Dopo, nella musica

C’era silenzio. Completo silenzio. Il genere di scena che in un film sarebbe stata accompagnata da un tema noir anni ’50. Non devo urlare, non ne ho bisogno, ma i miei occhi sono fissi. Mi vedo da fuori, con i miei occhi fissi anche allora. Fissi sul mio destino, steso ai miei piedi. Era stata una cosa veloce, non mi ero fatto prendere dall’ansia, o dalla fretta. Non molto preciso, ma con fredda calma avevo eseguito il mio compito alla perfezione.
Compito… Nessuno me lo aveva ordinato. Però ero lì. Gli occhi sempre fissi. Pensavo a ciò che era stato prima, molto prima di quel momento. Ero stato felice, e ora ero vuoto. Le conseguenze non erano un problema che mi riguardava, la faccenda per me si concludeva così. Sì, sarebbe dovuto succedere qualcosa, ma non era importante. Ero inginocchiato, ma non per pregare né per chiedere perdono. In un attimo di pausa dalla musica, mi spostai in una posizione a gambe incrociate. In contemplazione. Non era proprio un bello spettacolo. Dovevo guardare, dovevo rendermi conto. La consapevolezza avrebbe dovuto uccidermi, e invece sedevo, rilassato, immobile. Qualche ricordo di scarsa rilevanza si affollava nella mia mente, ma non ero spaventato. La compassione non mi sfiorava neanche. La musica raggiunge il suo apice mentre sposto l’inquadratura sull’oggetto delle mie attenzioni, situato davanti a me, ma come invisibile al mio sguardo.
Devo aver causato dolore a molte persone. Fu questo a farmi tremare gli occhi per un istante, un’incertezza nella mia impassibilità. Mi resi conto solo in quel momento del liquido rosso sulle mie scarpe, che andava allargandosi sempre di più, in cerca di spazio da conquistare e infettare di dolore. Ma io ero immune al dolore. Non sapevo da dove arrivasse la dolce sostanza né dove stesse andando, e neppure mi interessava. Avevo la testa impegnata nel nulla.
Non mi chiesi la cosa più importante, perché ero arrivato a quel punto. non mi ricordavo neppure com’era successo. C’erano stati dissapori, troppe lacrime represse, ma è tutto quello che so. Ma che bisogno c’era di interrogarsi, la mia contemplazione non accennava a terminare e questo mi bastava e avanzava. Non mi sembrava neanche di esistere, ero come in uno stato etereo. La musica va in loop senza essere ripetitiva, perché è la scena stessa a non cambiare, esaltando nell’immobilità tutto il suo significato. È quello che succede quando si supera il punto di non ritorno, trovare il senso statico e impalpabile del tutto, un qualcosa di innegabile.
Eppure non era stato un salto improvviso, io sapevo dove stavo andando, ero lucido. Lo trovavo inevitabile, una soluzione obbligatoria. Perchè pensare al dopo, se non si rende il prima degno di essere vissuto? Che bei perché, tutti destinati a restare senza risposta. Non perché non la trovo, ma perché non c’è. La cosa non mi preoccupa, i misteri fanno parte della vita e lo sapevo anche allora.
Gli occhi ancora fissi, non c’era motivo per cui avrei dovuto spostarli. Quanta tristezza, quanta malinconia… Sarebbe valsa la pena di sterminare il mondo pur di sentirsi pervasi da queste sensazioni. Mio dio, le sentivo in ogni fibra del mio corpo, stavo… bene. Ma non per questo pensavo di essere giustificato. Era una colpa, era chiaro. Nulla che turbasse il mio stato d’animo, comunque. Stringevo ancora la pistola nella mano destra. Chissà dove me l’ero procurata. Non mi accorgevo neanche di quel peso, tanto era grande il senso di liberazione dal peso della mia anima.
Per un attimo avevo pensato potesse essere a salve. Sarebbe stata una scena piuttosto buffa; invece si è rivelato il potenziale inizio di un thriller. Come volevo che fosse, beninteso. Ma non ci sarebbe stata nessuna investigazione, nessuna trappola, nessun dubbio: c’ero solo io, caso chiuso. Un dispiacere per la cronaca, niente su cui speculare. Ci hanno provato lo stesso, ma con scarsi risultati.
Cominciavo a sentire il mio respiro, la concentrazione si stava interrompendo. Percepisco la canna della pistola piegarsi lievemente verso il basso. Ma non ci sarebbero stati altri rumori, era finita.
In realtà il primo non lo avevo neanche sentito. Ero ragionevolmente distratto. Non ho più sentito niente da allora, a parte la musica, che sta per terminare il suo loop in previsione di qualcosa che succederà tra non molto. Succederò nella mia mente, ma è già successo. È tutta storia vecchia ormai, ma la mia vita si è fermata lì, e non è più andata avanti. E non è l’unica: lei giaceva proprio davanti a me, silenziosa. Era bella, molto bella, lei che lo era soltanto a periodi. Deve essere stato il pallore mortale a conferirle quell’aria quasi divina. Chissa dov’è ora. Sicuramente sta riposando, devo averla affaticata molto. Non provavo pena, non ne ho mai provata… Ero troppo calmo per provare qualcosa per qualcuno.
Lei era immobile, sembrava essere morta e questo mi tranquillizzava, perché il suo minimo movimento avrebbe potuto terrorizzarmi. Che ironia… Era stata un punto fisso per me, e ora volevo che continuasse a esserlo. Il suo vestito era di un bel colore, qualcosa che avrebbe potuto indossare per uscire la sera, per andare a divertirsi e magari finire a letto con qualcuno, così, per follia.
Ma non dovrei parlare di follia, se mi sentisse potrebbe pensare che sono impazzito, ed è fondamentale che lei sappia che non è così. A dire il vero, ci sono possibilità minime che riesca a sentirmi, siamo distanti chilometri ormai. In fondo, non poteva sentirmi neanche allora, quindi di cosa ho paura?
La sua espressione era la cosa peggiore, era ciò che separava la dimensione umana da quella spirituale. Per fortuna aveva avuto il tempo di chiudere la bocca, perfettamente rilassata. Agli occhi non era andata così bene: erano aperti, non spalancati, ma socchiusi quel che bastava per lasciare intravedere la colorata iride. E i miei occhi non si distoglievano da lì, rapiti da quello sguardo non deluso o affranto come mi sarei potuto aspettare, ma semplicemente sconvolto. Ero stato rapido, probabilmente non aveva avuto tempo di realizzare l’accaduto. Io ne ho avuto, invece, e in grande quantità. E mi è servito per soffrire e gioire insieme a lei, lei che non potrà più per l’eternitò.
Di solito le persone, quando arrivano a una certa condizione, quando scendono così in basso, decidono di togliersi la vita. Anzi, non lo decidono neanche, lo fanno e basta. Ma non era il mio desiderio, io avevo una scena da concludere. Mentre mi alzavo lentamente, iniziava una nuova musica, una Bittersweet Symphony che accompagnava la mia anima nell’inferno che meritava, e facendo versare lacrime a qualcun altro, qualcuno con un cuore che non fosse stato trafitto da un proiettile, mi annientava per sempre, condannandomi all’oblio eterno da cui nemmeno il cuore potrà salvarmi.
Ma era nella mia testa, e c’era ancora silenzio. Completo silenzio.

[Si svegliò solo molte ore più tardi, riuscì ad alzarsi in piedi. Si trovò sola con il suo sangue. Non ebbe mai la possibilità di condividere nient’altro che dolore.]

 

Piangeva

Piangeva. Per un attimo, sembrò che nulla fosse cambiato. Gli occhi ancora lucidi, e le lacrime che le rigavano il volto devastato dalla sofferenza. La paura nelle sue pupille dilatate. La bocca semiaperta. Ora però c’era silenzio. I suoi singhiozzi erano finiti. I miei erano appena cominciati.

Non volevo andarmene. Non potevo. Ero inchiodato da un misto di orrore e senso del dovere. Era stato tutto così rapido. L’avevo persa? Forse no. Forse sarebbe stata con me per sempre. Finché morte non ci separi, ha. Sono sempre stato troppo razionale per essere romantico. Ma all’amore ti puoi aggrappare, alla fredda coscienza no, è scivolosa. Scivolando, ero caduto in un baratro da cui sapevo perfettamente non sarei mai uscito.

Se non i sentimenti, cosa poteva avermi ridotto così? La pazzia? Ero impazzito, forse? Ero un malato mentale? No, un folle modifica i ricordi a suo piacimento, li seleziona, li fa a pezzi e li rimodella. Li crea. Io non ero così. Era tutto perfettamente chiaro nella mia testa.

Guardai la pistola. Dicono che dovrebbe fumare dopo il colpo, e invece niente. Era un automatica. Altri sedici proiettili. Ne sarebbe bastato uno… ma così era troppo facile. Sentivo il bisogno di essere punito.

Lei parlò. Mi disse qualcosa, piano, sussurrando. Tenevo gli occhi bassi, non osavo… qualcosa di caldo sulla mia guancia. La sua mano. Come essere sfiorati da un angelo. Alzai lo sguardo sul suo volto. Il suo splendido volto. No, non l’avevo persa. Mai. Altri sedici proiettili. Ebbi il tempo di scaricarli tutti, lentamente, con fermezza, uno dopo l’altro, nel suo torace.

Sarebbe venuta con me.

 

The Cliff

“Stop it!”

Her annoying voice breaks the strange silence upon us. We are all lying on the sand, almost hypnotized by this unusual atmosphere.
“STOP-IT-NOW!”
She always yells at people. I hate that.
“Shut up, girl” someone yells back, “leave him be!”
“He’s throwing rocks!”
“Shut your mouth or I’ll start throwing at you, girl.” It takes me a while to realize I’m the one who said it.
Without even looking at her, I feel the hesitation. Then another bounce in the sea.
“Guys!” This one comes from the road. A moment later, Tommy shows up holding a pile of pizzas.
“Here comes dinner!”
I almost forgot about him. He left almost an hour ago. Pizzas must be cold by now.
“Why the hell did it take you so long? Why…” Here it comes again.
Closing my eyes, hoping it helps to keep that shrill voice out of my head, I grab a huge slice and bite it. Cold like a dying stone.

It was cold like the one I had with her. Just the two of us, on that bunch of rocks she liked to call a cliff. Kind of a special occasion – I was about to leave in a few days, and I wouldn’t come back for a long time, looking for the adventure of my life.

That’s not what I was thinking at the time, anyway. Actually, I wasn’t thinking at all. We just lay there, eating our cold pizzas and looking at the stars. Well, the sky was a dark, never-ending blackness and we couldn’t really see them, but it didn’t matter at all. Besides, what else could we wish that we didn’t already have? The deep breath of the night caressed our faces, carrying the powerful smell of the sea. No need to talk: the low sound of water moving all around us was enough.

Occasionally I turned myself toward the bright eyes of the town. Probably there were people on the beach, on the coastal road; their voices weren’t able to reach us, though. Not that I wanted them to. Some lights turned off every few minutes, the city blinking. More than blinking: it was winking at us. Like if it was saying “I see you are happy. Enjoy”. I winked back, and secretly prayed she didn’t see me. She couldn’t understand.

After a while, our hands dripping with sauce – we had completely forgotten about knives – she started talking. About her holidays, about the fact she passed the year by the grace of God, about her boyfriend (of course), about her favorite positions, and so on. I wasn’t really listening. Not that she bothered me; simply, it wasn’t necessary to care about what she said. A smile on my face, I couldn’t help the feeling of complete stillness over me. Things were going to happen, and – who knows – maybe our friendship had come to an end, because when I eventually come back, things may never be the same again. We both felt it, and still, it didn’t matter at all. Our final night, all the time of the world. It could last forever.

She died two weeks later, while I was away. A car accident. I wasn’t there for the funeral.
Now my pizza is wet. No one seems to have noticed it. I hope my tears are warm; I don’t really like cold pizzas.

 

Il fiore

Una stanza. Al centro un piedistallo con sopra un bellissimo fiore. Luce viola dalle finestre, come se il tramonto avesse assortito un arcobaleno. Il pavimento, che di pavimento ha ben poco, non ha alcunché di artificiale: conchiglie colorate scricchiolano sotto i miei piedi immaginari. Il fiore è in una teca di vetro, quasi invisibile a occhio nudo. Un colore indescrivibile, come se Dio avesse deciso che il mondo meritava di meglio.
Io non sono lì, lo immagino solamente. La stanza esiste, però, e la luce è sempre più accecnate. Il fiore, invece di abbandonarsi al chiarore dirompente, stringe i petali come palpebre di fronte al sole. Spinto da compassione mi sposto davanti alle finestre, o almeno così immagino, allo scopo di proteggere questo dono divino. Ma i colori mi attraversano, non so se perché questo pseudo-eroismo è solo una fantasia o perché alcune forze semplicemente non possono essere fermate. In preda a un inspiegabile terrore mi avvicino al fiore per guardarlo da vicino: come se avesse recepito il mio desiderio, la teca scompare. Il cuore di quell’essere emana un innaturale odore di spuma marina, mischiato a un pungente aroma che sa di putrefatto.
All’improvviso la teca riappare, mentre la stanza viene scossa da tremori indicibili: è come se Dio si fosse pentito del suo regalo. Il vetro esplode tutto intorno a me e schizza in ogni direzione; le schegge della teca sono come attirate dal mio viso, e mi trafiggono le cornee con la naturalezza di un gatto che conficca nella pelle i suoi artigli. Ricoperto di sangue, cerco di ripulirmi gli occhi per poter vedere non solo con la mente, ma anche col corpo. Quando finalmente riesco ad aprirli, il fiore non c’è più. Dalle finestre entra un vento gelido, e nelle mie narici il mare ha lasciato il posto al fango.

 

Primo pianto di una vergine

Vedo il sole bruciarti la pelle, attraverso la solida nebbia dei bicchieri che hai svuotato. Un coro di angeli si rivolge al paradiso custodito nel ventre della tua memoria, mentre le tue giovani ferite sanguinano le ceneri di sogni dimenticati. Quando alzi lo sguardo è solo per fermare la giostra rossastra dei tuoi sensi, spietato tentativo di arginare il primo pianto di una vergine.

Aspetto, sapendo che le stelle sono troppo stupide per spegnersi.

 

La parte sbagliata

Non era la prima volta che gli capitava. Ormai sapeva come comportarsi, ma presentava sempre un certo sforzo. Si afferrò la coscia con entrambe le mani e strinse forte, dopodiché tirò all’indietro. Istintivamente piegò il busto in avanti, lasciandosi sfuggire un gemito.
Voilà.
Stava decisamente invecchiando.

Era una giornata calda, calda come non se ne vedevano da tempo. Era novembre, e nessuno era preparato per un clima del genere: gli esperti sembravano del tutto incapaci di prevedere gli sviluppi, continuando a ripetere che l’arrivo del freddo era questione di giorni. Anna passava la maggior parte delle sue giornate al bar, seduta a un tavolino a prendersi il sole. Non era mai in compagnia, e chiunque si avvicinasse nella speranza di una preda facile abbandonava l’idea in pochi istanti. Alla donna bastava uno sguardo per allontanare i pretendenti, una tecnica maturata nei lunghi anni da liceale. Aveva avuto un solo ragazzo, ai tempi delle medie: Anna non si ricordava più neppure il suo nome. Lei era la più bella della classe, ma sembrava essere fuori portata per chiunque. Una volta, aveva stretto il braccio di un suo compagno, lo aveva voltato con violenza e lo aveva baciato. Un bacio lungo, appassionato, ma fu lui a staccarsi, senza fiato. Non ci fu una storia, non ci furono spiegazioni. La cosa si ripeté più e più volte, fino a che un giorno il ragazzo non venne trovato morto in un tombino. La interrogarono per giorni, ma non ottennero nulla. La verità non fu mai scoperta, e così Anna poteva ancora crogiolarsi sotto il sole, seduta al tavolino del bar.

Click.
Ruotò lentamente la testa verso destra. Il ventilatore non si muoveva più.
Imprecò a bassa voce. Mai una volta che funzionasse qualcosa in quella casa. Si alzò e andò a controllare da vicino: non sembrava esserci nessun guasto visibile. Imprecò di nuovo. Se non voleva morire asfissiato, gli sarebbe toccato uscire.

Anna non sentì l’uomo avvicinarsi, immersa com’era nei suoi pensieri. Non si aspettava visite: il cameriere era già passato, e il conto era stato saldato. Una piccola mancia e si era ottenuta il diritto di occupare la sedia a tempo indeterminato. Non che desse fastidio a nessuno: il bar non era molto frequentato, e comunque faceva davvero troppo caldo. Gli unici clienti erano una giovane coppia dal tavolino riservato e qualche occasionale turista. Anna percepì la presenza dell’uomo solo quando il sole venne oscurato dalla sua stazza. Dopo qualche secondo trascorso nella flebile speranza che si trattasse di un caso, Anna si decise ad alzare lo sguardo verso lo sconosciuto. Si accorse con una certa sorpresa che non lo era affatto.

Forse uscire non era stata una grande idea. Il sole era alto nel cielo, e le strade erano prive di protezione. Giusto qualche tettoia, ma sarebbe stato ridicolo camminare apposta vicino al muro. D’altra parte, c’è gente che evita accuratamente di calpestare le giunture del marciapiede: forse non c’è niente di male a voler stare all’ombra. Sull’onda di questo pensiero, si spostò più a sinistra possibile. Sinistra: i pedoni camminano sempre a sinistra, gliel’avevano insegnato da piccolo. Allora la vita era diversa. Pochi pensieri, problemi insignificanti, zero responsabilità. Un sogno. Perso nelle sue elucubrazioni andò quasi a sbattere con un giovane ragazzo. Sembrava andare di fretta. In effetti, quasi tutti correvano. E c’erano delle sirene: probabilmente già da un po’, ma non ci aveva fatto caso. Incuriosito, cominciò a seguire la folla.

Ad Anna non era mai piaciuto trovarsi al centro dell’attenzione. Lei confondeva le idee, si nascondeva, agiva segretamente: era quindi comprensibile che la situazione attuale non le andasse per niente a genio. La fissavano tutti, la maggior parte con una mano sulla bocca come se dovessero vomitare. Un paio di giovani erano inginocchiati vicino a lei, la tastavano. Anna pensò che avrebbe dovuto farle male, poi smise di pensare.

L’affollamento sembrava essere accentrato dalle parti del bar. Un posto carino, ci aveva pranzato un paio di volte. Sembrava passato un secolo. Le sirene erano quelle di un’ambulanza, qualcuno doveva essersi fatto del male. In preda a un morboso istinto, allungò il collo per cercare di vedere qualcosa. Rimpianse subito di averlo fatto, e si portò in tutta fretta una mano alla bocca.

 

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