L’anno in cui mi sono accorto di essere ambizioso da far schifo.

Dedicato al sentimento che permane senza nessuna ragione d’esistere, alle parentesi di Poisson “con la p maiuscola quindi non sono quelle del pesce”, alla vittoria del desiderio su ogni stanco rimpianto, ma soprattutto dedicato a Fuffu, ché alla fine ho cominciato a scrivere a causa sua ed era anche ora che pagassi omaggio.

 

Gennaio, quindici anni dopo 05/01/14

Si avvicina il tuo compleanno. Me lo ricordo solo perché è vicino al mio, però conta lo stesso, credo. Non mi inviti da un pezzo, e ci sta anche, tanto non è che avessimo molto da dirci la prima volta. Rendevo meglio con le tue compari, ma la più interessante eri te e lo sapevamo tutti.

Da te sono partito, e alla fine è da te che sono uscito così. È sorprendentemente facile riportare ogni sintomo della mia personalità direttamente alla tua persona. A volte te ne faccio una colpa, ma non è neanche giusto, è solo chi sei. Immagino che il ricordo di me sia sparito da un po’, e di certo non aveva molto a che fare con quello che sono ora. Anche tu la mia testa l’avevi abbandonata per bene, forse perché ancora non conoscevo la mia profonda fascinazione per la stronzaggine calcolata. Eppure se penso a come possa essere cambiata tu non mi viene in mente niente, bene o male avevi già tutto quello che serviva e potevi tranquillamente continuare lungo la stessa strada, come del resto immagino tu abbia fatto. Se hai deviato dubito lo scoprirò mai e a questo punto nemmeno mi importa, non sarebbe memoria se potessi modificarla in corsa. Non posso che fermarmi a quell’ultimo sorriso dieci anni dopo.

Di quello che mi hai lasciato non è rimasto niente, solo una figurina di plastica sulla mensola che non so neanche se me l’avevi data te ma in qualche modo c’entravi e mi dovrà bastare. Di quello che ti ho lasciato… Non so nemmeno se ti ho lasciato qualcosa. Ho imparato come si fa molto tempo dopo, e neppure ho affinato la tecnica. Però se qualcosa c’è spero si trovi ancora sulla tua mensola, o in fondo a un cassetto, o se non altro nel tuo pensiero, dove almeno verso gennaio spero di essere anche io, un anno o l’altro. Qualunque cosa significhi per te.

 

Ci vediamo lunedì 12/01/14

Ed è ovvio che non ci vediamo lunedì, che ci hai fatto cagare in mano come pochi. Ma a parte questo, è sempre bello ritrovare la familiare atmosfera di una volta, persi come a ogni temporaneo finale in una nuvola di pensieri e speranze, dove ogni sorriso è quello di un angelo con la voglia di volare, come a ogni nuvola, appena un po’ più in alto.

 

Lì per dirtelo 31/01/14

Non so cosa dirti. Sono ancora qui, armato di quell’infastidente sincerità che ti piace tanto qualsiasi cosa accada, ma non so se è quello di cui hai bisogno. Non ho l’esperienza, se la trovassi non avrei la presunzione di farne un assioma, se ci riuscissi mi daresti ragione ma non cambierebbe niente. Sembra che non cambi mai niente. La rabbia e lo stress e il fallimento e la speranza di una vita intera.

Per una volta, anche solo per un giorno, vorrei potermi circondare di persone che mi somigliano almeno un minimo, invece della solita gente che non c’entra un cazzo. Tanto per avere qualcosa in mano, invece di dovermi appoggiare ad arbitrarie congetture. Non che mi ascolterebbero, da bravi me. Ho sempre trovato inutile chiedere. Ma quando le domande ci sono non si può mica rispondere che è inutile. Bisogna mettersi lì e cercare un paio di parole che abbiano senso. E cos’è che ha senso? Le premesse fuori dalla mia testa no, perché non sono le mie. È questa l’empatia? Improvvisare una regola che non c’è? Fingere di capire quei misteriosi sentieri lucidi che hai scelto, lontani e trascendenti al mio tocco?

Immagino il mio ruolo sia sempre stato un po’ diverso. Sono la persona che è lì per dirtelo anche cadesse il mondo, ma che prima e dopo non sa dove mettersi, e mentre ci perde le ore nel pensiero scrive una storia che non esiste. Ti sto tenendo stretto perché credo di poter imparare una qualche lezione. Se poi si scopre che non abbiamo capito nulla, in nome tuo non importa.

 

La ragazza che assomigliava a Claire Redfield 23/02/14

In ogni sogno nato da un granello di sale senza preavviso c’è un passaggio saltato tanto per. Nelle macchine di fuori e nel rumore da dentro riposano vagabondi sempre di corsa, le ore che scorrono un’illusione semifelice alle ore salvate per sempre. Cristalli e neon cantano luci sfocate a ogni intersezione di una via sconosciuta, ciottoli abbandonati sotto la stessa pesante compagnia. Scelte di troppo su piedistalli insufficienti, armi scontate per vittme già opache.
Se girasse tutto intorno a qualcosa di trasparente, se la superficie non fosse il pacco ma la sorpresa, verità aperta come un coraggioso tatuaggio che se esistessero le parole lo si potrebbe leggere con qualunque accento. Semplice, come un paio di occhiaie, una digressione, un pezzo di velcro. E non sentirsi in colpa, mai.

 

Per approssimazioni successive 03/03/14

Scende di nuovo e scende un po’ diverso, ma tu lascia che corrano. Lascia che le fiamme corrano e quando è tempo si spengano, lascia che le felpe si sporchino e goccia più goccia le calze si sciolgano. Quando non si capisce niente lascia che le lettere vadano, se si alzano in volo lascia che cadano, non credi che importino, lascia che muoiano. Tanto non è mai il momento giusto, sono ore sprecate a scaricare libri di testo, aspetti sulla porta ma non è mai per me, che lasciare un segno non sarebbe da te. Senti la tosse, senti i sospiri, muovi la sedia e appena respiri, quando ascolti lasci che parlino, quando ti fermi lasci che aspiri. Sai contare e sai farlo bene, ma non pensi che conti e mi lasci coi giganti che mi mordo le vene. Sempre più vicino e sempre più a posto, ma temo nei tuoi calcoli di essere il solito resto.

 

L’antidoto sull’albero 11/03/14

Ed ero lì che mi pitturavo la mano, che l’esercitatore non sarebbe fuori posto in una scuola per ritardati, e mi passa un attimo per la testa che mi manca Saretta. Sempre che guardo indietro, ma non è che non vedo quello che sto facendo, anche se certo quel lavoro lì lo faceva meglio lei, e chiunque altro l’abbia fatto prima, e ovunque indietro si posi il mio sguardo questa strana sensazione di aver dimenticato qualcosa, che forse è il motivo per cui a me non viene così bene.

E sono qua che mi lavo le mani, e di acqua calda ancora non se ne parla, ma senza che l’abbia chiesto va via in un colpo, e via se n’è andato un po’ tutto, e per ogni faccia nuova faccio il gioco di comparare, ma è solo un gioco e tutto è unico e perso. Eppure per perdere qualcosa devo averla avuta almeno per un attimo. Basta cambiare appena il senso delle parole, ed ecco che unico implica mio per sempre. Come l’inchiostro nelle mie vene, senza neanche doverne fare una metafora.

 

Tredici righe come sorriso 07/04/14

Tra quanti anni saremo ancora qui a ricordarci. Abbiamo promesso? Stiamo fingendo, o importa davvero? Nascondiamo troppo. Noi, l’incomprensione, la fantasia. Le stelle dei nostri sogni. La voglia di essere felici. Insieme però. Perché da soli, lontano, non puoi. Non molto.
Rimani te, con tutte le tue paure. Ti stringerei sì, fossimo insieme almeno per un attimo. Ricordi…? Ah, lascia stare. Sempre a pensare, sempre a ignorare, o prendere e lasciare. Fosse la strada giusta, questa. Non proprio come immaginavamo. È un reset tutto finto. È un parco a cielo aperto, senza luce, senza noi. Briciole. Su cui piangere, potessimo. Ma a testa alta, a testa alta devi stare in piedi con quello che sei, e quello che è è sempre quello che è stato e non potremo mai modificarlo.
Voglio averti nella mia testa che mi dici che va tutto bene. Voglio esserci, per te. In paranoia, oltre il pensiero, oltre le barricate. Oltre il cambiamento che non cambia niente. Dove magari non è troppo tardi. Cantavo di corse al chiaro di luna. Non sono mai state le mie. Io sono vuoto. Non mi apro perché dentro non ho nulla. È in te che ho visto qualcosa. E quel qualcosa è mio. Non so se capisci.

L’ho detto, noi? La parola che uso sempre. La parola che non ho visto mai.

 

More than three days 25/04/14

So we were strolling along the cold, got just scared enough for their hearts to engulf us. Another day in the life of a wanderer, yet suddenly and again we are left to wonder when wandering became all there is. Such heavy accusations to drop on these sleepy heads, as defenseless we rest in this made up break from all the dreams, all the images we must have promised ourselves somewhere down one hell of a helpless line.

So we fail at repenting as it ignites our broken corpses, like vanity on stuck up gasoline. It was always worth it, to burn, to scream, to watch the storm as it tore our eyes out with wet frozen fingers. I’d ask the consequences to shape our future instead of cowardly building anew all the time. To warmly linger atop that fortress on the moon, rather than go to waste with every moody heaven they want us to shoot dead.

So we forget what didn’t work. The rage and disrespect and every empty tear we shed in pretending. Crawling through the chunks of whatever everything we wanted to love, ignoring the hurt and pools our painful breaths left on this shallow floor. Old songs from a different world are called by ghosts to fill my wounds, but feels of mine are playing liars, for the only painkiller I have is you and I’m one sad pathetic junkie.

So we climb this mountain of thought and look for a different horizon. A higher spot for a deeper glare. I meet my younger self waiting for the sunset, and I don’t tell him I’m here for the dawn I used to hate. But when the light hits the darkness I can hear your silent voice revealing that it makes no difference, as long as we’re close enough to heaven, and we did get through the slums of unsubtitled confusion already.

So we decide to care, which will eventually murder us. They’ll laugh. It’s okay. We’re cool. We are going someplace nice, with no knives or preys or lies to hinder our search for a good map. I speak for the colors I dislike and the answers I faked in amusement when I tell the story of the opposite side, ’cause I know the opposite knows better if it can manage the strength for any kind of meaningful choice.

So we leave, and come back, and dream of leaving, and leave again. The song plays, the song fades, we all fade away relentless. Like traces of the sugar I have never used, and bitterness biting deep into the soul as I can taste my dirty mouth going thanks.

I think we might follow soon.

 

Jalil 06/05/14

Non so dove l’hai preso il ciuffo da barista, o perché quando sono sui trenta vestono tutte uguali. La fila migliore per vedere e non dover scavalcare e non avere una terza media vicino. Centro esatto o appena a sinistra, girare pagina o attaccare il margine. L’esatta distanza alla quale è cortese tenere la porta aperta, il tipo di conversazione che andrebbe interrotto per salutare. Il contatto per cui lavarmi le mani, le lenzuola giuste per la stagione, ciò che è normale offrire e le volte che anche il Cristo alza gli occhi al cielo. Il volume delle cuffie di notte o in strada. Quanti biscotti per arrivare alla fine del mese, di preciso quanti Philadelphia affinché non vadano a male. Il numero di settimane prima di mandarti un messaggio, il numero di anni prima di riallacciare i contatti. E le ore su un esercizio del cazzo per non sentirmi in colpa, l’anticipo necessario per capire in tempo trecento pagine, il corretto rapporto quaderni-niente. I grammi che corrispondono a poca fame, banconote o contanti di fretta o con calma.

Jalil muove solo gli occhi e mai la testa. Mi pensavo Jalil e mi son trovato Topher, le domande che non mi interessano e tutta la voglia di sparire.

 

Certe strade 26/05/14

Certe cose, non vogliono dire niente. Certe volte la nona di dominante proprio non ce n’ha per le palle di tornare a casa, e non è che la chiave le manda una raccomandata di sfiducia, la lascia andare, che magari porta indietro qualcosa di buono. È tanto bello che la filosofia abbia insegnato a mettere da parte le risposte, ma forse è arrivato il momento di buttar via anche le domande e scivolare un po’ così, altrimenti va a finire che esce sempre la stessa sonatina del cazzo.

 

Grazie per essere venuti 06/06/14

Tra un po’ devo scegliere sul serio. Trovare una definizione pseudo-rigorosa per il contenuto dei miei sogni. Conciliare l’ingenua attrazione per l’onniscienza con un’intrinseca mediocrità. Ora, non credo davvero negli errori, nelle scelte sbagliate. Però è venuto fuori che i rimpianti sono una divinità egocentrica, che tu ci creda o meno ti fulminano lo stesso. C’è da dire che siamo in tanti, e in questo trovo un po’ di conforto, non in quanto mal comune, proprio per la compagnia, e la sfuggente sensazione che sia una condizione tutto sommato felice.

And we run, and we run, and we run away.

 

Avanti appena 19/06/14

La mano persa nella confusione, fossi poco neanche lo sai, senza attesa, senza sogni. Corrono fuori e io fermo dentro, tanti ancora dentro, insieme anche fuori, insieme appena ovunque. Sempre così avanti, e io stecco ma lento che piano arrivo. Ci sono tantissime cose di cui proprio non mi importa niente. Domani, forse, di te.

 

Bianca 25/06/14

Bianca è la bambina dei vicini. Dei si fa per dire perché le parentele non le conosco né me ne frega qualcosa. Non l’ho neanche mai vista, o forse sì e non me lo ricordo, però mi ricordo sempre della sua esistenza perché fa caldo e la finestra è aperta. Ora, io vorrei che Bianca sprofondasse e non risalisse mai più, ma mi dispiace perché lo so che non è lei, sono quelli che le stanno intorno, ché non so se è una scusa per essere idioti o se è proprio pedagogia avanzata che se sente gente urlare cazzate tutto il giorno il bambino cresce forte e intelligente (urlare perché per qualche motivo il volume è una relazione simmetrica e Bianca poverina fa quello che può). Quindi perdonami Bianca se passo le giornate a desiderarti sorridente con la cintura allacciata su un 747 per il fondo dell’oceano. Cambierei mira, ma la causa sei tu e neppure li chiami per nome.

 

Stampelle 27/06/14

Eh, mi sopravvaluto. Le razionalizzazioni cadono vuote se il colpo è personale, la paura di una prolessi e il cuore al cesso. L’errore a monte, l’attesa e la brutta impotenza, che poi è tutto ciò che tiene aperte le ferite, essere costretti ad aspettare per rimediare. Il tempo, non fosse per lui saremmo una razza felice, noi che in fondo quello che fanno gli altri boh, noi che l’insieme è la nebbia, noi che una cazzata e via. E non sto a rimuginare, problema implica soluzione, ma ne ho viste di cose, e l’aver bisogno, perché il tempo quando stai solo ti stalkera e tu pensi che basta ignorarlo, ma se vuole fotterti lo fa, poi altro che saltar stampelle per principio. Non c’è tantissimissimo da aver paura, di nuovo, col cervello, ché in genere il tempo ti dà il tempo di riprendere, in silenzio e pensieri però tragedia, e gli angeli, sempre fighetti, non passano mica dove c’è puzza di vomito.

 

Quasi io 06/07/14

Ed eravamo alla fermata dell’autobus e tu mi fai meglio di no e io son tipo Cristo santo. E da lì son stato tipo Cristo santo un po’ per sempre, in dolce incredula guardia. Ma senza pensare problemi, e lascio che i passi li conti qualcun altro mentre io raccolgo e metto via. Non so quali siano le basi. Non me l’ha detto nessuno. Le risposte non arrivano. Se devo essere qualcosa, voglio essere la mia collezione di accendini. Voglio essere la tazza sulla mensola, il modellino del duomo, una coppia di sfere sospese nel vuoto. E da quell’altezza guardare giù, guardare quello che poi non sono affatto, le parole, l’assenza. Tanto, se devo sapere, l’ultima cosa che voglio sapere è che non abbiamo combattuto manco per il cazzo. Il soffitto non cadrà, qualunque cosa accada. Tengo questa lettera che parla di masturbazione accanto alla solidarietà scritta del comitato Falcone-Borsellino. Biglietti, abbonamenti, minacce, quasi gioielli. Quasi niente. Quasi gli altri. Quasi io.

 

Collezione di francobolli 18/07/14

Che poi non è che la distanza mi disturbi particolarmente. È la tecnologia, non l’assenza di contatto fisico. Comunicare è tanto veloce quanto decidere di farlo, e con l’immediatezza cade ogni traccia di stile. Cade il bisogno di pensare, cinque parole e quaranta post scriptum. Cade ogni dimostrazione di contare a sufficienza da meritarsi una dose significativa di tempo altrui, rimane forse la scelta ma senza alcuna dedica. Cade l’imprevedibile cadenza periodica che accarezza il resto di una vita al di fuori di quel collegamento, in effetti cade proprio il resto a poter condividere, volendo, ogni singolo stupido istante. Poi ci pianterei anche un addendo sulla bellezza e personalità di una calligrafia contro l’anonimo di un Arial e il profumo della carta contro la vaga puzza di bruciato del mio laptop ma mi fa sentire vecchio quindi niente. In ultima analisi, che è lì che voglio arrivare, cade proprio la voglia. E se la voglia cade ancora un po’ va a finire che cadiamo noi.

È la sottile differenza tra una collezione di francobolli e una collezione di followers, che i primi non hai bisogno di contarli per inferire qualcosa.

 

Transient 20/07/14

Con tutto lo sforzo versato nel tentativo di fermare il tempo, è debilitante ritrovare il solito vuoto sigillato nei miei barattoli di presente. Perché ci sta anche che il dietro sia triste e umiliante, e posso scendere a patti con l’anticipo in tabella di una visione un po’ cinica di improbabili realizzazioni. Ma che non riesca a trovare soddisfazione neppure nell’adesso, nella raccolta di nuove cicatrici, non è da me e neanche lo capisco. La libertà tra le mani, e nessun risultato in programma. Ero convinto della mia strada, ché l’idea è, se vado avanti va a finire che il mondo almeno un pelo lo cambio. Rallentato il campo visivo, mi ritrovo a sentirmi in colpa per non starlo cambiando adesso. Non mi è mai piaciuto vivere per un obiettivo. Come mi è venuto in mente che un sogno potesse colorare le cose di nuovo solo perché rivestito di pertinenza?

 

Sto facendo una fatica terribile a non postare quella canzone 06/08/14

È ironico che, tra tutti, sia il mio acido io a ritrovarsi nel centro di questa ragnatela. Forse non è importante se ti nascondi in un angolo, basta che lo cambi di continuo e a forza di diagonali passi dappertutto. Non so, ho sbagliato a dare via la colpa, la testa piena delle vostre (nostre) stupide lamentele? Se non altro mi rincuora non dovermela addossare. Acido, sì, ma l’ipocrisia l’ho colta da un pezzo, mi ci sono affezionato e ho avuto tempo di imparare a conviverci senza nasconderla, o farne una qualche maschera. Forse è questa coerenza ad avermi aiutato, o banale casualità. Forse, arrivato il momento di scegliere, ho scelto bene. Immagino che il mio interminabile scrivere dia l’impressione opposta, ma a me non è che freghi molto dei perché. Il mondo è fatto di persone, connessioni e una temperatura dell’aria variabile. Il resto, come diceva qualcuno, son pippe.

 

Prima del dopo 30/08/14

Quello che è, è il pensiero che questa sia la parte facile. Perché è facile, andare avanti. Perché per ogni cosa che fallisco posso buttarla via in un istante e al dopo neanche interessa. Anche prima era facile, ma prima era difficile camminare, mi mancavano le gambe e la strada prima. Quella che allora era una scusa, e adesso è un rimpianto che non è tanto io quanto ciò che mi ha circondato.
Mi fa impazzire che sia facile sminuire tutto. Che sia facile essere me, replicarmi, migliorarmi. Mi fa impazzire che alla mia destra ci siano ambizioni più alte che ancora si sparano desiderio nelle vene mentre io sotto e dietro. Sono forti e sono felici un giorno alla settimana. Mi fa impazzire avere lo stesso ratio al livello più basso. Vedo tra le righe ma non riesco a conoscerle. Potrei avere ogni storia e nelle mani stringo il vuoto. Quanto importa essere e raggiungere e soddisfare un sogno un sentimento una persona qualunque fottutissima cosa importa quanto ricordare, importa quanto morire con quella candela accesa lontano.
Anche se non è la fine, anche se non mancano due settimane, non basta a dire che è abbastanza e che andrà tutto bene, perché se è facile non va mai tutto bene, il nostro mantra era, le candele bruciano forse appena ma devono bruciare la nostra pelle altrimenti è inutile e sepolti nella neve lasciamo più lacrime che magia. Anche se non sono più parte del tuo corpo ti prego non lo fare. E io, anch’io, anche se è facile, anche se non ha senso renderla difficile, lasciami un esempio che possa ignorare, e segnati da qualche parte la vita che incido in pietra. Perché non lo so se più avanti diventa un casino, o se è proprio il mio universo che danza così.

 

Abudì abudai 04/09/14

Ho passato quindici anni con in testa questo na na nananànananà nanananà nananà nananànananà nanananà nananà nananànananààà che ogni giorno riempiva la casa quando mio fratello si vestiva, e a quanto pare nanao male perché in quindici anni mica me l’ha saputo dire qualcuno cos’era. Ora lo so ed è quella classica porta che si chiude ed ecco che un tenero mistero della mia esistenza è morto. Per dire che un po’ mi dispiace. Ce ne stanno ancora tante di incognite eh. Però a questa ci ero affezionato. Anche perché il fulcro del dubbio era cosa ci stesse al posto di quei nananà, ché il mio io seienne con l’inglese insomma. Ora lo so e quindici anni di romantico nel cesso.

 

Stella marina 09/09/14

Ho un vuoto. Ho un vuoto conficcato nello stomaco e non so come riempirlo perché con il cuore non ci arrivo. Né torto né ragione, ma il silenzio, e cattiveria, è una delle poche cose che non sono cambiate affatto. Come in un sogno, sono nel mezzo di una stella. E dove stai quando sei nel mezzo di una stella, in una gelosa intersezione, o nel vuoto?

 

A settembre felice non lo sono mai stato 17/09/14

Lo sai perché mi manchi? Perché ti ho idealizzato. Perché penso che se una cosa aveva senso a quel tempo allora avrebbe senso anche adesso, penso che risolveresti ogni autunnale problema con il solo essere lì e lasciarmi appoggiare la testa. È lo stesso motivo per cui mi attacco a tutte queste amicizie senza né capo né coda che per essere andate da qualche parte una volta dovrebbero avere sempre qualche parte ancora da visitare, e adesso che il mondo è grande non vanno da nessuna parte più veloce di prima, e quando il mondo tornerà piccolo per restarci sarà tutto dimenticato da tempo, se non per malignità per semplice destino.
Senza né capo né coda. Come se ci fossero mai stati, un capo e una coda. Quando finisci di crescere, secondo me, è quando smetti di aspettare che appaiano. Ma credo di non esserci neppure vicino.

 

Stereotipi 24/09/14

Certo che se dopo che mi fai tutto il discorso sullo stereotipo del matematico stralunato metti a parlare una tipa che tiene le braccia rigidamente inclinate verso l’esterno, le mani orizzontali e gli occhi al cielo come stesse per spiccare il volo, e in necessità di una parola random la prima che le viene in mente è “cioccolato”, non stai facendo un enorme favore alla tua causa.

 

Senso dell’umorismo 29/10/14

Ma perché non esiste che forzi la convivenza sovrascrivendo la personalità altrui per far accettare la tua. Se non si adeguano, perché nessuno è tenuto ad adeguarsi a un cazzo di niente, li lasci andare. Vivi e lascia vivere non significa mettere da parte le spranghe, significa mettersi da parte, significa levarsi dai coglioni. Ma no, fai di una persona esempio di categoria, scarica sul singolo la tua arbitraria politica, che sicuramente il mondo cambia col tuo pensiero ben fatto, che ovviamente cosa va bene e cosa no lo sai te. Ma con che faccia sento parlare di standard relazionale che siete tutti deviati del cazzo, che le vostre manie e idee e battaglie le combattete da quando siete nati come fanno tutti e non è che per un attimo passa per la testa che senza l’attacco non c’è bisogno di alzare una difesa. Vita stupenda ho avuto io che quando mi davano del frocio era perché avevo baciato qualcuno, vita di merda che si attacca ogni volta che portate lo standard verso un estremo ogni anno più imbecille, vita assurda che rimarrà per la parte massacrata dal tutto, e io sai che ce n’ho le palle piene di controllare se lacrime ipocrite sono lì per lavare il sangue lasciato per terra.

 

D. passaggio 08/11/14

Ti ho ritrovato così per caso, ho visto il tuo nome e all’inizio niente ma poi mi sono fermato. E quando mi sono fermato ci ho messo un po’ a capire perché, e quando l’ho capito ci ho messo un po’ a esserne sicuro. Poi pian piano è tornato qualcosa in più.

E in realtà niente, ma chissà se ho dimenticato qualcun altro. E chissà se DHJ, vedendo il mio nome, si ricorderebbe di me.

 

Torcia 22/12/14

Tempo penso perso ad aver paura di aver paura. Io non lo so come mai i miei sogni hanno così tanto più senso quando sono con te. Però avrei voglia di dirtelo, avrei voglia di farti capire quanto sei importante, anche se poi mi daresti quella faccia un po’ così e mi troverei a spostare gli occhi di lato come ai vecchi tempi. Vabbé che magari capisci lo stesso.
Avevo paura della perfezione. Delle persone organizzate e capaci, di quelle che hanno sempre la risposta pronta, di quelle che la faccia da culo non cade proprio mai. E invece no, non sappiamo cosa stiamo facendo, né io né te né chiunque altro. Certo si può essere bravi a procedere a tentoni. Ma sempre buio rimane, e quella luce irrazionale che esce ogni tanto non c’è gabbia che la possa fermare. Nel mio caso la torcia sparata nell’iride che è la tua presenza è abbastanza per rendermi cieco a ogni limitante timore, e non so quanto dureranno le batterie, ma durassero tanto da non farmi vedere più un cazzo penso ne varrebbe comunque la pena.