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Per cambiare

Sullo scaffale in alto i quaderni prendono un sacco di polvere. Non li riguardo quasi mai, sfogliate nostalgiche a parte, ma è fastidioso lo stesso, e non è che siano belli da vedere, e comunque ricevo visite una volta all’anno quindi chi mai vedrebbe cosa di bello ci sarebbe da vedere. Allora li sposto nel cassetto sotto il letto. Il che significa spostare le calze e i pigiami da qualche altra parte, tipo l’armadio nel corridoio, che obiettivamente è un posto più sensato, tanto per quanto spesso cambio pigiama, ché il mio letto riceve visite una volta all’anno quindi chi mai potrebbe lamentarsene.

Il tabacchino sotto casa ha chiuso, quindi tocca fare cento metri in più. Non sono davvero in più, ché tanto chi esce mai se non per fare la stessa strada ogni giorno, basta sceglierne uno più in là nel percorso. Ma quello più in là, quello della tipa carina di cui non riesco a capire l’età quindi ciao o salve è sempre un mistero, è a corto di Diana dure. Il che significa prendere le morbide, e non ho la più pallida idea di quale sia la differenza, eccetto che il pacchetto fa schifo al cazzo e non sembra esserci modo di chiuderlo, ma dato che costa uguale immagino che a qualcuno piaccia così.

Sono egocentrico e asociale come pochi, ma i pomeriggi di giugno in un corridoio stretto e ansioso sono fin troppo lunghi, e aiuta buttare due parole nel vuoto. Una parola tira l’altra e tempo niente mi trovo a interessarmi di sconosciuti, e all’improvviso sconosciuti non sono più. Il che significa sentirmi in colpa quando la colpa è anche mia, ma per una volta non posso materialmente farci niente, quindi sto zitto e respiro normale. L’impotenza è concreta, non più un macabro prodotto della mia emotività, quindi non grido, non piango e non sclero, e di crepe nel pavimento non ne faccio altre.

Vorrei andare tanto lontano, ma è solo un prendermi in giro, perché per andare lontano non c’è davvero bisogno di andare lontano, e tanto lontano ci sono già andato senza muovermi di una virgola.

Emily

Sto pensando a Emily, perché ci sono un paio di stelle e forse un aereo. Sto pensando a Emily e starei meglio a non pensarci affatto. Credo sia normale, credo che da Emily ci siamo passati tutti, e credo sia parte della crescita prendere Emily e metterla via.

E vorrei dire nessun rimpianto e nessun rimorso, ma non funziona così, non funzionerà mai così. Perché parte di me, immagino parte di tutti, sa che Emily avrebbe potuto cambiare ogni cosa. Una vita completamente diversa da quella che mi è caduta addosso, una vita appena più magica, in cui nelle stesse stelle avremmo potuto leggere i rispettivi desideri al posto di una fredda dimenticanza.

Ma se Emily fosse qui con me, allora Emily non sarebbe Emily. Sarebbe quella persona speciale che rende ogni momento degno di essere vissuto, e altre cose romantiche di cui non capisco un granché. Ma non può esserlo, perché Emily è il sogno, è la speranza, è l’adolescenza – mai la realtà. Emily è l’illusione con troppe pretese, è il potenziale senza futuro, è la follia di un errore inevitabile. Emily è la persona sbagliata al momento giusto, ed è un gioco crudele quello di lasciarsi andare, ma quali alternative ci sono? È la missione di uno sciocco, riportare l’equilibrio a una bilancia appesantita di vuoto.

Emily nei miei pensieri tra il sonno e la nausea, Emily nel mio respiro senza alcuna sostanza, Emily nei cuori che devono ricominciare. Dove lo nascondi, un pensiero così? Ma Emily è via, e io sono qui, e da qualche parte tocca andare con o senza di lei.

Ali

Sta girando tutto intorno alla stessa cosa da mesi, forse anni. Non riesco a tirarne fuori il centro. Persone che alla fine ci credo che mi vogliono bene. Abitudini che il più delle volte mi strappano ancora un sorriso. Sai quando il controllo va a puttane, e dopo aver sfondato mezza casa ti guardi intorno e ti viene da ridere e va di nuovo tutto bene? Tutte quelle ore a letto, mai fatto caso al soffitto. Lettere che volevo scrivere, ma non l’ho mai fatto per paura di cambiare idea. Svegliarmi e non sapere che giorno è, l’indecisione se preparare il pranzo o la cena. Il vicino rompicoglioni con la chitarra, o che ascolta la chitarra, e che canta, o ascolta qualcuno che canta. Non canterò mai più ragazzine strafatte su quella strada, perché su quella strada non ci passerò più. Mai più a notte fonda lo spazzino dell’area riservata che non parla inglese. Ci sono parole che volevo sentire, ma non le ho mai dette per paura di essermele inventate. Fotografie che vorrei non vedere più. Tavolette di cioccolato e tazzine di formaggio, in quest’ordine. Avanti ed avanti senza fretta a sperare il giorno dopo, ma il giorno dopo diventa oggi troppo in fretta. Cosa credo di me? Cosa succede se quello che ho chiesto non era vero ma l’ho ottenuto lo stesso? Ritratti che non somigliano a nessuno. Ricordi che non somigliano a nessuno. Voci di fantasmi vicini che non ho cercato di tenermi vicino. Fantasmi di voci distanti così facili da ritrovare. Che scusa, metterla sul politico quando è solo personale. Ogni categoria è fatta di individui. Solidarietà, simpatia, stupidità. Sostanziale ignoranza. Sostanza volatile e indescrivibile. Voglio volare via con l’essenza che ho tradito, guardare lontano con l’anima che ho trovato, cadere nel vuoto come in un sogno dimenticato.

Scia

Ho in mente lo scomodo impaccio di tutte le parole che si scordano di uscire, lasciandosi dietro una scia di condoglianze che scioglie in silenzio ogni traccia di calore.

5

5 anni.

Cinque, come le dita della mano, una delle quali ha un rigonfiamento alla base come un osso che sporge e fa male quando schiacciato, e vorrei essere costretto ad amputarlo, così che la mia mente possa abbandonarsi al dolore, o alla voce delle infermiere, e dimenticare l’altro dolore, quello più antico, quello infinito.

All’inizio si è sempre ricolmi di speranze. La voglia di cambiare, di ricominciare, maturare una propria personalità e accettarla nella sua interezza, imponendola col sorriso a coloro che hanno la sfortuna di amarci. Nel frattempo ci si guarda intorno, e si cerca di indovinare chi valga la pena di amare, gli odi a pelle, le potenzialità. Però… bisogna esserne capaci. A parole son bravi tutti, ma poi? E’ la fase più importante. Il minimo errore e sei segnato per sempre, il minimo errore e qualunque cosa sia portata a galla da sadici revisionisti rischia di essere una lama incandescente conficcata in mezzo alle scapole. Le scelte che sembrano niente e sono tutto. Alcune vie, in un battito di ciglia, vengono precluse per sempre.

Quattro, numero nerd, anche se sono tutte sciocchezze, sì, sciocchezze ma frustranti e appartenenti a un’identità che con l’io che percepisco non ha nulla a che fare, ma questi sono ricordi vecchissimi, paleolitiche cascate di paura, e non dovrebbero essere le parole, le categorie, il problema.

L’età di speranze è seguita da un privatissimo medioevo fatto di punti fermi che di fermo non hanno proprio nulla. La prolissità delle dichiarazioni è inversamente proporzionale al sentimento. Innumerevoli gesti d’affetto sempre più falsi, ripetuti tentativi sempre più deludenti, drastiche scelte sempre più forzate. E’ la celebre perdita dell’innocenza, sullo sfondo di improbabili miscugli di gothic metal e 883; è il tempo delle urla, delle feste e delle ultime lacrime, messe in ombra, come sempre, dalle sue. Un’età fatta di pesanti barriere, volte all’impedimento della più banale fiducia, alla distruzione della più semplice spontaneità.

Tre, come i lati dei tanti triangoli sentimentali che mi hanno fatto impazzire uno dopo l’altro e che si sono rivelati del tutto privi di un qualsivoglia incentro o circocentro che sia, questo perché anche se si ricomincia sempre non c’è nessuna circonferenza, o forse c’è e non vale la pena di seguirla e allora preferisco pensare che non abbia significato, che i vertici siano soli e malvagi, come se il vittimismo potesse tirarmi fuori da questo buio crepaccio.

Si arriva a un punto, quando si cade in basso, in cui la vergogna è talmente grande che ci si convince di aver toccato terra. Gli occhi si chiudono, si gira un po’ su sé stessi, e si ritorna all’attacco. Il trucco è efficace, ma la destinazione rimane il fondo. Le emozioni diventano incontrollabili e il corpo esplode: i ricordi migliori di una vita, accompagnati dalla sofferenza più ingiustificata di sempre, e per questo ancora più terribile, perché non è possibile trovare soluzioni a problemi che non esistono. Un letto condiviso è più caldo di altri cento, gli abbracci ricominciano ad avere un significato, ma il rancore si innalza sulla testa, e non bastano le poche stelle in cielo a fargli da ostacolo. Le aspettative sono deluse, ma almeno la vita riacquista un senso. Il terreno è pronto per un privatissimo Rinascimento.

Due, io e te, a fumare sulla spiaggia, abbracciati sulle lenzuola, di notte sulla strada per casa tua, tu per terra e io alle mani, persi tra gli innaffiatori, di giorno sulla strada per casa tua, a scambiarci biscotti al cioccolato, a guardarci di soppiatto come fossimo due estranei, io che scrivo e tu che sgorghi, io che disegno e tu che scompari.

C’è da sorprendersi se un’ascesa fondata sull’inganno di sé stessi si rivela, per l’appunto, un’illusione? Tanta ricchezza di spirito lascia spazio a una devastante apatia, e quando un bel giorno il mondo crolla, e il mondo crolla per tre volte consecutive, l’orrore, silenzioso, è totale. Il mistero torna irrisolvibile, anche se la pace, la calma lasciano la mente libera di riposarsi da quanto di terribile le è toccato baciare; ma il riposo lascia il corpo libero di fermarsi, e l’inattività non può che condurre il pensiero su binari indesiderati. L’indifferenza si scioglie come neve in territorio felino. Il rancore, da tempo in stand-by, non aspettava altro.

Uno, come l’occhio che tutto vede e tutto sa, e quindi sa anche che il trascendente non mi soddisfa, anche se ho passato non so quanto tempo a desiderarlo, scambiando il mio esile involucro per il saggio che tutto conosce e tutto capisce, in mancanza di sufficiente consapevolezza per riconoscere che l’irrealizzabilità non era intrinseca ai sogni, quanto a me sognatore.

Non importa quanto lungo sia stato il sonno, basta una sufficiente dose di dolore a causare un brusco risveglio. La prolungata martoriazione del corpo addormentato ha reso le ferite, se possibile, ancora più aperte di prima: l’unica reazione ragionevole, a meno di non voler soccombere, è tuffarsi nella verità a testa bassa, trattenere il respiro fino al gelido marmo, e pregare che le forze rimaste siano abbastanza per risalire. Se si sopravvive, si passa alla seconda fase, meno brutale, ma potenzialmente altrettanto traumatica: il cambiamento. Si torna all’inizio, in un certo senso, ma senza l’effetto sorpresa, poiché l’ambiente è lo stesso; ciò nonostante, il rinnovato ottimismo fa sì che i punti fermi sbuchino come funghi.
C’è però una terza fase. L’atroce sospetto che nulla sia realmente cambiato non tarda ad arrivare, e i funghi rivelano uno dopo l’altro il loro mortale veleno. In un irrefrenabile vortice di eventi il marmo risorge dal fondo e precipita verso facce e gambe spaurite, mentre il mondo ricomincia a crollare a intervalli regolari e imprevedibili, corpi esplodono ovunque e assurde manifestazioni d’amore irrompono violentemente da quelle poche saracinesche che ancora non sono calate sferragliando. Le speranze tornano pure, ma i contenuti non sono più in vendita. E’ la chiusura del cerchio, quel cerchio che aveva paura di concludersi perché sapeva che la sua completezza gli avrebbe strappato ogni parvenza di significato.

Zero, come i miei rimpianti, come ciò che ho costruito in cinque sporchi anni.