Sullo scaffale in alto i quaderni prendono un sacco di polvere. Non li riguardo quasi mai, sfogliate nostalgiche a parte, ma è fastidioso lo stesso, e non è che siano belli da vedere, e comunque ricevo visite una volta all’anno quindi chi mai vedrebbe cosa di bello ci sarebbe da vedere. Allora li sposto nel cassetto sotto il letto. Il che significa spostare le calze e i pigiami da qualche altra parte, tipo l’armadio nel corridoio, che obiettivamente è un posto più sensato, tanto per quanto spesso cambio pigiama, ché il mio letto riceve visite una volta all’anno quindi chi mai potrebbe lamentarsene.

Il tabacchino sotto casa ha chiuso, quindi tocca fare cento metri in più. Non sono davvero in più, ché tanto chi esce mai se non per fare la stessa strada ogni giorno, basta sceglierne uno più in là nel percorso. Ma quello più in là, quello della tipa carina di cui non riesco a capire l’età quindi ciao o salve è sempre un mistero, è a corto di Diana dure. Il che significa prendere le morbide, e non ho la più pallida idea di quale sia la differenza, eccetto che il pacchetto fa schifo al cazzo e non sembra esserci modo di chiuderlo, ma dato che costa uguale immagino che a qualcuno piaccia così.

Sono egocentrico e asociale come pochi, ma i pomeriggi di giugno in un corridoio stretto e ansioso sono fin troppo lunghi, e aiuta buttare due parole nel vuoto. Una parola tira l’altra e tempo niente mi trovo a interessarmi di sconosciuti, e all’improvviso sconosciuti non sono più. Il che significa sentirmi in colpa quando la colpa è anche mia, ma per una volta non posso materialmente farci niente, quindi sto zitto e respiro normale. L’impotenza è concreta, non più un macabro prodotto della mia emotività, quindi non grido, non piango e non sclero, e di crepe nel pavimento non ne faccio altre.

Vorrei andare tanto lontano, ma è solo un prendermi in giro, perché per andare lontano non c’è davvero bisogno di andare lontano, e tanto lontano ci sono già andato senza muovermi di una virgola.

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