Zanne di serpente

A volte basta poco. Un compito, un pensiero, poche note in ordine sparso, gelidi tasti su cui lunghe dita scorrono rapide e impacciate.
Il serpente sta a guardare, e mai sbatte le palpebre. Non gli è permesso: è la sentinella perfetta.
Sente il canto, lingue che si intrecciano e percepisce l’emozione.
E’ il momento in cui può colpire. Non lo fa; non c’è bisogno. La sua incombenza è sufficiente.
Voci lontane, risate (qualcuno alla finestra?), sguardi teneri (curiosi? affamati?) e ancora non lo si può dimenticare.
Alzare il volume? E perché? Lo si abbassa quando fuori il rumore è sgradevole? Certo che no.

I suoi occhi distanti, ma è dentro. Avvinghiato al cuore, un vampiro astemio dalla stretta soffocante. Opprimente se non si riesce a comprenderlo.
Fortunato chi trova la forza. Capire è doloroso, ma il colpo dà sollievo: e lui non colpisce…! Coraggio quindi, forse incoscienza. E amore per la bestia, implacabile e pietosa, così diversa da un qualunque gatto che reclama il suo cibo strusciandosi sul fianco dell’illuso padrone. Ella pare un dio, ed è quanto di più terreno si possa immaginare. Quale salvezza, quale meraviglia! Un libro aperto, pagine su pagine scritte col sangue delle rimembranze, vuote al disattento.

Come la serratura, non più bloccata come quando la porta era (non poteva essere) aperta, così il colpo è definitivo, in mancanza della sofferenza di quando il serpente era (non voleva essere) innocuo.

 

Oltre le sbarre

Quando nel buio più completo, incapace di valutare correttamente le distanze, salti da uno scoglio all’altro dimenticando per un istante che non sai nuotare e l’acqua è profonda.

Quando i volatili cominciano a sbranare le persone, e arriva il momento di controllare la soffitta da cui proviene il rumore.

Quando i manichini sanguinano, il carosello cerca di ucciderti e gli specchi smettono di riflettere la tua immagine.

Quando scopri che un folle ha inchiodato il tuo gatto alla staccionata, e ci sono buone probabilità che abbia dato fuoco all’abitazione della tua ex.

Quando senti la storia del tizio che ha subito un prelievo alla cornea dopo che il dottore gli ha detto di fissare il soffitto.

Quando ascolti una canzone in memoriam e senza volerlo ne modifichi l’oggetto.

Quando il vicolo cieco ti coglie di sorpresa e al risveglio non riesci a smettere di tremare.

In quei momenti, se metti da parte le preghiere, cosa ti rimane?

Sai che non te lo scorderai mai. Sai che non puoi imparare dalle passate esperienze.

Quello che probabilmente non sai – forse per riluttanza, forse per banale ignoranza – è che, anche se per poco, hai la possibilità di sapere chi sei.

 

Preghiera

Nella solitudine si avverte più forte il desiderio di pregare, e la voglia di capire il lupo che ulula alla luna.

Nel nome dell’amore, della speranza, dell’aurora.

Amen.

 

L’arroganza

Abbiamo il diritto di combattere? Siamo senza forze, senz’armi, idealisti. Come possiamo essere così arroganti da non limitarci alla volontà di cambiare il mondo?

C’è così tanto dolore in un essere umano… Così tanta sofferenza, repressa e sfogata in una continua lotta e finzione… Ma non è la nostra natura: è assolutamente falso che l’uomo è predisposto all’infelicità. È il mondo a essere sbagliato. L’abbiamo organizzato male noi, è vero: ma per ignoranza, non masochismo.

Ci meritiamo davvero di essere puniti così ferocemente per le nostre mancanze? Vivere, fingere, sempre in preda a una soffocante inquietudine, una stretta al cuore che ha tutto, e niente, a che fare con l’amore. Più di tutto, amiamo per riportare equilibrio nelle nostre vite: per sostituire la passione all’angoscia, l’affetto alla finzione, l’eccitazione al dolore.

Ma abbiamo il diritto di amare? Siamo brutti, crudeli, senza fiducia. Come possiamo essere così arroganti da credere che il sacrificio apra davvero le porte del regno dei cieli?

 

Troppo sensibile

Sta diventando il motivo ricorrente della mia breve esistenza. “Troppo sensibile”. Ci credo, sai. Ci credo volentieri.
E’ la sensibilità a regalare il tocco del re Mida di Rodari, che trasforma in merda ogni cosa?
E’ la sensibilità a creare in completa autonomia maschere inconcludenti?
E’ la sensibilità a lasciare le braccia incollate ai fianchi in qualunque cascata di mani?
E’ la sensibilità ad annientare il buono, saccheggiare cadaveri e dimenticare il salvabile?
E’ la sensibilità a resuscitare un bambino sanguinante senza alcuna intenzione di farsi trovare?

Magia, la chiamo, mentre mi avvio verso il fondo convinto di trovare le fondamenta di una scala.

 

Fuga

Dimmi cosa pensi. Rilascia i pelouche di una volta, rilancia la posta.

Poniamo di essere innamorati di qualcuno. La menzogna più grande è esprimerlo con la consapevolezza di fare un grosso errore, o chiudere i cancelli?
Poniamo di ricordare una storia dalla morale questionabile. È più giusto mettere in guardia dalla morale e dimenticare ciò che ci sta dietro per evitare cattive influenze, o raccontare tutto e sperare che se ne ricavi una conclusione migliore?
Poniamo di incontrare una vecchia conoscenza. Conviene di più comportarsi in base al ricordo, o costruire qualcosa di nuovo?
Poniamo di soffrire, e di conoscere la cura. È morale trattenersi, o semplicemente stupido?

Alla fine tutti questi dubbi non portano da nessuna parte. La malattia stessa è un sintomo; la causa è alla radice, inestirpabile come tutte le vere radici. Preparazione all’arresa definitiva, un lungo addestramento fatto di immagini e legno colorato. E nessuno, in questo momento, vorrebbe arrendersi, perché… non lo so perché.
Eppure potremmo andare così lontano… Potremmo volare, e silenziosi precipitare. Si può soffrire solo in funzione di un senso, e quel senso si rende superfluo di giorno in giorno. Non si tratta semplicemente di vivere l’attimo, è proprio un altro labirinto. Ci sono gli esploratori e i codardi, e gli esploratori che conosco sono degli ipocriti. Davvero, ridammi quelle mani, l’ultima volta ti sei scordata di ridarmele… Non mi senti cantare? Io sento gli altri… Li sento e fanno un casino assurdo, senza neppure decollare…
Ridammi quelle mani. Lo so che falliremo. Falliscono tutti. Ma se mi dovessi trasformare in un ipocrita, su chi altri potrei contare per mettere fine al mio tormento? Mi basta essere coerente con le mie menzogne, la Coerenza, la mia musa preferita.
E poi sento dire di chi parte e di chi resta, di chi vive e di chi muore, di chi fa ritorno dal mio personale aldilà e di tutti gli altri pezzi di carne, che ho perso. Come se l’avessi desiderato. Come se avessi mai capito.

Avanti, chiedo solo un po’ di verità. È tutto quello che non mi avete mai dato, che io non vi ho mai dato, perché, me meschino, mi fate un po’ schifo. Ed è passione, intendiamoci, stiamo saltando i gradini e magari pensate sia qualcosa di male; ma io sono come Linus, preferirei vivere inclinato per far scivolare tutto dalla parte giusta, ma rimango bloccato per aver meridianato ove dovevasi parallelare. E i miei sogni mi pugnalano negli occhi, che poi è il motivo per cui non ho il coraggio di aprirli.
Sono ancora nel limbo, ma non ci resterò in eterno. Il mio tempo non è illimitato, i braccialetti cadono uno dopo l’altro, e prima o poi non riuscirò a buttare giù. Dimentico i dettagli, ma lo schema è chiaro e malvagio, profondamente cattivo, lo schema di una mente malata. Un’intelligenza deviata, la stessa che perseguita il mio sonno e gira tra i banchi quando questi sono del colore dell’erba. E non è ancora morto nessuno…

C’è un limite ai cambi di ideologia. Ogni volta c’è qualcosa in meno, e l’origine è sempre la più pura. I tecnicismi, gli approfondimenti, corrompono irrimediabilmente ogni buona intenzione, fino al punto che non si riesce più a distinguere la luce dalla pelle. A cosa ha portato la rivoluzione del vagabondo? A forza di tagliare… Ma non puoi neppure cadere in eterno, my love.

E se saltassi? Ne abbiamo già parlato, lo so. Magari non te lo ricordi. Cambieremmo insieme… o forse è solo un’altra illusione, l’ennesima. Sono così stanco… Quando mi dici che è tutto da vedere vorrei risponderti con le foto di antiche mutilazioni. Non ho più gli occhi, troia! Cosa credi che possa vedere? Non ti vedo da anni… Nelle nuvole, posso, ma sempre cercando mi abbasso sconfitto. È così difficile lasciarmi andare? Sono così insostituibile? O è ancora un’altra corda… Tu salti, e io tiro nella speranza di spezzarti le gambe e guardarti crepare in mezzo agli insetti.

Detto ciò, ormai è ovvio che la coperta non serve più a nulla. Ma di questo passo lo stesso varrà per me. E a quel punto, più che un ipocrita, cosa posso essere? Non ci sono tanti modi per vivere, tutto sommato. O sei debole, o sei forte; o menti, o ti convinci di non farlo. Provami che sbaglio. Provatemi che non è ancora finita. Della luna non me ne frega più nulla; mostratemi il saggio, che ho da chiedergli cose ben più interessanti, utili come un coniglio pasquale.

Ho paura. Tutto qua. Come fate a nasconderla?

 

Scivolare via

La base è l’effetto sorpresa. Senza di esso probabilmente non sarei neppure qui a scrivere. La vita va avanti come sempre, nella più completa mediocrità, quando all’improvviso Pam! si scivola via. Cioé, non noi. Anche noi stessi, chiaro, ma soprattutto gli altri. E non è mai chiaro: qualche sguardo, fronti che si corrugano, ma nessuna certezza matematica, solo una sensazione strana là sotto. E non ci si abitua mai, è impossibile fare previsioni.
Ogni volta il set di reazioni è lo stesso. C’è chi si incazza, chi si deprime… ma dopo tot volte quasi tutti tendono al cinismo più bieco. E’ inevitabile. Si comincia ad avere consapevolezza dello scivolare via, ad accettarlo come parte della vita. E ci si dimentica che non è normale. Ci si dimentica che è una porcata, che è tutto nelle nostre mani, che *deve* far male.
Non so cosa ci spinga a prendere certe apatiche decisioni. So che è meglio chiuderla lì, ma non riesco davvero a interrogarmi sul significato di questo “meglio”. Sarà che sono già nell’ultima fase, sarà che quando scivolo via emetto un piacevole fruscio, ma non mi importa più.
Fino al punto in cui vorremmo vederli bruciare, e chinare la testa di fronte a tanta maestosità… Strada lunga, e troppo ripida per scivolare dalla parte giusta. Per questo si scivola via, verso l’ignoto. E oltre, con un po’ di fortuna.

 

 

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