Category: Lettere


Perderti

Non cambia niente, sai. Che io ti piaccia o meno. Che non ti importi niente di me, come del resto mi sembra di capire non ti importi niente di nessuno. Ho pregato in quello che forse era un miracolo, o forse ci ho solo sperato, e quasi ci sei cascata, o meglio ci sono cascato io. Non perderò tempo a dirti che mi dispiace, ché la tua vita procede come al solito, nel male o nel bene. Avrei voluto essere fonte di bene. Avrei voluto stringerti forte e far sparire le lacrime con la mia magia, e lo desidero ancora, e ancora sarò qua se dovessi servirti, anche se non credo ti servirò mai. Non sarà il tuo gentile rifiuto a spegnere la scintilla.

Non cambia niente, davvero. Il conoscerti meglio, il sapere chi sei, il realizzare che sentimenti a parte non sei la persona giusta per me. Non ho il controllo del mio cuore, non ce l’ho mai avuto. Se il cielo dice che devo amarti nonostante tutto, così sarà finché non mi sarà concesso di dimenticarti. Non ti ho più parlato, e parte di me sa che sarebbe meglio lasciarti scomparire, ma se quella parte dovesse zittirsi come spesso fa con vergogna, ancora avresti il mio sorriso a tua disposizione, e io il tuo, per quel che vale. Non sarà l’assenza del tuo tocco a buttarmi sotto un treno, e se lo vorrai potrai tenermi compagnia nella sopravvivenza.

Non cambia niente, figurati. Che io sia innamorato. E che tu, alla resa dei conti, non lo sia. Sacrificio inutile, perdere quello che non ho.

do not say the moment was imagined / do not stoop to strategies like this

Non credo di averci mai fatto caso, ma credo che il motivo per cui mi piace stare con te, o, diciamo, avere a che fare con te, sia che non mi sono mai sentito giudicato da te. È un sentimento, ed è chiaro che se questo è il problema mi sono sempre circondato delle persone sbagliate e il tuo essere te non è poi così speciale, ma in questo momento che davvero ne avrei bisogno, in questo momento che come capita spesso non ci sei, allora sì, è speciale. Potrei dire che il tuo silenzio, il tuo sorriso tranquillo, sono cose che dipendono per lo più da quanto poco ti importa di me. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo, e forse più che codardia è istinto, e se siamo istinto mi va anche bene.

Non mi sono mai davvero aperto con te, non dopo la prima volta. E sì che ci ho provato. La prima volta non è andata male: hai detto le quattro cazzate che dovevi dire, credo anche pensandole, e neanche me le ricordo, anche se chiaramente non hanno aiutato. E di ricambio, con tutto quello che mi hai raccontato, non credo tu ti sia mai davvero aperta con me. Forse qua è dove dovrei accettare che tra di noi non c’è mai stato niente, ma in questo momento che ti sto pensando senza un particolare motivo, in questo momento che ho voglia di rivederti, allora sì, tra di noi c’è stato tutto. E lo so che anche tu mi pensi senza motivo, ho le prove, ho la tua calligrafia dove davvero non dovrebbe esserci.

Ti dirò la verità, ho cercato di dimenticarti più di una volta. Perché, perché, perché, non lo so. Cioé lo so ma sono motivi scemi. Sono sempre scemi i motivi per stare lontani. E poi, come dici sempre, non è mica cosi facile liberarsi di te. Ho cercato di soffocarti in così tanti modi. Ma stavo mentendo a me stesso, perché il tuo cuore dal portafogli non l’ho mai rimosso in tutti questi anni. Lo sai che all’inizio ti ho perso perché non volevo perderti? Già allora importavi più di quanto fosse ragionevole importare, e di quel fiero affetto tutto quello che ti ho lasciato è la mia frustrazione. Ma non me l’hai mai rinfacciato.

Boh, ci sto girando attorno, in questo momento, questo momento che non so cos’ha di diverso dagli altri, sto pensando che se potessi mai avere una persona vicino, non dico che vorrei fossi tu perché sarebbe superimbarazzante per entrambi, ma vorrei tanto fosse come te. Perché non sono a mio agio con te, e non sono capace a confidarmi con te, e non ci facciamo ridere a vicenda, e mai per un istante ho pensato che avremmo senso come un qualcosa. Ma se c’è una persona al mondo che può farmi stare bene, d’istinto quella persona sei tu. O, diciamo, è come te.

Possiamo parlare?

Detta proprio così, come forse non l’ho mai detta. E ci saranno le convenzioni e tutto, non lo so, io i teen li ho trascorsi un po’ a cazzo e certe cose non le ho mai capite, tipo che certe cose si lasciano intendere e altre vanno interpretate e troppe parole fanno male, ero lì che mi scrivevo tutte queste belle teorie su come funziona il mondo ma poi mi sono stancato anche perché il valore predittivo era sottoterra.

Sono qua, un po’ implorante come lo ero allora con gli occhi, a chiederti hey honey, possiamo parlare? Possiamo raccontarci le nostre vite e riderci su senza pianger l’essere adulti e gli altri tempi? Possiamo evitare le formalità e riprendere ogni volta da dove abbiamo lasciato in totale fiducia di quello che significhiamo l’uno per l’altro? Possiamo metterci d’accordo per vederci uno di questi giorni anche se abbiamo un bordello di impegni contando sul fatto che stare insieme non sarebbe comunque tempo sprecato? Possiamo dirci la verità una volta per tutte invece di ostinarci a ignorare queste pesanti polveri che hanno ricoperto i nostri cuori?

Lo dico qua, dove tanto non lo leggerai mai e se lo leggerai non immaginerai che sto pensando a te, perché dentro di me lo so che la risposta è no e che certe strade non si possono percorrere all’indietro. Parlare, parlare davvero, non fa che peggiorare la situazione, perché se cominci a scavare ti accorgi che non ci sono ragioni, e allora cala il silenzio, come se di silenzio non ne avessimo già sopportato abbastanza. Parlare non è quel rimedio magico che piace sognare, perché alla radice tutti i problemi nascono precisamente dal non avere nulla da dire.

Ma la consapevolezza della nostra impotenza non fa niente per ricucire la divergenza con cui hai sfrangiato la mia innocenza. E così continuerò a chiederti, in qualunque angolo tu non possa sentirmi, in qualunque dimensione tu non possa trovarmi, in qualunque lingua tu non possa tradurmi, hey honey, possiamo parlare?

Possiamo essere di nuovo ciò che abbiamo ingiustamente promesso saremmo stati in eterno?

Overly blue

Hey hey.

Aren’t things moving fast. Cute shit ahead, cute shit deemed worth chasing, for we need a principle to go after and what else is there, really. I like where it’s all going. I’ve become quite the expert at closing my eyes shut, stuffing my head with the usual ghosts, enough for the horrors beyond my grasp to disappear like colors from a late dream. Might not have been your lesson but I learned this around your hair, it’s not that much of a hell when we’re in charge of the flames coming our way. And fire is great for cleansing too.

Still, I’m keeping you here where you can’t fade away. A relic from different times, boring times, dark times I guess, what with your weird cold heart being one of the few warming lights. Is this even about you anymore? I might have lost contact with who you are enough for your essence to stop mattering altogether. It’s been a while. Not the first while either. You always come back eventually, and I’m usually here to welcome you, ‘cause that’s what I do, desperately unable to save your attention in some merry place where I can get it anytime I want.

And yet it doesn’t really matter to me. Far away as you may be, you’re still floating in my every coffee, sacrificing most sleep to the higher cause of the wonderful living I trust we’re both carrying on right now. I’m grateful to you, and I haven’t mentioned any reason why, but reasons are such a boring excuse, and who gives a shit about adolescence anyway? We should be past the emotional answers by now, frankly you kind of always were, and there’s still so many hurtful questions we can ask to bring this world to our cheerful knees.

You must be flying quite high now. I know ‘cause I’ve been there too. I’m not much of a bird, clouds confuse the fuck out of me and the heavens don’t like my habit of vomiting all over. But I like to think my feathers are kind and one of a kind, and they can shine quite prettily when I happen to step in front of the sun. Will you be my star once again? I miss the rainbows we used to draw in the sky with everlasting help from our twisted brains. I can only do so much on my own, so do try and stick around.

For my world needs coloring, and you’re one special shade of cyan it’d be sad to paint without.

Sembra così facile, prendere in mano la propria vita. Eppure, a guardare gli altri da fuori, paiono sempre incapaci o immorali nella loro interpretazione di libertà. Tu non fai eccezione, col tuo dolce stanco pedalare. C’è chi ti invidia e chi ti compatisce, e c’è chi come me davvero non capisce, e tutti insieme a stringere ih questo cerchio di farfalle dove se ne muore una si può sempre spingere un po’ più avanti ed è come se non fosse successo niente.

Per un attimo ho avuto paura. Paura che l’unico progetto degno di esistere debba farsi carico di un primo posto in una qualche classifica. Paura che il migliore amico sia l’unico che possa tenere in piedi il sorriso da solo. Paura che l’unica carezza che valga la pena di ricordare sia quella di un amore eterno. Non sarebbe permesso sottrarsi per rifiuto della competizione, perché questa non è una gara che si potrebbe vincere sbarazzandosi degli avversari. E forse neppure la vittoria più completa sarebbe sufficiente.

Se davvero mi sono meritato quel posto in paradiso, prima di accettare l’offerta vorrei almeno sapere in cosa consiste. Perché per ogni istante in cui ti guardo negli occhi e mi sorridi in risposta so che non ci può essere un paradiso senza di te. Ma per ogni volta che il mio stomaco ha ceduto e il nostro rapporto si è risvegliato in una pozza di vomito sull’asfalto, so che non basterebbe un’eternità a cancellarne il sapore. E non si può modificare la realtà per uno stupido sogno: come ho già detto tante volte, senza un’identità precisa, una relazione è niente.

Forse, nel punto più alto, siamo farfalle universali. Forse siamo davvero arrivati a destinazione quando siamo tutti la stessa cosa, e allo stesso tempo noi stessi. Ma ci vuole talmente poco, a perdere le ali per una sciocchezza, che non saprei neppure dove cominciare a cercare una qualche sicurezza. Penso a te, ogni tanto, ma dentro di me so che non sei una risposta adeguata. Vorrei sapere com’è fatta, quella giusta, e se chi l’ha trovata è consapevole della sua fortuna.

E allora, così di sfuggita, mi capita di chiedermi se hai ragione. Se accettare quelle regole non scritte è l’unico modo di sentirsi a posto senza doversi appoggiare sui singoli, in attesa di raggiungere la cima. E quando sono davvero giù sono a un passo dal crederti, e mi arrenderei ai tuoi piedi in un mare di rimorsi, se non fosse che di quella cima, a me, proprio non importa. Non la comprendo, non la ammiro, e forse neppure la vedo. E in effetti non ti comprendo, e a essere sincero non ti ammiro affatto, e probabilmente con questi occhi alla tua anima non ci arrivo.

Chissà cosa pensano i tuoi occhi della mia. Immagino non abbiano tempo per porsi tutte queste domande, impegnati come sono a correre da un volto all’altro, come se agli angeli non disturbasse trascorrere l’esistenza in una sala d’attesa. Ah, ma per te sono tutte persone, un bordello di carineria al prezzo di un sorriso. E ti accompagno anche volentieri, ma offri sempre te, e io sono stanco, stanco che la sola scelta sia ospite o puttana. Sento che il cielo ci ha lasciato qualcosa di più bello, e potremmo ricominciare in meglio, se solo riuscissimo ad afferrarlo.

Ma non fraintendere la mia confusione. Non risiede in me l’intenzione di metterti qualcosa in testa con queste parole. Non voglio che il mio marchio sia rigido e ferito come una pagina di diario. No, desidero invece scorrere rapido al tuo sguardo in pallida trasparenza, e che la ferita sia tua, profonda quanto le occhiaie della nostra giovinezza. In quel sangue, forse, troverò le risposte che cerco, e se dio vuole anche il calore delle tue iridi.

Fireworks in the rain

I’ve been thinking. I’ve been longing for a chance to write you, but I grew tired of waiting and have decided to create one. A chance for this little secret of mine to pour out from my eyes, release to the darkness this sorry feeling violently rattling inside my chest. A chance for the dreams to shatter against something more beautiful than reality, and cut myself with their shards just to more strongly remember.

I got rid of the dust you left on my shoulder, back when I used to carry you around like a big blond four leaf clover. We all need an angel to take care of our twisted lives. Eventually I replaced it and sold you to the master of postcards, as I always do. As I always do, sometimes I miss it and wonder if I should have asked you to dance me around the rainy skies, for that is what wings are for and somewhere along your lines I had sensed meaningful clouds, a storm sent from heaven for us to cool down hell.

And of course, I keep speaking about us despite the fact that there clearly isn’t such a thing. I don’t even know what a couple is. Sure, I can describe myself, if necessary I can drown your personality in wild guesswork, but when it gets to “us” I’m fucking clueless. Am I so much to blame? I might be blind, but we ain’t exactly on a silver plate either. Which is ironic, for I have seen our hearts and they are made of gold.

Sometimes I wonder if that kind of knowledge is something I want at all. I guess we’ve been out of innocence for a while now, but to me it would still feel like throwing fireflies into the sun. I can stick to what you gave me, and whatever I brought you in return, if only a headache. And I die in here saying we’re not friends, I lay down here realizing we don’t know each other, but isn’t one good look more than enough to understand? Aren’t most friendships based around one silly instant?

So I’ve been digging. I’ve been searching for a way to be for real. What I found is lots of words and a few long, long nights. And I should probably ask, do you mind being in my thoughts from time to time? Do you even care if I named a piece of my soul after you? Don’t worry, I chose a pretty one. At least I think it is. I’d love to show you, but you know it doesn’t work like that. *This* is all the show I can put on, and pretty much the only thing I have ever been to you.

And in the end, what’s left is a path with no you and me, which is nothing new to the two of us, really. We have shared so little. But I believe in the power of little things, I believe in embarassed beauty, I believe in cold water and the floating dawn. Life is built on running memories and funny choices. Turns out I’ve cut myself deeply enough, which is why you’ll always be well invited to both my heart and my nights.

Didascalie

C’è chi è nato per scattare fotografie, c’è chi è nato per farsi ritrarre. E poi c’è chi, come me, passa la vita a comporre inutili didascalie, ma non è davvero un triangolo, solo una retta e uno stalker, perché non c’è dipendenza tra loro e noi: non sarò mai il tuo soggetto, e ovviamente dei consigli di un neofita te ne faresti poco.
Di cosa ti sorprendi, allora, se sento il mio mondo così lontano dal vostro? Cerchi di costruire un pensiero nuovo che non esiste, come se l’esperienza ti concedesse il diritto di scegliere quando si può spiegare e quando è così e basta. Questa è la libertà che offre ogni briciolo di conoscenza in mezzo agli ignoranti, la libertà di manipolare il mondo a proprio piacimento con il solo supporto di un’imperturbabile faccia di merda. Magari concedi pure loro di scegliere le pose, come se poi non toccasse a te decidere il filtro, trasformando ogni errore in attento calcolo. E se dietro c’è l’ideale di dare questa libertà a tutti allora quel poco di rivoluzionario che è rimasto in me è sinceramente commosso, ma le utopie sono passate di moda da almeno mezzo secolo.

E sto divagando, come mio solito. Volevo dirti qualcosa, ma se guardi bene sono anni che non sono più capace a parlarti. Forse è sempre stato così, forse sto covando rancori vecchi di secoli, forse non sei tu e sono io. Ma il passato sembra svanire quando c’è voglia di cantare nell’aria, e un paio di ricordi non hanno troppo senso, e cambiati lo siamo entrambi. C’era un vivi e lascia vivere, e non l’abbiamo mai abbandonato, ed è un po’ tutto quello che ci accomuna, insieme a quel po’ d’affetto che ci portiamo dietro tanto per.
E per tutta la strada che abbiamo fatto, ti comporti ancora come se conoscessi tutte le equazioni necessarie per risolvermi, ma solo perché quando esplodo le mie schegge tagliano in profondità non significa che la mia anima sia di vetro. Non che importi, a questo punto, tanto farai finta di niente, come hai sempre fatto, tutto ovvio e prevedibile, cose da bambini che prima o poi cresceranno. Che poi ci sta anche, a dare attenzione a quelli che scrivono si rischia di montar loro la testa, e dio ce ne scampi, che di arroganti ce ne sono già abbastanza dagli altri due lati.

In realtà quello che cercavo di dirti è che ho questa strana cosa dentro, e ho finalmente capito la magia del vagone, ma mi fa male e allora devo lasciarla andare, chissà tu come cazzo fai, tu che ti intenderai anche di immagini, ma le didascalie sono un’altra cosa, e io anche.

Ti amavo davvero, sai. Non tanto per dire, e non con particolare consapevolezza di cosa significhi, perché come l’esperienza non manca mai di ricordarmi io cosa significa amare non l’ho mai compreso. Però facciamo che ne abbia un’idea abbastanza precisa. Anzi, facciamo che io abbia *ragione*, tanto i pensieri sono i miei. Allora ti amavo davvero, sai.

E ti vedo già, a chiedermi una conclusione. Quelli come te sono sempre lì ad aspettare il quindi. Ma io un quindi non ce l’ho. A volte ho dei bei ricordi, che sicuramente condividi anche te. Vabbé, diciamo che mi piace pensarlo. E a volte non ho neppure quelli, ma poi che importa. A riportare l’affetto sul pratico ci riesco solo con le parole, poi magari ti sento e va tutto a puttane. E le stelle mi urlano che ho torto, che l’affetto non si riporta da nessuna parte, ma le stelle cadono anche loro, e allora forse così attendibili non lo sono.

Così guardo il buio e vedo se cambia qualcosa, la speranza sempre viva che basti la canzone giusta al momento giusto. Speranza sempre valida, come ho imparato, ma la combinazione non l’azzecco proprio sempre. E posso scriverti da un letto come da una scrivania, pensarti da una strada come da un treno, e sei sempre la stessa persona, e di giustificazioni non ne trovo, e di giustificazioni sbaglio a cercarne e brucerò per questo. Che poi, la *mia* giustificazione è, banalmente, che questo sono io. E se non ti piace te ne vai. E così è successo. E non cambierei per nulla al mondo, figuriamoci per te. Se amare significa questo, allora eri nel giusto per tutto questo tempo e io sono un’egocentrica testa di cazzo che non conoscerà mai nulla di diverso dalla solitudine più sincera.

Ma come dicevo, questa è la mia lettera e tu non la leggerai mai e allora decido io cosa è giusto o meno. La sincerità non è compresa, perché delle tue verità mi sono stancato tanto tempo fa. Non è un rifiuto di ascoltare, quanto un disperato appello a un tuo rifiuto di *spiegare*. Non puoi spiegare. Non puoi sistemare. L’unica cosa che puoi fare per me ora è saltare in mezzo ai binari e rimanerci una volta per tutte. Vorrei dire che ti seguirei, ma non è davvero il mio stile. Starei lì a rimpiangere di lasciare come ultimo ricordo l’incazzatura di qualche pendolare innocente. No, io rimarrei fedele alle mie fantasie da bambino, e punterei alle persone che amo.

Per il resto, sai, non so cosa ci faccio quì. Sì, non riesco a dormire, ma insomma, ci sono altri modi per passare il tempo. È che poi mi sentirei in colpa, a tagliare le ali di parole tanto contente di vedere il cielo ancora una volta. Non che abbia mai visto qualcuno sentirsi in colpa per aver tagliato le mie, ma forse va bene così, forse puntavo più lontano di quanto potessi promettermi. Ed è ironico ammettere di voler lasciar passare il flusso dei miei pensieri così senza filtro, un paragrafo dopo averti chiesto di chiudere la bocca per sempre. Ma immagino di non volerlo davvero, a guardar bene. Ti ascolto sempre volentieri, sempre con l’illusione priva di alcun fondamento che tu abbia qualcosa di dire, illusione che hai sempre imposto agli altri di credere anche a costo di passare per un’arrogante testa di cazzo.

Chissà se ho qualcosa da dire io. Righe su righe, e ancora non ne sono sicuro. Potrei chiederlo a te, ma so che sarebbe inappropriato. Non sono ottuso come credi. La verità, la mia verità, è che quello che ho da dire io non l’hai mai voluto ascoltare. E allora insisto senza ritegno, pensando che se mi ascolto a sufficienza qualcosa arriverà anche a te. Il vento si ricorda di quando i nostri sguardi si sono incrociati, e magari mi farà questo favore per un respiro o due.

Romantico, vero? Vedi, forse sta tutto qua. Potrebbe dipendere dalla mia innegabile mancanza di lucidità, o magari ho finalmente ricordato la canzone giusta, che da un’ora o più sto disperatamente cercando di non citare a random come un sedicenne in calore. Rimane il fatto che ho realizzato, in un momento che è scappato tanto veloce quanto si è fermato per salutare, che esistono delle persone migliori di noi. Esistono delle persone che non si prendono per poi di peso buttarsi, che combatterebbero fino alla fine per ciò in cui credono, che non perdono tempo in promesse né ne pretendono in cambio. Persone che probabilmente sanno meglio di noi cosa significa amare, e sono rispettabili per questo.

Eppure alla fine, che non è detto sia la parte che conta ma questa è ancora la mia lettera, è un sorriso e non una lacrima ad accompagnare questa infinita notte al suo riposo giornaliero, quando penso che nel mio cuore sarai sempre la mia romantica testa di cazzo.

Insieme

Puoi pensare di aver capito, di aver trovato quella semplice soluzione sfuggita per così tanto tempo, ma non è così che funziona, ciò che è semplice non è così semplice da trovare, e non puoi cavartela con l’apporto di luoghi comuni arbitrariamente selezionati.
Secondo me non c’è niente da capire. Ci siamo io, te, il piacere e il dolore. Se avessimo cercato il bello invece del giusto, ora non saremmo qua. Non basta un’intuizione. non basta un ragionamento, siamo umani, le nostre capacità di verificazione sono limitate e non possiamo essere a conoscenza di tutte le variabili coinvolte.
Che bisogno c’è di giustificare il piacere? Dovrebbe essere naturale, e giusto per definizione. Almeno per uno di noi! Vuoi dirmi che gli angeli si sono offesi? Un angelo non si offende, al massimo piange. Piange perché la sua bellezza è irrilevante, e non c’è niente di romantico in questo. Il paradiso è invaso da un fetore di patetico, l’inferno è il regno dell’autocommiserazione solo quando la gente che ci va non ha capito un cazzo. Debole variabile, ma almeno esiste.

Parlami del tuo dolore. Mostramelo in tutta la sua incoerenza, ficcami in gola ogni rifiuto della tua anima egocentrica, mischia le tue lacrime al mio sudore, alla mia stanchezza, ai miei occhi ripetenti.
Non potrei mai accettare di vederti felice, perché la solitudine è innamorata della morale ed è un amore impossibile, come io sono innamorato di te ed è un amore osceno, quasi dimenticato, forse per istinto di sopravvivenza. È meraviglioso, enorme, il simbolo di quell’estetica che avrei dovuto comprendere e farti comprendere quando era il momento, ma non si sa perché improvvisamente non è più il momento per niente.
Dovremmo ballare, io e te. Danzeremmo per tutta la notte, sotto un cielo troppo esausto per essere chiamato ancora una volta a oscurare il disgustoso, sotto un cielo che io e te potremmo salvare dal suo tormento, ed essere ricompensati con una stella per uno, una stella che cavalcheremmo fino agli estremi dell’universo, bruciando in estasi. Ti amo…
Ci sono cose che non si possono semplicemente capire, o spiegare. È per questo che le mie lettere, quelle vere, escono sempre un disastro. Non posso sempre ripiegare sulla mia povertà didattica, a volte non è semplicemente colpa mia. A volte è troppo anche per me.

Insieme non deve per forza significare qualcosa. Esiste un di là della parola, l’oltre sublime che ho cercato di rappresentare in tutti i modi, anche quando era troppo tardi, anche quando Dio stesso si chiedeva cosa stessi facendo. Forse è stato un errore pensare di avere in mano il pennello – ma una volta trascesa la logica non resta che abbracciare, nel dubbio, l’ipotesi migliore, senza più l’ombra di un dubbio. È per questo che continuerò a disegnare, nonostante non sia rimasto più nessuno per vedere. Non è questione di speranza, ma di senso estetico. Arrogante e complicato, ma l’alternativa è patetica. Il suicida è codardo non perché si arrende – chi ha detto che la vita dev’essere difficile? – ma perché il più delle volte ne approfitta per ripiegare su impersonali matite commerciali. E questo è terribile, la morte dell’arte.
Anche l’abbandono, in tutte le sue forme, ha un potenziale, e come tutto ciò che ha un potenziale è deprimente vederlo sprecato con pretese incomprese. O forse utilizzo una prospettiva sbagliata, come quelle immagini che hanno senso solo da lontano, o una costruzione della quale si sono scordati di pitturare una facciata.

Dovremmo volare, io e te. Nulla di eroico, solo una torre e un vuoto. Dall’alto lo schifo sembra più piccolo, e la sua esistenza diventa quasi sopportabile, e magari potresti approfittarne per andare più veloce di me, e farmi vedere finalmente come si accelera. Mostrarmi un’idea invece di perdere tempo a spiegarmela. Non un aiuto, non una guida – queste sono cose da bambini bianchi. Il mondo non necessita di esempi, tutto ciò che la storia può realmente insegnare è il fondamentale fallimento delle categorie. L’esperienza del singolo può essere utilizzata solo tramite associazioni, ma l’associazione è arbitraria e presuntuosa. Il significato nasce dalla scelta, e le scelte non sono riconducibili a una base logica. Siamo costituiti da scelte, non motivazioni – consolare un rimorso tramite una revisione e modifica di ragionamenti passati è possibile quanto ridicolo, e la memoria non è un testimone affidabile.
Certo, alla fine l’evoluzione del pensiero è parte integrante di ogni pezzo di esperienza. Ma nel disegno generale, momentaneamente compiuto ad ogni nuovo momento, ci siamo solo noi, soverchiati non dal peso del passato, quanto dal peso del presente.
Scrivo per rendere bello questo presente.
Scrivo per rendere bello questo insieme.

Ti scrivo perché ho visto il nostro capolavoro.

Lettera a un’amica

Ehi.
Mi fa piacere sentirti. Non ci siamo visti per molto tempo, e nonostante molte cose siano cambiate ho aspettato con ansia questo momento.

Se stavi cercando di scappare, ormai avrai capito che è del tutto inutile. Non avrei mai avuto il coraggio di spezzare le tue illusioni, e non so se deciderai mai di perdonarmi per questa omissione di soccorso; ma sono dell’idea che fosse necessario un certo grado di crescita interiore per comprendere a pieno l’errore e lasciarsi i sogni alle spalle.

Tempo fa avrei voluto sognare con te, e parte di me non ha lasciato questa strada… Ma è una strada vuota, ricolma di fiori infreddoliti. Mi conosci: preferisco le strade delle fiabe, quelle che non vanno da nessuna parte. Sono difficili da percorrere in due, e probabilmente all’epoca mi sarebbe toccato trascinarti. Vorrei tanto che non fosse più così, che potessimo ancora incamminarci in silenzio, ma, come so che sei cambiata, sono anche a conoscenza della tua maledetta testardaggine, la stessa testardaggine che mi porterà a viaggiare da solo, verso quei castelli di pioggia che abitano le mie contorte memorie.

Hai trovato la tua pentola d’oro, honey? Io sto ancora cercando. Ho visto cuori aperti in due, trafitti, devastati – nulla di tutto questo appartiene alla realtà. Siamo in un sogno, io e te: ma è un sogno molto diverso da quello in cui speravamo entrambi, forse per il bene di noi stessi, o forse per innato quanto impercettibile altruismo. Non mi rispondere che non lo sapevi, perché non ti crederò; non dire che non sai cosa significa, perché ho trovato la verità che cercavo, e le vecchie stelle hanno smesso di brillare.

Brillano ancora i tuoi occhi? Scommetto di sì. Come dovevano brillare i miei, quando mi asciugavi gli occhi con mano invisibile! Certi splendori sono perduti per sempre, ma era solo espressione di un bisogno. Come avevi bisogno di me, quando ti asciugavo il cuore con occhi di ghiaccio! Certi braccialetti sono perduti per sempre, ma era solo un pezzo di ragnatela. Una ragnatela che non avrebbe ceduto neanche se ci fosse sceso sopra un meteorite, ma i ragni… I ragni non sono così resistenti. La ragnatela non si è mai mossa, siamo noi che l’abbiamo abbandonata. E ora il viaggio di ritorno è al di fuori delle nostre possibilità, com’era prevedibile.

Quante parole. Le parole sono inutili, dicono i ragni con lungimiranza. Sapessi disegnare, avrei progettato una nuova ragnatela; sapessi cantare, avrei rianimato le stelle cadute; sapessi torturare, avrei mutilato le memorie più scomode. Certamente le parole mi aiutano, ma non possono fare nulla per te, te che sei tutto ciò che importa perché io da solo non sono niente, perché le tue sono le sole mani che abbia mai avuto senso stringere. E mentre gli avvoltoi ci danno per morti, io scriverò un nuovo sogno, il tuo testamento, la mia confessione.

Se dovremo piangere lo faremo insieme, ovunque tu sia. Non ci sono limiti, nei sogni.

Fra