi sono ridotto. Il mio umore, il mio sorriso, dipendono ormai unicamente da te. Hai il controllo totale della mia felicità e non ricordo quando te l’ho lasciato. Non sono una persona, sono un disastro che cammina.

Ma non credo che siano le mie pietose condizioni a renderti speciale. Per me, per la mia sensibilità, sei speciale a prescindere, e sarei stato ben felice di mettermi nelle tue mani. Ma non c’è nulla di salutare, nulla di romantico, in quanto sta accadendo ora. Non sono capace a leggerti, e da parte tua non so se fingi, se davvero sei altrettanto incapace, o se più teneramente fingi per amor di speranza. Mi parli di gentilezza e sincerità, ma mi sembra un ossimoro e nei tuoi occhi non riesco a fare distinzione.

Dovrei dimenticarmi di te, prendere il tuo stupido stupendo sorriso e buttarlo via assieme a tutto ciò che ti riguarda, e tra neanche tanto ne avrò la possibilità. O forse dovrei parlartene, ma mi sembra allucinante riversarti addosso i miei problemi come se fossero una tua responsabilità, e poi ti credo sveglia a sufficienza da mandarmi a cagare nell’istante in cui ti vado a mostrare cosa significa davvero essere complicati. Quello che non dovrei fare è continuare a trascinarmi, e a trascinare te, in questo limbo di lunaticità e automutilazione.

Il punto è che non voglio incasinarti ulteriormente. Ma volente o nolente tu hai incasinato ulteriormente me, e adesso finché uno dei due non semplifica l’altro non ho alcuna speranza di guarire.

Mai più come prima

Sai, vorrei davvero spiegarti, dirti quello che provo, o meglio che non provo. E quasi le parole escono, ma ti sento lontana, lontana ben più di quando non ci sei, e le parole tornano giù. Non trovo conforto nella tua compagnia; non so perché sei qua, ti racconto quel che capita ma non so perché son qua io. Il fatto è che mi manchi, ma non so come dirtelo che mi manchi quando mi stai seduta davanti. Il fatto è che ti ho rotto, ci ho rotti, e non mi sono perdonato, e anche se sei lì non ti ho mai ritrovato. Mi dici di quello che faremo ma sono un sacco di stronzate, e scusa se non ho un modo carino per dirlo. Presumi quello che sono e neanche ci pensi che possa farmi male. Siamo sempre stati così distanti? Non provo fiducia, non ti vedo tranquilla, non è né sarà mai più come prima. Non so cosa fare, so che fa freddo, so che riscaldi. Vorrei stare così e non lasciarti scappare, giù nella tua spalla dove non devo vedere un sorriso che non è quello che ricordo, giù nei tuoi capelli dove non devo mettere in dubbio quello che è stato o quello che provo, giù nella tua anima dove non devo aver paura di quello che sono per te. E mentre penso tutto questo tu sei già sparita, e chissà quando tornerai. Chissà se un giorno, un meraviglioso giorno, sarà il mio cuore e non il resto a dirmi che sei tornata veramente.

Non è la stessa cosa

Non arriverei a dire che sono felice quando ti sto vicino, anche se sicuramente è fonte di piacere, ma tante cose lo sono. Probabilmente non riuscirei a starti a sentire per ore, anche se hai la voce così sottile che ignorarti non sarebbe un grosso peso. Analiticamente non posso andare troppo a fondo, eppure è semplice individuare un’affinità di spirito, che d’altra parte è un po’ una conseguenza ovvia dell’ambiente. La mia emotiva soggettività mi suggerisce bellezza, che è l’impulso di sorridere quando ti vedo, e interesse, che è l’impulso di sorridere quando ti penso; però non sono sensazioni nuove, né è così tanto raro che si presentino in coppia. E sarebbe inutile nascondere il desiderio del tuo tocco, adesso che fa ancora freddo, adesso che forse è più freddo di prima, ma non ho motivo di credere che il tuo calore sia più intenso di altri. E non ho altro in testa da quando ho aperto gli occhi, e non avrò altro in testa finché non li avrò chiusi parecchie altre volte, ma un pensiero fisso non si può dotare a priori di una connotazione positiva.

È difficile, tanto difficile negare che questa nausea sei tu che mi piaci.

Per h molto piccolo

Discorsi da niente, come fosse niente, perché forse è niente. Ci sono giorni in cui non mi sembra niente. E vedo che se ne parla come bastasse prendere h molto piccolo, che è vero ma un filo disonesto perché manie di protagonismo a parte non tutti gli h possiamo sceglierli noi.

Iperreali a dicembre

Avrai una figlia che verrà a lezione da me, e io noterò la somiglianza e mi incasinerò a metà frase, qualcuno ridacchierà, un altro folle nel corpo insegnanti. Ragazzi al sole fuori dalla porta, e chissà cosa dicono le regole. Passa in fretta il tempo quando di tempo non ne hai. La scelta codarda, la scelta sicura, nascosta dietro le giustificazioni l’unica scelta corretta riposa sulla costa nord. La scelta codarda, la scelta sicura a cazzeggiare con gli estremi inferiori del ‘700. Ripetersi è stagnazione, non miglioramento. Non credo nell’accelerazione ma in velocità diverse, e sto andando piano troppo piano. La scelta codarda, la scelta sicura dell’acrobata che se non guarda in basso non ha un posto dove cadere.

Avrai una figlia che verrà a lezione da me, e io noterò la somiglianza e tirerò dritto, e su un paio di fogli butterò giù una percentuale di tempo per pensarci, e quei fogli li appenderò alle pareti della mia stanza singola che puzza sempre di silenzio. Cosa succede fuori non ci ho mai fatto caso perché mi viene senso. Creare qualcosa così per lasciare il segno, scelta di lato, scelta secondaria che finge rispetto. Ed è sempre meno latte e sempre più fondente, dovrei dirglielo ma non ci penso mai abbastanza. Notti lunghe per scelta di lato, scelta secondaria a proteggere un narciso decrepito. Forse dicembre, forse neve, forse l’albero, se mi gira un peluche. Scelta di lato, scelta secondaria a tenermi compagnia una notte l’anno.

Stella marina, stella marina tutti i santi giorni.

Tempismo

La pioggia è quell’amico che gli dici che vuoi smettere di fumare e ti porta fuori a vedere le stelle e ti dice che gliene avanzano due.

Anche volendo dare retta a quella voce che ogni tanto si fa sentire per dirmi che non sto dando una possibilità alla possibilità, rimango dell’idea che ci sono insiemi troppo densi per garantirmi un posto fisso. Mi diresti che questa volta è diverso, mi diresti che non c’è neanche bisogno di stringersi un attimo, e altre cose sostanzialmente false, come sono falsi i piedistalli quando vai a lucidarli e ti si sbriciolano tra le mani perché l’idolo vero pesa un casino.
Pensavo fosse sabbia, nella clessidra della nostra distanza, ma è un grosso scoglio che non scenderà mai a meno di rompere tutto. Mi ci vedi a buttare via i cocci con mani di sangue, denti stretti e morale a palloncino? Mi ci vedi a ricominciare? È sempre così facile, ritrarre un impulso. Alla fine continuo a fare quello che faccio, e tu mi fai che la tasca della borsa non è un posacenere, e io non so cosa rispondere, ché prendessimo fuoco almeno un po’ di freddo se ne andrebbe.

Narciso

Pensavo al pensiero altrui, e al mio posto in esso. Non sono capace a guardarmi direttamente coi miei occhi. Non so se è una cosa comune o sono io. Devo filtrare attraverso un immaginario punto di vista esterno per trarre soddisfazione dallo specchiarmi. Cioé, ho dei postulati in testa, ma ho bisogno di astrarli dalla mia soggettività, attaccarli a qualcun altro. Solo allora posso compiacermi del mio aderire.

E, dicevo, pensavo a tutti i criteri che non sono i miei, e come ci entro. C’è questo parlare di speciale. Ma speciale è facile. Speciale è allontanarsi da una media su trecento variabili, non la vede nessuno e chi la vede è un’eccezione sufficiente a ribaltare la definizione. C’è questa unicità dell’essere una stella uguale alle altre che se la togli il cielo è sempre cielo ma in qualche impronunciabile settore del tutto sono evaporate un migliaio di irrepricabili relazioni, e chissà in quella nuova oscurità quanti serpenti di luce non vengono più bene.

Ma, più a terra, pensavo al bambino che faceva la spia alla maestra, e che basta con ‘ste cazzo di Yu-Gi-Oh, e che non – rivolgermi – la – parola. Dico, questi non ci entrano mica. Però. Rimane? Questo mi chiedevo. La memoria è nebbia. Salvare qualcuno richiede un’approssimazione. In base a cosa cado da una parte o dall’altra? Avevo questa lista di momenti felici. Ma l’ho compilata senza conoscere il verdetto. Per ogni piccolo pezzo che ho preservato qualcuno mi avrà anche seguito, ma la selezione sarà diversa e l’interpretazione sarà diversa e alla fine il giudizio sarà diverso.

Giudizio è una brutta parola. Spero che nessuno faccia questo giro di proposito e che rimanga tutta una roba di cuore. Però, dicevo, cambia dove cado. E pensavo, se i miei occhi non mi bastano, significa che cambio anch’io? Ho bisogno di piacermi, come tutti credo. Ma è una strada che passa attraverso un’incognita di perle sparse sull’asfalto e pizze fredde, e la verità è che non so dire se questi punti esistano.

E questa non so se è una cosa comune o sono io.

Complicazioni

Credo che stasera ti scriverò. Così, senza impegno, tanto perché è fine luglio e la mia testa è tutta una contraddizione, come sempre nella transizione.

Credo che stasera ti scriverò e poi mi dimenticherò di averti scritto per un po’, allo scopo di assecondare quella parte di me che è troppo ingenua per darmi dell’ossessivo-compulsivo. Credo che metterò su qualcosa degli eighties tanto per fingere di aver passato l’adolescenza in un decennio un po’ più appropriato di questo, magari inventarmi che seguivo MTV con la voce. Credo faccia troppo caldo per fare disamine di una certa importanza.

Credo che dopo aver controllato che fosse il numero giusto un numero bello di volte cancellerò il log per facilitare il processo di passare alla prossima attività a cui non prestare attenzione. Credo di poter quasi concludere qualcosa, a patto di non pensarci troppo. Credo che stanotte il fumo resterà nel cassetto, perché una volta consumato non so dove lasciarlo e mi dà fastidio che mi si contino le cicche nel posacenere.

Credo che quando il numero diventerà troppo grande per tenerne traccia cancellerò anche il testo per facilitare il processo di scivolare in una nuova preoccupazione. Credo che il mio primo mondo non andrà da nessuna parte qualunque sia il ponte da cui decido di buttarmi, il che affoga un po’ le mie consolazioni. Credo che prima o poi l’accettazione decapiterà il mio entusiasmo, o viceversa, anche se non so cos’è peggio.

Credo che stasera non avrei dovuto scriverti, ché se mi metto a pensarti per associazione penso a un casino di cose a cui non dovrei pensare. Credo che la fame che mi è passata tornerà accompagnata da un tocco di neve, e che alle mie ossa faccia anche piacere non aver mai tenuto molto spazio per soffrire di claustrofobia. Credo che in qualche tempo e in qualche spazio riposi qualche scelta che in qualche modo ho quasi preso bene.

Credo che tutto sommato non ci sia niente di male nello scriverti, a patto di non dirlo mai ad alta voce. Credo che per evitare di mentire si facciano un sacco di cazzate, e viceversa. Credo che in realtà non ci sia chissà quale differenza, come sempre quando si tratta di parole, e che per risolvere ogni eventuale problema basterà chiudere per bene bocca e testa, a prescindere da quanto rimanga frustratamente etereo l’output.

Credo di non ricordare se ti ho scritto o meno, e di non volermi sforzare troppo a scoprirlo. Credo che userò una qualche ora della notte per mettere qualcos’altro sotto i denti, ché alcune persone dicono che aiuta, anche se a me viene più nausea che altro e briciole dappertutto. Credo che i rumori che vengono da fuori appartengano a un mondo che ho sbagliato a fingere mi avrebbe mai riguardato, e oramai assimilo in silenzio come fantasmi in un baule.

Credo di averti già scritto parecchi anni fa, quando ancora il futuro era la cosa più bella che mi fosse mai capitata. Credo che bene o male la vediamo allo stesso modo, anche se quello stesso modo non è mai stato proprio chiaro chiaro cosa sia. Credo, banalmente, che non finiremo mai di capirci qualcosa, e che esista sempre un avanti appena più consapevole di tutto ciò che siamo e non siamo e non vogliamo essere.

Credo di non averti mai davvero voluto scrivere, ma di averlo fatto lo stesso per fumose ragioni di desiderio. Credo che stasera non uscirò a cercare stelle cadenti, anche se forse sarebbe arrivato il momento di rinnovare un paio di voti e non si può pretendere che il cielo sia a nostra disposizione sette giorni su sette. Credo sia un errore presumere di essere in buoni rapporti con ogni sconosciuta divinità del caso.

Credo che questa notte proseguirà come se non ti avessi scritto, giusto con un paio di canzoni in più. Credo che i dettagli acquistino gravità solo a posteriori, e che finché non cade risposta siano proprio in un’altra dimensione. Credo in sintesi di farmi un sacco di problemi per delle stronzate, e va bene così, ché senza elucubrazioni non mi riesce di prendere le cose sul serio e non c’è gusto a spensierarsi senza essersi liberati di un centinaio di seghe mentali prima.

Nuovo record

C’è una incoerenza di fondo che dobbiamo superare. Che senso ha che ci sono persone che mi ricordano per un abbraccio e altre che mi ricordano per non esserne capace? Non è mai un problema quando sappiamo cosa stiamo facendo, ma non sappiamo, e a questo punto credo sia tardi per andare in cerca di rivelazioni. Preferisco appoggiarmi a un sogno, quel sogno che abbiamo costruito insieme senza forzarlo.
Devo parlare, ma con tutte le palle che mi riconosci è solo con me stesso che mi confido. Le mie metà sono dispari e asimmetriche due a due, ma vanno d’accordo tra loro e posso sempre contare su una certa riservatezza, riservatezza che fuori dalla mia mente neanche esiste, e i fantasmi che perdo e inseguo stanno solo prendendo tempo. E mi sono lasciato andare prima di lasciarti andare, ma forse sei ancora lì per me, come quando cammino per strada e immagino di incontrarti per caso. Che poi non è quella la fantasia forte. L’immaginazione è sopra le righe quando a vederci ci fermiamo e abbiamo qualcosa da dire.

C’è una fiducia di fondo che non so quando l’ho persa ma se n’è andata e non tornerà. Le mie astrazioni sono un vicolo cieco e le tue parole sono la bussola a puttane che mi ci ha portato. Ho messo tenda ma non vedo il cielo. Ho cercato e cercato ma sei contingente come un riflesso e non ho gli strumenti per leggere i colori.
Allora mi vieni a prendere sotto casa o all’aeroporto e poi partiamo, partiamo per tornare indietro e recuperare le basi perché con queste coordinate non si capisce più un cazzo e ho bisogno di qualcosa di diverso. Apriamo quel bar sottoterra, tu fai tutte le porcate che vuoi mentre io dietro al banco servo e sorrido, e alla fine o anche all’inizio incrociamo la confidenza che ci è sfuggita con questi individui che non spiegano niente e si aspettano un po’ d’amore così dal nulla. Anche se il tempo passa e la traccia scompare faremo sempre la scelta giusta, perché se solo non ci pensi la nostra notte non può finire mai.

Interfaccia

Posso ammettere quello che ti pare e starei ancora mentendo. Tanto il corpo fa sempre il cristo che gli pare, se non è quello che gli ho chiesto, se non è quello che ho pensato. Gli occhi vedono e corrono a espressioni che non c’entrano niente. Le dita battono ritmi inesistenti su una gamba che se il suolo fosse sabbia avrei conchiglie nel femore. Parole lente e confuse su periodi rapidi e sfocati. E la persona qual è, la timida isteria del palco semivuoto o l’estetare sociopatico su sensi fuori moda? C’è, una persona? O è tutto esperienze che fatte quelle ti svegli e quasi ricomincia che tanto il sogno è morto al primo tiro la mattina.

Cosa vuoi, che non vado bene? L’hai detto, lo sono. Sono già andato, se chiedi a me sto solo trascinando e se cerchi ragione ti regalo anche quella che tanto da me non vuoi mai un cazzo. Prenditi tutto, prendi la mia vita di caffé e abeliani e sfondala su un tavolo di vetro, spacca queste mani che non sanno come muoversi e schiantami nella trachea tutto il maledetto nascosto che non ho più le viscere per indovinare. Poi tu mi stai a sentire, io cado faccia a terra e tu mi stai a sentire che ti vomito addosso. Domani sarò morto e tu con la colazione. Senza zucchero.

Riapro il cassetto e sono ancora lì, i miei sogni, ma si sono già avverati, poi non ho capito bene cos’è successo e ora quel cassetto è passato.
Riapro il cassetto ed ecco le mie ali. Faccio collezione. Mi piace cambiarle spesso. Poi magari mi scordo di usarle. Però se le ho comprate è un punto in più. Poi magari le uso troppo e prendo fuoco. Un punto in più. E la collezione è più bella che mai.
Riapro il cassetto e com’è semplice l’amore sul timido retro di una cartolina. Rileggo quei fogli e quasi sono lì a rispondere, ma ho già risposto, anche se non ricordo cosa, anche se devo aver risposto male, perché sono i fogli in fondo. Anch’io ti voglio bene. Questo risponderei. Ma dovevo fare il poeta, e i giri di parole, e il messaggio non è arrivato. Non ci crede più nessuno. Non ci credo neanch’io.

Ogni volta che riapro il cassetto mi trovo a pensare che, solo un attimo prima, il cassetto era chiuso.
Che strano, che quanto di più forte è rimasto sia il pungere della lontananza. È strano perché allora dovrebbe essere questo il momento più devastante. Forse il problema è che adesso non si tratta più di semplice distanza. Adesso quelle persone non ci sono più, sostituite da qualcosa che con la mia anima non ha più niente a che vedere.
Gli angoli del cuore sono un’idea romantica, ma preferisco lasciare i ricordi nelle pieghe di un portafoglio, sempre al mio fianco come un portafortuna, anche se la fortuna con queste morti ha poco a che fare. Come foto di un’essenza ormai perduta, prive di alcuna pretestuosa didascalia. Le prolissità, le confessioni, le spiegazioni… Quelle possono restare nel cassetto, e non c’è davvero bisogno di riaprirlo. L’affetto non è complicato. È tanto semplice quanto un portachiavi scolorito di Snoopy.

Non riesco a pensarti

Sono qua, sdraiato sul letto, con un po’ di dolce malinconia ad accarezzare i miei occhi assonnati. Sono qua con questo familiare sentimento che da tempo non cerco neanche di mettere da parte, forse perché ho bisogno di una coscienza sporca per sentirmi una persona, o forse perché ho bisogno di voler bene a qualcuno nonostante tutto. Sono pronto, come tante altre volte, per venirti a trovare.

E mi accorgo che non ci riesco.
Il pensiero gira attorno alla tua immagine senza fermarsi da nessuna parte, senza mai mettere a fuoco, come se non fosse sicuro del perché è passato di lì. Del perché l’abbia mai fatto.

Non è che ho cancellato tutto. Se mi sforzo un attimo, posso recuperare i ricordi uno per uno, con tutti i loro sfocati sentimenti. Ma non c’è nessun flusso, nessun vagare automatico della memoria, nessun bizzarro brivido lungo la schiena. È come ascoltare per l’ennesima volta la mia canzone preferita, solo per riscoprirla vuota, un insieme di note e parole senza un vero significato.

È rassicurante, saper leggere il passato in chiave romantica. Se anche il mondo dovesse un giorno crollarti sotto i piedi, almeno hai qualcosa da raccontare: caduta o meno, almeno per un breve periodo ti eri preso la briga di esistere. Potrai sempre guardarti allo specchio sapendo che i tuoi occhi saranno là ad aspettarti.
Senza questa semplice abilità, al di là dell’umiliazione nel vedere il degrado di sentimenti che sembravano destinati a spostare montagne, anche quell’abbozzo di riflesso si scioglie nella nebbia di una qualunque notte senza stelle.

Vorrei poter dire che ho imparato qualcosa. Ma sarebbe illogico: non ho mai applicato la lezione, è il confronto che è venuto a cercare me. Tutto quello che ho fatto io è stato guardare, guardare il nuovo e odiare i miei scheletri. Come se uno scheletro potesse rispondere. È troppo facile, dare la colpa ai morti. Non possono tenersi in equilibrio su un paio di femori traballanti mentre ti sputano in faccia le contraddizioni che hai cercato di rimuovere. Al primo segno di buone intenzioni un soffio e via, nell’oblio con tutto ciò che non sono in grado di conciliare razionalmente con tanta decadenza. Un mucchio di ossa sul pavimento.

E ora? Mi manca la voglia di soffiare, di nascondere. Sono allo scoperto, senza più neanche l’ombra del mio affetto incondizionato per farmi scudo, e allo stesso tempo sono più disarmato che mai, privo di anche solo il minimo desiderio di giustificare.

Venivo a trovarti per abitudine, ma è alla tua fredda anima che mi sono abituato, e forse era ora che quell’inverno calasse anche su di me.

Davvero ci tenevo a dire

Per anni mi sono sentito quasi ingenuo a tenere la mia romantica posizione. A lasciare le mie ali scoperte, dove chiunque potesse vederle e tirarle e strapparle. Per anni ho cercato di spiccare il volo dal ramo che piace a me, e che se chiedo in giro non piace a quasi nessuno e dovrei vergognarmene, ché se il nero è il mio colore preferito, l’arcobaleno non lo vedrò mai neanche di striscio.

Ho visto persone scappare, ma chi scappa non si fa più sentire e non si può chiedere com’è andata, e chi resta si inventa storie senza lieto fine per giustificarne l’ignoranza di fondo. Ho visto persone soffrire, e sembra che i sorrisi debbano essere solo di circostanza e accettazione perché la vita è così. Ho ascoltato le conseguenze dell’amore in ogni sua forma, e ho ascoltato le amare conclusioni che ne venivano tratte, e quando me l’hanno chiesto il mio parere è rimasto lo stesso, e ovviamente non importava perché l’amore di una vergine non vale.

Tante volte ho detto che mi avete rovinato la vita, e tante volte mi son corretto subito, tranqui, è un’iperbole. Spesso ho riconosciuto la mia debolezza, e come in una novella natalizia è stato necessario chiarire che è dalla mia fragilità che traggo la mia tutto sommato invidiabile resistenza. Dai rimorsi e dai rimpianti ci sono passato come tutti, e ho parlato di inevitabile, e poi ho ammesso di non averne affatto senza neppure aver cambiato idea.

Non ho imparato a parlare, non ho imparato a guidare, non ho imparato a orientarmi. A dir la verità, non ho neanche imparato a disegnare. Non so leggere una cartina, il latino è inutile come lo era in terza media e una squadra del cuore ancora non ce l’ho. I miei cataloghi non sono stati abbandonati, sono perfettamente capace a difendere i libri che leggevo da piccolo e le canzoni continuano ad accumularsi senza sostituirsi e senza che mi sia dimenticato perché.

Per anni avete provato a spiegarmi, a farmi intuire i rischi. E l’autocontrollo, e la responsabilità morale, e la consapevolezza economica. Per anni sono rimasto sotto la vostra compassione ascoltando innumerevoli teorie sulla ribellione adolescenziale e le sindromi e la maturità. Vi ho ignorato per tutto questo tempo, e i miei consigli sono ancora i più sensati, e ancora l’accendino non è scattato senza che me l’avesse chiesto il cuore.

E mi avete dato dell’arrogante, e mi avete dato dell’amorale, e mi avete dato dell’anaffettivo, e mi avete dato dell’anarchico. E sono un pezzo di stronzo, troppe volte per contarle. Un idiota che non capisce come va il mondo, e che lontano da casa non sopravviverebbe due settimane. Una persona sostanzialmente sola, che non conoscerà mai il piacere dell’altro al di fuori dei suoi filmini. Un bambino mal cresciuto che un giorno si scontrerà con la dura realtà, e se piange adesso vedrai poi.

Per tutte le scommesse che ho perso, davvero ci tenevo a dire, almeno questa l’ho vinta io, perché questo strafottente figlio di puttana non è solo felice di essere al mondo, che fin qua è quasi facile e magari passa con il sole che sorge, ma è felice di stare volando come voleva, e non come gli avevano detto che doveva. Non è detto che vada lontano, ma quando un giorno brucerà, a raccoglierne le ceneri sarà un amore sincero, sincero come lo era stato il suo senza avervi dato retta.

E niente, dai. Sopravviveremo. Vinte le nostre personali sciarade, quasi felici in quanto reduci, le romantiche marce dei vecchi tempi. Siamo cresciuti troppo. C’è ancora spazio per certi slanci? Il punto è, per me i vecchi tempi erano una merda. Questo è il bel tempo, e non è mica quel sole soffocante privo di ogni pudore, no, è il buio dell’estate che lascia spazio al colore del cielo.

Dov’è che saremo andati. Cosa rimarrà dei sogni di una vita. Fa troppo caldo per tutto. Calata la brezza, calata la musica, colata di parole senza capo né coda. Ascoltarsi, ascoltarsi per fermarsi. Un buon tentativo. Semplice. Vuoto. Saremo completamente vuoti. Non noi. “Noi”. Dico che non importa. Dico e niente dai, sopravviveremo. E certo che sopravviveremo. Ma sopravviveremo da soli. E non sono certo il primo a dire che è meglio vivere che sopravvivere. E non sono certo il primo e non sarò certo l’ultimo con il tuo ricordo nella mia pelle. Non significa nulla di profondo. I ricordi sono sempre appiccicosi, o almeno i miei lo sono.

Ed è quasi divertente, come le persone siano tanto diverse dai ricordi. Siamo qualcosa che salta e salta e salta e se c’è qualcosa di carino salta lo stesso. Le braccia aperte di cui ci vantiamo tanto sono come padelle anti-aderenti. Non ci sono cure. Solitudini, fallimenti, corse al chiaro di luna che anche il Nata sarebbe fiero del suo bravo cristo. È tutto uno strano gioco, e ci si incazza perché le regole continuano a cambiare, ma poi a te che ti frega, possiamo stare insieme anche senza sapere sotto chi.

Le luci sono spente da un po’. Cosa rimarrà del desiderio di fare qualcosa, accendere un fuoco, calmare le acque, nuotare lontano e guardare la spiaggia da dove fa figo. Non so neanche cos’è che non va, circondato da tutto quel poco che ho sempre voluto. Sarà l’amore dei miei vent’anni, buttato nel cesso ancora e ancora e non lo sopporto più. Le paure impotenti per un futuro un po’ peggiore. Compassione a tener compagnia alle talpe. Empatia, forse. Forse ti sento vivere e mi fa male, forse c’è come un vuoto che dal tuo cuore si espande e mi affascina e mi porta via.

E allora portami via, portami lontano dove mai nessuno è riuscito a tenere gli occhi aperti. Tanto vale, per restar qua ad avvelenarmi di fiamme e pensieri. Tanto vale per vedere dove sto inciampando, su qualunque cosa tu stia facendo adesso, o nei miei stessi quaderni, che ancora scendono dal soffitto come fosse la prima volta. Incespicherò verso avanti, che a voltarmi perderei ben più di una sposa. Magari un po’ più avanti mi stanno aspettando, magari li ho già passati e sto solo scappando perché le loro facce non mi piacciono affatto.

E niente, dai, poi a te che ti frega. Tu corri accanto a me. Affanculo, sì, tanto che in genere non riesco nemmeno a riallacciare i tuoi lineamenti.
Ma sempre accanto è.

Inconscio mattutino

L’amicizia senza stima è qualcosa di sporco e malato, e dietro a un amico c’è sempre una persona.

Ali

Sono stanco di soffrire, rileggere quello che penso. Cantare rimpianti che hanno smesso di avere senso e fingere rimorsi che non merito. Sono stanco di tingere di rosa i miei trascorsi, desiderare una cosa dopo l’altra che non posso avere. Sono stanco di non appartenere e di false appartenenze, sono stanco di sacrificarmi in lunghe penitenze, guardare dalla parte sbagliata e dare la schiena a quella più bella ma abbandonata. Sono stanco di fuggire la scena, credere nelle stelle e nelle lunghe camminate, non capire le stronzate e saltare le parti belle, sono stanco di sprecare il mio tempo e non avere niente per non sprecarlo, sono stanco di apprezzarlo, avere gli occhi sbarrati e non ricordare i colori degli altri, i malati. Sono stanco di orrori, non dormire mai, non sapere quanto sai, vederti e crollare. Sono stanco di volerti spiegare e sono stanco di essere morto, le menzogne e il mentire. Sono stanco di ripartire, sono stanco di sognare e sono stanco di ogni tuo torto. Sono stanco di urlare e non poter scrivere nulla di cui vantarmi, il mio lamentarmi e la mia volontà, sono stanco di giudizi e astrazioni, la tua disonestà e tutti questi coglioni.

Non fare rumore

Si sono sprecate tante di quelle parole, e l’amore non è altro che un modo diverso di sorridere.