Posso ammettere quello che ti pare e starei ancora mentendo. Tanto il corpo fa sempre il cristo che gli pare, se non è quello che gli ho chiesto, se non è quello che ho pensato. Gli occhi vedono e corrono a espressioni che non c’entrano niente. Le dita battono ritmi inesistenti su una gamba che se il suolo fosse sabbia avrei conchiglie nel femore. Parole lente e confuse su periodi rapidi e sfocati. E la persona qual è, la timida isteria del palco semivuoto o l’estetare sociopatico su sensi fuori moda? C’è, una persona? O è tutto esperienze che fatte quelle ti svegli e quasi ricomincia che tanto il sogno è morto al primo tiro la mattina.

Cosa vuoi, che non vado bene? L’hai detto, lo sono. Sono già andato, se chiedi a me sto solo trascinando e se cerchi ragione ti regalo anche quella che tanto da me non vuoi mai un cazzo. Prenditi tutto, prendi la mia vita di caffé e abeliani e sfondala su un tavolo di vetro, spacca queste mani che non sanno come muoversi e schiantami nella trachea tutto il maledetto nascosto che non ho più le viscere per indovinare. Poi tu mi stai a sentire, io cado faccia a terra e tu mi stai a sentire che ti vomito addosso. Domani sarò morto e tu con la colazione. Senza zucchero.

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