Non è democratico

La protesta per la finanziaria, a mio avviso più che giustificata (chiarisco subito che non intendo discutere di questo), ha fatto scalpore a livello internazionale per intensità, diffusione e soprattutto perseveranza dei manifestanti. Anche nella mia città si manifesta: un paio di scuole sono state occupate, si è visto qualche presidio in piazza. Anche nella mia scuola si manifesta: dopo un’assemblea in cui si è votata la forma di protesta (?) è stato chiesto il permesso (??) alla preside per tenere delle lezioni alternative senza professori (???) e con il consenso delle forze dell’ordine (????). Beh, almeno non corriamo il rischio di essere presi per reazionari. Ma a qualcuno la cosa non va giù, e una mattina la scuola viene occupata da un manipolo di sfigati; al di fuori delle porte bloccate, settecento studenti pronti al linciaggio (ovviamente io esagero – come dice il nostro premier, i bravi ragazzi sono quelli che studiano. E poi cazzo, sono la maggioranza!) gridano allo scandalo perché non è democratico.

Ci ho messo un po’, ma sono arrivato al punto. Non è democratico. L’occupazione, messa in atto da una minoranza, non è democratica: la maggioranza vuole fare lezione, parte della maggioranza non è neppure d’accordo con la protesta, e comunque la maggioranza pensa che la minoranza non possa arrogarsi il diritto di scegliere per tutti. Democrazia, potere al popolo. Una volta lo sciopero (tanto per fare un esempio) era illegale; invece ora abbiamo la nostra bella repubblica democratica, e da “illegale” è divenuto “sbagliato”: sbagliato perché è inutile, perché tanto poi puoi votare, e nel frattempo non si può andare contro il volere della maggioranza – di nuovo, non sarebbe democratico. Se la maggioranza vuole andare al lavoro, non ti puoi permettere di bloccare la strada perché tu non sei d’accordo su chissà cosa; l’opinione pubblica la pensa così, che è una vergogna scaricare le proprie frustrazioni su gente innocente. Siamo in democrazia: un giorno gli scontenti avranno la loro rivincita, e in caso contrario significa che non se la meritano. La maggioranza non ha semplicemente il diritto di governare: la maggioranza ha ragione. E poi, siamo sinceri: protestare non ha più alcun senso, il potere è di tutti. Il potere di votare i propri rappresentanti, di esprimere la propria opinione; ma anche il potere di scegliere i propri padroni, di vivere trascinati da questa cosiddetta maggioranza, di mettere a tacere le minoranze perché “è stato votato così”. Tutti i poteri possibili e immaginabili, ma non – ironia della sorte? – il potere di cambiare le cose.

Non è democratico. Vogliono la democrazia; quei settecento ragazzi fuori dalle porte vogliono la democrazia. E io avrei voluto urlare loro che la democrazia ce l’hanno già. Avrei voluto urlare loro che è da quando sono nati che li piglia per il culo, che soffoca qualunque loro senso di giustizia personale, che affossa le loro personalità e li intrappola in schemi prefissati dove o sei nella maggioranza o sei nella minoranza, e se sei nella seconda sei solamente un povero coglione.

Avrei voluto urlare loro che anche se erano più di noi erano settecento coglioni, perché al contrario di noi un futuro che sia davvero loro non ce l’hanno.

 

Lettera alla società

Cara Società,

ti scrivo questa lettera perché ultimamente non riesco a smettere di pensare a te. Le tue forme scolpite, la tua imponente compattezza, il tuo cuore grande come i tuoi occhi sempre all’erta.

Non sono sicuro di quanta confidenza possa prendermi con te, ma dato che ci conosciamo da tempo immemore cercherò di dirti tutto quello che mi passa per la testa, senza peli sulla lingua.

Fin dall’alba dei tempi, hai posto le tue fondamenta sul rispetto reciproco, pur permettendoti un paio di pubbliche eccezioni in momenti di necessità. Tale rispetto, dall’odore pungente di giustizia ed egualità, mi duole ammetterlo, ma non si è ancora capito bene cosa sia. Rispetto delle libertà? Completamente assente, ovvia conseguenza di un soffocante sistema giudiziario. Rispetto delle idee? Direi proprio di no, poiché non è permesso, il più delle volte, di metterle in pratica. Rispetto delle personalità? Stendiamo un velo pietoso. Dove si nasconde, quindi, questo famigerato rispetto, simbolo positivo dell’umanità?

Se non ti dispiace, avrei un’altra osservazione da fare. Con un pizzico di conformismo (non te ne faccio una colpa, ci siamo caduti tutti) hai adottato, come coloro che ti hanno preceduta, un rigoroso sistema di valori. Tra questi, mi limito a menzionare i più importanti: lealtà, onestà, amore per la Patria, la famiglia. Tutto molto affascinante, ma temo tu ti sia dimenticata (comprensibilmente, data la fretta che hai avuto di instaurarti) il punto più importante: la tolleranza. Senza questa, rischiamo di non avere alcuna alternativa alla scelta che tu hai fatto per noi tutti. Il vecchio adagio sulla libertà che termina dove comincia quella dell’altro vale sì sul piano giuridico, ma non sul piano morale: perché la libertà di pensiero sia davvero tale, una qualunque applicazione concreta non può essere socialmente inaccettabile. Ciò che intendo dire è che hai concepito i tuoi membri come qualcosa di diverso da degli individui, racchiudendoli nella tua sfera protettrice, ma impedendo loro non solo di uscire, ma anche di mantenere un qualsiasi contatto con l’esterno, identificato erroneamente con un parmenideo non essere (che non è, e di conseguenza non può essere).

Non ti scrivo tutto questo come un rimprovero, mia incontinente padrona, e neppure a scopo informativo, considerato che si tratta in gran parte di questioni che conosci perfettamente, nonostante tu faccia ben più volentieri finta di non vedere. No, io ti scrivo nella speranza di risvegliare un antico senso dell’onore, di smuovere una dignità pericolante che ti tiene su a malapena. La rete di seguaci che ti sei costruita non ti prenderà al volo quando eventualmente cadrai. Le migliaia di schiavi lobotomizzati dai tuoi deliri di onnipotenza sono fiammiferi, e tu il fuoco: non è necessario colpire loro per arrivare a te. Le scintille provenienti dal tuo vortice di contraddizioni hanno scottato me che ti scrivo, e puoi stare certa che non si tratta di un caso isolato. La mia speranza è che riusciremo a spegnerti prima di bruciare con le nostre anime innamorate di un mondo che ci hai rubato.

Trema quindi, come la fiamma scossa dal vento.

A presto.

 

Dietro le sbarre

Dietro, già. Dietro dove si è al sicuro, dietro dove l’unica paura è quella di poter, un giorno, avere paura. E si sta bene, vero? Il lettino, la televisione, due chiacchere con le guardie quando capita.

Le guardie, già. Ci sono anche le guardie. E guardano, vero? Guardano te, te che sei dietro, te con il lettino, la televisione, te che quando capita scambi due chiacchere con loro.

Due chiacchere, già. Da dietro si ha sempre la necessità di confrontarsi con gli altri, con quelli che stanno dall’altra parte. E li si invidia, vero? Si invidia il loro essere vivi senza bisogno di un lettino, di una televisione, delle solite chiacchere.

Invidia, già. Invidia.

A te, figlio di puttana che non riesci a prendere sonno, posso solo dire che sei dalla parte sbagliata. Mi disgusti, e sono sicuro che non puoi neanche guardarti allo specchio senza vomitare.

Ma sono le guardie, che ti invidiano. Ti invidiano perché hai qualcosa per cui combattere, ed eventualmente morire. Loro hanno un lavoro, e quando tornano a casa anche un lettino, una televisione, e quattro chiacchere con gli amici quando capita.

Tu hai vinto, e noi abbiamo perso. Ci hai ammazzato, e continuerai a farlo. Ci hai insegnato ad amare, e continueremo ad odiarti. Ci hai baciato così a lungo da salivarci addosso, e l’oblio è sceso su di noi, noi che siamo dietro le sbarre. Ci hai dato la mano, ci hai dato una mano… Grazie.