La libertà

La libertà… L’unica via per la felicità, direbbe qualcuno. Ma la libertà porta con sé tutti quei concetti orrendi di morale e responsabilità, che radicati come sono nel senso comune trasformano quella libertà in qualcosa di nero, di vuoto, di dilaniante. E anche se ripartissimo da zero, troveremmo sicuramente un modo per tornare a questo punto.

Nessun anarchico può nascondere il fatto che noi uomini, della libertà, non sappiamo che farcene.

E allora perché non rifugiarsi nell’altra estremità? Che motivo abbiamo, in fondo, per non tornare a essere schiavi? Il problema è lo squilibrio, è quando ci sono tanti schiavi e pochi padroni facilmente identificabili. Allora ci siamo inventati Dio, con annessa la storiella del libero arbitrio per tenere impegnati gli intellettuali. Quale mezzo migliore, per smettere di dondolare, di buttare giù il dondolo?

A me Dio non soddisfa. Non è una cura adatta per il mio mal di mare. Forse bisogna tornare – per la prima volta, in effetti – all’equilibrio. Un padrone e uno schiavo. E da qualche parte un’altra coppia. E ancora tante coppie. Tutte rigorosamente indipendenti. Lo schiavo è finalmente libero: libero dalla morale, libero dal giudizio, libero dalla vergogna. non è libero di fare, ma che se ne fa? Il padrone è libero di fare? No, neppure lui. Anche lui si accontenta delle libertà che contano.

E forse sono pure felici.

 

Il nostro ipocrita Grillo Parlante

Di tutti i doni che Dio può aver fatto agli uomini, l’arroganza è indubbiamente quello che mi lascia più basito. Certo, era inevitabile: siamo profondamente diversi da tutto il resto, quindi o siamo superiori o siamo inferiori; e poiché il creatore si è degnato di rivolgerci la parola, la decisione è piuttosto semplice da prendere.
Però questo non c’entra nulla con quello di cui volevo parlare.

Riproviamo.
Di tutti i doni che Dio può aver fatto agli uomini, l’arroganza è indubbiamente quello che mi lascia più basito. Anche perché poi si è sbattuto per bene a predicare il contrario, e nessuno ha capito una sega.
Oddio, nessuno… Qualcuno c’è arrivato. Qualcuno ha colto il messaggio, e ora è suo discepolo. Non ufficiale; una rapida occhiata a un libro di storia, e i discepoli ufficiali si dimostrano alquanto scadenti. Pensavo più a dei discepoli spirituali, come me, come le persone sul treno… Anime moralmente infrangibili, anime coscienziose, giuste!

Già.
Ma Daddy parlava anche di uguaglianza, e lì le nostre coerenze interne cominciano a vacillare.
Certo che siamo uguali, urla il Grillo Parlante in ognuno di noi: le razze, l’abbronzatura, la mano migliore… Nulla di cui il nostro indomabile senso di giustizia egualitaria debba avere paura!
E poi, come nulla fosse, nello scompartimento di uno treno – ma anche a cena con i parenti, o in riunione con i colleghi – va tutto a puttane. Che gran presa per il culo, eh? Siamo tutti fermamente convinti di un’uguaglianza di base tra gli esseri umani (tutti, oddio… facciamo che mi fido di chi è arrivato a leggere fin qua), e poi ci perdiamo in quel bicchier d’acqua che è l’egocentrismo. Un po’ ipocrita da parte nostra, ma bisogna ammettere che la questione è di difficile risoluzione.
Tra l’altro la contraddizione è doppia: allo stesso tempo veniamo aggrediti dalla paura di essere una pecora come gli altri (arroganza) e da quella, più sottile, di non esserlo affatto (adolesc… cioé, appartenenza).

Ora, che Dio avesse un senso dell’umorismo perverso si era capito da un pezzo. Quello che non si è capito (o almeno, io non ci sono riuscito) è in cosa consiste la tentazione e in cosa la retta via. Forse l’obiettivo è liberarsi dalle proprie paure? In fondo è il primo passo per la pace interiore (il secondo è sconfiggere le proprie colpe, ma questo è un argomento che affronterò un’altra volta).
Okay, l’ipotesi mi piace. Resta il problema del come ottenere l’obiettivo: accettando la propria individualità, trovando un’appartenenza definitiva, o dimostrando la fondatezza della propria arroganza? La seconda mi sento di escluderla, non fosse altro che per la disperata impossibilità di realizzarla (sono un inguaribile ottimista). Sulla terza, ci troviamo tutti spesso a pensare di essere gli unici esseri coscienti in un mondo di pecore, e quel “tutti” suona tanto come una contraddizione.
Rimane quindi la prima, in tutta la sua banalità e semplicità.

Troppo semplice.
Dicevo prima del sense of humor divino: il giocherellone ci ha regalato un ostacolo grosso come una casa, sotto l’innocente nome di capacità di giudizio. Kant definiva la sua mancanza “stupidità”.
Ed è questa, fondamentalmente, la causa di tutta la nostra presunzione: ne abbiamo bisogno per sopravvivere. Il modo più facile per estraniarsi dai giudizi altrui è porli su un piano inferiore; se li accettassimo così come sono, saremmo destinati a ricadere nelle stesse paure da cui cerchiamo di fuggire. Possiamo regolare il nostro corpo, in certi limiti, ma non la nostra mente… e le menzogne, come le promesse, si infrangono in fretta.

Ricapitolando, è un fottuto circolo vizioso. Evidentemente l’approccio non è quello giusto…
O forse l’obiettivo non è eliminare le proprie paure, ma imparare a conviverci.

Moooolto perverso.

 

Insonnia

Mi era rimasto da parlare della colpa, la seconda grande presenza che ci impedisce di dormire la notte. Rimpianti e rimorsi, insomma: se solo mi fossi comportato in un certo modo, se solo non avessi detto quella cosa, se solo avessi detto qualcosa
Quando si tratta di azioni, in genere si rimpiange l’impulso, mai la scelta. In fondo, se c’è stata una riflessione, dovevano esserci dei buoni motivi a sostenere entrambe le alternative.

Ma non è di questo che voglio parlare; no, la mia attenzione è rivolta alla colpa delle relazioni, come mi piace chiamarla. Le amicizie irrancidite, i rapporti dimenticati, i sentimenti mutati… Le morti, anche. Colpe intangibili, il genere di colpe che ci portano vagonate di “non ci potevi fare niente”; intere discariche di troiate, e ogni volta è un atmosfera più in basso.

Ma perché, poi? Siamo tutti animali da melodramma, o è veramente una nostra responsabilità? E anche se fosse? Non siamo profeti: non possiamo prevedere le conseguenze di un panino nel nostro stomaco, figuriamoci di un’emozione all’interno di una relazione.
Le conseguenze di un abbraccio, di un insulto, di un bacio.
Le conseguenze di un telefono lasciato squillare, le conseguenze di un saluto poco convinto, le conseguenze di una battuta inopportuna.
Le conseguenze del nostro dolore.

Vale davvero la pena di trascorrere le notti svegli, nel letto, alla finestra, a fantasticare, passando da una parola diversa a una persona diversa a un rapporto diverso a una vita diversa alla morte migliore, poi un brivido e tutto ricomincia?
Vale la pena di ricominciare da capo i sogni, indugiando sugli incubi, dimenticando le mani, cascate di mani che la notte non dormono, e fantasticano, e piangono, mani che non hanno occhi ma sono tutte piacevolmente calde d’amore, e non ci sarebbe colpa più grande del lasciarle vuote, o cieche, per quel che conta?

Non c’è solitudine, nelle prigioni dell’anima…

 

Promemoria

Passiamo un sacco di tempo a lasciar correre, e a convincerci che è l’unico modo di vivere. Ma ci sono persone, e sono tante, che forse la nostra considerazione non la meritano proprio. Non è mica una colpa: non sono quelle giuste per noi. Sono consapevole di quanto sia riduttivo catalogare gli altri in “giusti” e “sbagliati”, ma per ora questa limitazione è sufficiente.
Non è solo per convenienza che si ricorre ai sorrisi di circostanza nelle situazioni peggiori: c’è qualcosa di più. Il legame, per quanto minimo, che si viene a formare in quegli imbarazzati momenti in cui il pensiero è fisso su una reazione preparata, ma l’accoglienza non è quella aspettata (e capita sempre, sempre…) lascia il segno. E la sorpresa modifica il piano, scioglie il ghiaccio dove stavano le montagne e innalza un iceberg in mari di sangue. Ecco, anche volendo fare i romantici e accettando il cambiamento come naturale predominanza del sentimento sulla ragione, è inevitabile che la situazione sia destinata a ripetersi, perché il giudizio iniziale doveva pur essere dovuto a qualcosa.
Disgraziatamente quella predominanza si manifesta a prescindere dal proprio grado di illuminismo, e la consapevolezza di essere bloccati in un ciclo infinito di delusioni si rivela ben presto in tutta la sua inutilità. Forse è per questo che ci tengo a scriverlo, per fermare l’attimo fuggente, per non correre il rischio di dimenticare le radici, tutt’altro che fittizie, del profondo odio che provo per chi mi circonda.

 

L’indifferenza

È inutile giocare ai piccoli relativisti. Buoni e cattivi esistono, e la differenza è molto semplice: i primi desiderano il bene altrui a prescindere dai propri sentimenti. Ora, sarò naive, ma ho sempre creduto che *tutti*, in fondo, abbracciassero la prima ipotesi. L’odio, il disgusto o – ancora peggio – la cosidetta “indifferenza” non mi sembrano giustificazioni razionali per ferire qualcuno.

Indifferenza… L’unica vera indifferenza è verso coloro dei quali non conosciamo l’esistenza. Gli altri riposano tutti nel nostro cuore su un diverso livello di amore (inteso come unità di sentimento), estetico o intellettuale che sia. Non mi stupisce che questi legami portino dolore: si tratta di un sistema complesso, e come tale è fondato su un equilibrio. Ciò che mi lascia esterrefatto è che qualcuno possa usarli per i propri scopi, pur sapendo che *nessuno* ha controllo su di essi. Nessuno decide di restare sveglio la notte pensando a lei. Nessuno decide di accelerare i battiti cardiaci all’ennesima dimostrazione di stupidità. Nessuno decide quanto brilleranno i propri occhi all’incrociarsi degli sguardi. Come si può pensare, quindi, di sfruttare un’energia così imprevedibile, e così miserabilmente al di fuori della nostra responsabilità?

Vorrei avere una risposta. Renderebbe tutto molto più semplice, darebbe un senso a quanto di sgradevole tocca assistere.
Un primo accenno di spiegazione è la comune tendenza a mascherare il sentimento negativo con indifferenza. Come se servisse chissà quale sforzo per vedere sotto. Come se l’indifferenza giustificasse la crudeltà meglio dell’amore. E’ il contrario: rimuove ogni possibile rimando all’istinto, il quale alla fine è l’unica motivazione moralmente accettabile poiché un riflesso spontaneo non è un pensiero e una pulsione non è un desiderio.

Ho sempre difeso il valore della sincerità, pur non essendone mai stato un ottimo esempio; eppure, quando ho questa sensazione che sia tutto molto più semplice di quanto non si voglia far passare, comincio a pensare che alcune cose farebbero meglio a rimanere nascoste, anche solo per non strappare definitivamente la poca voglia di vivere che resta a coloro che uno scopo, moralismi spiccioli a parte, non l’hanno ancora trovato.

 

Gli insospettabili

Tutti questi sentimenti che vengono lasciati in uno scatolone sul retro, che fine fanno? Dove vanno? Ma soprattutto, a cosa servono? Ripescarli, non si può; ammuffiscono al semplice contatto con l’aria. E provare piacere nel ricordo è… limitante. No, sono lì al solo scopo di confonderci, di metterci la pulce nell’orecchio e farci pensare che abbiamo sbagliato a scegliere chi deve stare in panchina. Certo, il pregio del nasconderli è una conoscenza di essi solamente parziale, il che probabilmente modifica il nostro imparziale giudizio e ci fa credere erroneamente che possano essere riaperti, o – peggio ancora! – che debbano rimanere chiusi per sempre. Parrebbe quindi più saggio dimenticare, ma non lo fa nessuno.

Ed è così che un qualunque segnale dal sapore antico ha una potenza malinconica da non sottovalutare. E magari il sentimento è cresciuto, si è purificato: allora ripiegare sulle maschere create dalla propria mente diventa un’alternativa ben più attraente del farsi soffocare dalle contorte impalcature dei rapporti costruiti sulla progettazione quotidiana di un contatto finalizzato a non si sa bene cosa. Nel momento del bisogno, sembra quasi più sensato affidarsi agli insospettabili, e tornare così a essere sé stessi.

 

L’esperienza

È inevitabile che un giorno o l’altro, nel guardarsi indietro, ci si interroghi sul valore di una determinata esperienza. È (ir)razionale e umano. Del resto, se sapessimo andare dritti senza mai voltarci indietro probabilmente non arriveremmo mai da nessuna parte. Ho sempre difeso l’importanza del cammino in sé, ma non ho mai affermato che la partenza, come le tappe più lunghe, non avesse un ruolo fondamentale. E pensando a queste tappe. non è tanto il chiedersi se valesse la pena di passare di lì (o ancora peggio, fermarsi) a provocare turbamento, non è il rimpianto né la malinconia… È quella sensazione di pressione sul torace, lo spasmo improvviso della mano, l’innaturale dilatazione delle pupille. Non fa male, ma interseca il normale flusso di pensieri, la quotidianità, in maniera feroce e disturbante.
Non è nulla di grave: si chiama esperienza. Una continua costruzione su vecchie macerie che pian piano si adattano automaticamente a ciò che viene sopra, per poter fare da fondamenta nel modo migliore. Il problema sorge quando invece di lasciare che il processo avvenga spontaneamente, si continua a tornare giù per dare un’ultima sistematina, un po’ per paranoia, un po’ perché sopra l’impalcatura è particolarmente instabile.
C’è un altro motivo, che è la ridicola ostinazione a usare sempre gli stessi materiali. Ma per arrivare alle stelle il nostro castello ha bisogno di varietà che il riciclo non gli può dare, e così bisogna fare uno sforzo e cambiare. Le risorse sono praticamente infinite. E anche se a volte viene voglia di bruciare tutto, dimenticandosi che la pietra non brucia affatto, alla fine basta avere pazienza, che grazie al cielo l’architetto lavora anche senza la nostra supervisione.

Il senso

Quando accade qualcosa di spiacevole, a qualunque livello, è inevitabile che le tracce rimangano impresse nell’anima a lungo, se non per sempre. Ma al di là dei rimorsi, al di là dei rimpianti, al di là del puro dolore, a colpire con più forza è la perdita del senso inteso come significato. Perché *tutti* sono in cerca di un senso, solo che alcuni (pochi) si accontentano della ricerca filosofica, mentre altri propongono a intervalli più o meno regolari un’identificazione contingente. Ora, smarrire questo senso non è una bella esperienza, ma credo si possa sempre trovare una scappatoia dell’ultimo minuto, a patto di saper mettere da parte il proprio egocentrismo.
Prendiamo l’esempio più classico, in cui una persona trova il senso nel rendere felice la sua anima gemella, o quel che è. Le circostanze che possono impedire di tendere a quest’obiettivo sono innumerevoli, dalla rottura del rapporto a una prematura dipartita. E in tutti i casi, il senso può essere prolungato e allargato. Il non poter rendere felice qualcuno non significa non poter assicurarsi che sia felice, o più drasticamente, perseguire quella che sarebbe stata la sua felicità. Le azioni non cambiano in maniera così evidente, il senso resta fondamentalmente uguale, e l’unica differenza è che la propria fedeltà ideale non viene riconosciuta. Niente sorrisi. Quasi un mondo di fantasia, e un’idea del genere sembra gridare per un giudizio che io, sinceramente, non mi sento di dare. Del resto è l’uomo stesso ad aver definito il concreto, e come tutte le definizioni anche questa sembra scarseggiare, per l’appunto, di significato.
Anche volendo accogliere l’ipotesi che un tale atteggiamento possa essere dannoso, va osservato che il sogno non deve essere un’immaginaria anticamera del regno dei cieli, quanto un provvisorio rifugio, in attesa magari di un nuovo senso, in attesa di qualcosa di più immediatamente soddisfacente di questa sorta di culto del passato che non è poi così dissimile da una religione nell’autoconvincersi dell’impossibilità di trovare una soddisfazione nel senso, al di là della soddisfazione nell’averne uno stabile. Ma di nuovo, non mi sento di giudicare. Alla fine lo scopo del senso è rendere sé stessi felici, e se la morale è intrinseca al senso (e dovrebbe ragionevolmente esserlo), la pace generata dalla coerenza con la propria ragione dovrebbe essere sufficiente. D’altra parte, se viene anche solo in mente di porsi il problema, è chiaro che di sufficiente, nel senso che si è fatto proprio, non c’è proprio niente.

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