Sai più di tutto cosa mi distrugge? Il fatto che tu sia arrivata in un momento così clamorosamente sbagliato che l’unica speranza che mi resta per averti accanto è convincerti a farmi da angelo. Ma non voglio un angelo, non voglio fare leva su una qualche sindrome da crocerossina, e tantomeno voglio essere un peso. Ora come ora, un peso è tutto quello che posso essere. Guarda come mi sono ridotto. Il mio umore, il mio sorriso, dipendono ormai unicamente da te. Hai il controllo totale della mia felicità e non ricordo quando te l’ho lasciato. Non sono una persona, sono un disastro che cammina.

Ma non credo che siano le mie pietose condizioni a renderti speciale. Per me, per la mia sensibilità, sei speciale a prescindere, e sarei stato ben felice di mettermi nelle tue mani. Ma non c’è nulla di salutare, nulla di romantico, in quanto sta accadendo ora. Non sono capace a leggerti, e da parte tua non so se fingi, se davvero sei altrettanto incapace, o se più teneramente fingi per amor di speranza. Mi parli di gentilezza e sincerità, ma mi sembra un ossimoro e nei tuoi occhi non riesco a fare distinzione.

Dovrei dimenticarmi di te, prendere il tuo stupido stupendo sorriso e buttarlo via assieme a tutto ciò che ti riguarda, e tra neanche tanto ne avrò la possibilità. O forse dovrei parlartene, ma mi sembra allucinante riversarti addosso i miei problemi come se fossero una tua responsabilità, e poi ti credo sveglia a sufficienza da mandarmi a cagare nell’istante in cui ti vado a mostrare cosa significa davvero essere complicati. Quello che non dovrei fare è continuare a trascinarmi, e a trascinare te, in questo limbo di lunaticità e automutilazione.

Il punto è che non voglio incasinarti ulteriormente. Ma volente o nolente tu hai incasinato ulteriormente me, e adesso finché uno dei due non semplifica l’altro non ho alcuna speranza di guarire.

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