L’anno in cui ho imparato qualcosa sull’essere felice.

Dedicato a tutto ciò che ho trovato che vale la pena non perdere, alle persone che nonostante tutto hanno scelto di non dimenticarmi, a ogni semplice sorriso che è stato bello condividere, ma soprattutto dedicato a Lasha, che è un po’ tutte queste cose insieme e senza una parola se lo merita.

 

No, non ce l’ho con te (Responsabilità) 03/01/13

No, non ce l’ho con te. Se il nostro mondo è una nave, tu non sapevi neanche ci fosse un timone. Non incolperei la notte per le onde gelide che ci bagnano i piedi. Non addosserei al sole la responsabilità delle macchie di gelato sui nostri vestiti.
No, non ce l’hai con me. Se c’era del rancore, è da tempo dimenticato. Non andresti a cercare ricordi scomparsi per riempirli di nuovi sentimenti. Non torneresti sotto le catene per nostalgia dell’ordine.

Fuori, il pianeta respira. Fuori i fiumi continuano a scorrere, e anche il nostro sangue, ma in quale direzione? Della sorgente, solo rovine rimangono. Feticista del passato, non provo interesse per la destinazione, ma mi fermerei ad ascoltare se ci fosse qualcosa da scoprire. Rallenterei il passo e mi volterei lentamente, in attesa di una soluzione, una verità, una chiave. Tenderei una mano aperta…

No, non ce l’ho con te. Se c’era del dolore, è da tempo dimenticato. Non andrei a cercare sentimenti scomparsi per creare nuovi ricordi. Non tornerei in battaglia per nostalgia di un ruolo.
No, non ce l’hai con me. Se il nostro mondo è un aereo, a tenerlo in volo erano le mie ali. Non arresteresti la brezza in risposta alle agonie di un accendino. Non scioglieresti il cielo per liberare del suo peso l’orizzonte.

Da qualche parte, il nostro significato è stato scritto su carta. Da qualche parte qualcuno ha capito meglio di me. Quando arriveremo, solo ceneri rimarranno. Intollerante del presente, desidero solo che fossimo in grado di accelerare, nella speranza di cambiare un destino che non ho mai compreso. Curverei appena la schiena e comincerei a correre, sapendo che niente potrebbe fermarci nella ricerca di un’arma, una poesia, una conclusione. Mano nella mano con la mia compagna di sempre, di una settimana, di una sera.

No, non ce l’ho con te. Se il nostro mondo è un treno, ha da tempo abbandonato i binari.
No, non ce l’hai con me, perché anche se guidavo io quando sei salita non avevi uno straccio di biglietto.

 

Cioccolato e caffè 06/01/13

Vado a cercare il messia in un cimitero, che le mie risposte sono scotch riciclato. Ma le tombe sono aperte e i corpi sono più belli di me, e allora di risposte non ne voglio più, e chiudo il cancello quando esco.

Chissà quando piove, che meraviglia non dover respirare. E il rimedio non funziona, e chissà quando niente funziona che meraviglia non dover respirare.

 

Nebbia 13/01/13

E non pensi quanto male mi hanno fatto le parole
che hai lasciato che ho accettato in quel porcile del mio cuore.

 

E non c’è niente di male 14/01/13

Ah, vorrei tornare indietro a quelle torte, anche se ci facevano schifo e neanche gli insetti osavano avvicinarsi. Vorrei tornare indietro e dirti che oggi faremo quello che vuoi te, oggi niente strane avventure, oggi facciamo il mercato sotto il sole, oggi mi insegni a leggere come si deve. Perché ora, sulla rapida soglia di un portone, non c’è molto spazio per parlare. Ora, sulla flebile soglia di un futuro, c’è altro a cui pensare. E sì, abbiamo ancora tutti i nostri giochi, e quando siamo di buon umore le correzioni dell’ultimo minuto, ma sono briciole, e troppo vaghe. Se vuoi ricordare un’amicizia, deve avere un’identità ben precisa.
Non ne faccio una questione di rimpianti. Tutto va come deve andare, non c’è bisogno di dichiarare guerra alla storia finché non ne conosciamo il finale. E non ne faccio una questione di dolore, il pianto passa quando deve passare e ogni strappo fa buon vaccino. Sono qua solo per dare un’occhiata, come tu sarai qua per ricambiarla, giù con la pioggia come tutto ciò che evapora in un attimo di distrazione.
A pensarci fa quasi spavento, condividere un ricordo a ricordo finito senza nel frattempo costruirne un altro. Non c’è nulla da temere dai fantasmi, e grazie al cielo siamo abbastanza grandi da sostituire la meraviglia alla malinconia. Però non siamo neanche così vecchi da passare tutta la giornata così, a raccontarci che ci importa ancora qualcosa. E non tanto perché non sia vero, quanto perché con la teoria più che mettere in fila parole non si può fare, e non è con i libri che si fanno le torte.

 

A mano libera 18/01/13

Concentrarsi su ciò che importa è il traguardo della crescita, la vera e propria maturità. Nomi altisonanti per questa forzata overdose dell’umana paura di sbagliare, e il dovere di sentirsi in colpa per l’errore veramente grave. Si diventa grandi per fare incetta di insonnie a noi estranee, e la si spaccia come una cosa normale. È tutto così buio…
Ah, ma in fondo lo sappiamo, chi siamo davvero. E a volte gli occhi si chiudono e non si riesce a distinguere tra il freddo e la voglia di non vedere. Ma se sappiamo, allora siamo a un passo dal liberarcene, lasciarci alle spalle queste false responsabilità, questi umilianti obiettivi, queste limitate arbitrarietà.
Non c’è solo la libertà di appartenere, o non appartenere. Ciò che trascende l’oscurità, ciò che libera le notti e l’individuo, è la libertà di disegnare.

 

Stanchezza 24/01/13

Sono grato per ogni bugia non spontanea, più sincera delle mie costruite verità. Sono grato per ogni magia a me nascosta, per quegli accordi che non potrei mai suonare. Sono grato per le panche che ospitano quelle anime in cerca di un compagno, anche se i nostri sguardi non si incrociano spesso. Sono grato per ciò che ci tiene insieme, nonostante insieme non siamo più. Sono grato per quell’amore rilasciato nell’aria a ogni respiro, perché c’è sempre qualcuno che ne ha bisogno. Sono grato per l’eccellenza che consola gli amici mediocri, anche se a volte non se ne accorgono. Sono grato per qualunque oscurità permetta agli occhi di brillare, nella gioia e nel dolore. Sono grato per ogni ideale frainteso, a patto che possa riscaldare qualche notte. Sono grato per ogni scomparsa, la bellezza del nostro sacrificio stampata nella mia stanchezza. Sono grato per ogni mancato lieto fine, sapendo che qualcuno ne ha ricavato un inizio migliore.

 

Spero vada tutto bene 03/02/13

Se il messaggio non è arrivato a destinazione, se il disegno è confuso nella vostra interpretazione, dimenticatevi di me. Non voglio essere un errore, non voglio essere un rimpianto. Se il mio sentimento è incomprensibile, non fingete di comprenderlo; se la mia idea è inaccettabile, non tentate di fraintenderla. Ho pregato per un rifugio, e ho ascoltato il mio desiderio. Ho visto cose che non mi sono piaciute, e ho deciso di non cambiare. Non protesterò affinché le campane smettano di suonare, ma non presiederò ogni matrimonio in cui non credo. Se la mia espressione vi turba, non incollateci sotto un sorriso; se i miei gesti vi offendono, non nascondeteli su belle parole. Non ci saranno mai abbastanza ricordi, rimarrete speciali quanto il sorriso di un tabaccaio. Ho accettato una persona speciale, e ho dovuto vomitarla come un virus dai capelli biondi; l’ho fatto di nuovo, e ho dovuto nascondermi come un mendicante di fronte a sua madre. Ho imparato la lezione: non resusciterò categorie di comodo dal cimitero dei miei ideali per giustificare ogni mano chiusa.
Magari un giorno ci prenderemo un fottuto caffé, e ci sarà spazio per parlare. Ma fino ad allora, se non sapete chi sono, dimenticatevi di me.

 

Percezione 05/02/13

La foto è sempre la stessa, ma è da un po’ che hai smesso di sorridere.

 

Ti vedo 08/02/13

Ti vedo nell’esitazione davanti all’autorità. Ti vedo nei sospiri intrisi di ignoranza. Ti vedo nell’egoismo di chi sale le scale senza avvisare gli altri. Ti vedo nei fogli che scivolano e nei “tranquillo, faccio io”. Ti vedo nella noiosa delusione di chi resta e nel sorriso rassegnato di chi scappa. E anch’io mi chiedo se restare o scappare, e anch’io mi vedo come te, e anche per me la scelta è banale come quelle dimostrazioni da mezza riga che non memorizzeresti neanche in un milione di anni. Ti vedo ogni volta che alzo lo sguardo dal foglio, e a suggerirmi le risposte non ci pensi neanche. L’unico teorema che intendi dimostrarmi è il periodo infinito delle mie distrazioni, e quella è una nozione comune che nessuno mi chiederà mai. Perché non chiedermi di te? Pagine e pagine per sistematizzare le puttanate stampate sul tuo volto, e magari ci proverei pure gusto. Ma la tua violenta anima viola ogni regola presentandosi complessa e irriducibile, e non mi resta altro da fare che ricavare le mie certezze dal disegno generale, anche se non credo sarà sufficiente a liberarmi, come non credo sarà sufficiente ciò che ho scritto.

Ti vedo nel cioccolato che avevo tenuto da parte. Per chi l’avevo tenuto da parte, per te o per me? L’ho finito lo stesso, anche se non me lo ricordavo, e ho regalato la spilla, anche se non me lo ricordavo, e ho cancellato i messaggi, anche se non me li ricordavo. E ora che ho più spazio la memoria è vuota, e ora che potrei farne qualcosa di meglio i gioielli sono spariti, e ora che non mi va di dormire non c’è più niente da mangiare. Certo, non è che non ti vedo più. Soprattutto quando ho urgenza di vedere dell’altro. Però ho lasciato indietro le occasioni che ho avuto per nutrirmi di te, e i ricordi che hai lasciato sono sbiaditi o nella spazzatura, e il tuo nome non comparirà su quel piccolo schermo per parecchio tempo. Non che me ne freghi qualcosa di vedere il tuo nome, o le tue foto, o il tuo corpo. È solo il tuo ideale a importare, perché non so se è primo, ma per me è stato il primo, ed è parte di me da prima di vederti.

 

Qualcosa da dire 18/02/13

Erano belle, le ore dei sogni. Identificarsi senza ritegno con canzonette dal lieto fine, magari convincersi della propria stoicità. Saper fare, e aver voglia di seguire la strada, sempre tenendo da parte la romantica scappatoia della tragedia come assicurazione. A prima vista può sembrare paradossale, ma è proprio quando sono svanite (e non infrante!) le fantasie che è più difficile lasciarsi andare. Difficile decidere che non vale la pena di restare. Se vai troppo in là non è la coscienza a fermarti, ma la paura, e il coraggio a perdere suona irrilevante: a quel punto non c’è più niente da dimostrare. Così l’unica opzione è rifarsi a una qualche deviata morale, ma non sono mica cose che vengon su in una notte di davanzale, ci vuole tempo, e il tempo è un avversario temibile quando si tratta di scegliere.
Forse le mie sono scuse. Ed è strano, perché anche ammettendo che ci siamo imbucati senza invito, di padroni di casa neanche l’ombra, quindi con chi mi dovrei giustificare? Forse ora mi sento in colpa per tutte le persone a cui *non* ho pensato. Per tutti quelli che sarebbero dovuti essere importanti e non lo erano. E invece, riflessa in un’alba intensa come se il cielo temesse di essere dimenticato, nient’altro che una gita in bici a migliaia di chilometri di distanza. Sono pessimo a predire il futuro, ma se anche fossi il Chronos di turno, sarebbe cambiato qualcosa?
Probabilmente no. Ogni disastro, ogni delusione è inchiostro per la mia penna, che poi è l’unico motivo per cui sono ancora qui. Non sono mica quelli a cui le cose vanno male ad andarsene, no… Sono quelli che pensano di non aver più niente da dire. E io? Io che sono okay con una volta al mese? Io che ho promesso? Ho esaurito gli argomenti da un pezzo, ciò che resta non sono in grado di esprimerlo. Però c’è sempre l’idea che un giorno mi verrà insegnato, o forse sarò io a insegnarlo e mi accorgerò così di saperlo. Falsa speranza? Può essere. Ma non mi fa male parlarne, ed è sempre meglio di quel silenzio che una volta poteva anche significare qualcosa, adesso è solo un insieme di parole troppo codarde per violare il coprifuoco della ragione.

 

La notte è un’incognita meravigliosa 25/02/13

Per quanto mi possa annoiare, alcune notti mi trovo a trascorrerle dormendo.
A volte mi sveglio a Venezia. Non ho ancora aperto gli occhi, e già posso sentire l’umidità tutta intorno a me, il primo pensiero alle miriadi di piccioni da schivare, ma va tutto bene perché ho una scusa per camminare.
A volte mi sveglio a Berlino. Non ho ancora aperto gli occhi, e già posso sentire un continente tutto intorno a me, il primo pensiero alle miriadi di tappi da contare, ma va tutto bene perché la folla ha un sapore migliore.
A volte mi sveglio in un altro emisfero. Non ho ancora aperto gli occhi, e già posso sentire il silenzio tutto intorno a me, il primo pensiero alle miriadi di solitudini da sperimentare, ma va tutto bene perché il cielo non smette mai di rilasciare sensazioni.
A volte mi sveglio a Vienna. Non ho ancora aperto gli occhi, e già posso sentire l’adolescenza tutta intorno a me, il primo pensiero alle miriadi di fallimenti da accettare, ma va tutto bene perché l’amore non si sovrascrive, si accumula.
A volte mi sveglio dove ho posato la testa. Non ho ancora aperto gli occhi, e già posso sentire i ricordi tutti intorno a me, il primo pensiero alle miriadi di mondi in cui risvegliarsi, e va tutto bene perché qualunque cosa accada posso essere ciò che ho toccato.

 

Sorella solo di nome 02/03/13

Avrei tanto voluto risolvere il tuo mistero. Cosa si celava dietro quel volto d’angelo, in cosa credevi, e cosa diavolo c’entravo io.
So di non meritare una risposta. Dio solo sa quante volte ho provato a dartene una, invano. Provo vergogna per la soffocante vacuità con cui ti circondavo, stanco simbolo della mia ignorante buona fede. Tanto ansioso di fare qualcosa, quanto torturato dal non sapere *cosa*. E mi dispiace per ogni occasione in cui ti ho vomitato addosso la mia frustrazione, come se fosse colpa tua la mia inadeguatezza.
Non ho mai preteso nulla da te, e ti sei sentita comunque in dovere di dare. Ti ho lasciato andare ogni singola volta senza lamentarmi, ma sei sempre tornata sui tuoi passi. E mi hai lasciato stare ogni singola volta senza lamentarti, accettando in silenzio il mio inevitabile ritorno. Ti ho offerto quasi per gioco un po’ di fiducia, e se anche l’hai tradita almeno hai avuto la decenza di nasconderlo.
Ed è così poco, ciò che abbiamo condiviso, che farei davvero fatica a spiegare questa mia ossessione a pormi delle domande che potrebbero così facilmente ricadere nel normale, in ciò che passa e cambia e vola via come un sogno qualunque. È come se fosse sempre stato così, sempre una sorella solo di nome, lasciata a sanguinare sull’asfalto giorno dopo giorno, il vetro dei tuoi occhi tra me e ogni speranza di aiutarti.
Ti sembrerà stupido, ma è a te che ho dedicato la mia prima e unica stella cadente. Eppure, forse per paura di essere ferito, o forse per eccesso di confidenza, non chiesi la soluzione, quanto il tempo per trovarla. E di tempo ne ho avuto, ma alla fine ho fallito lo stesso e non me lo perdonerò mai. Posso solo pregare che, ovunque tu sia, esistano fratelli in grado di sopravvivere al labirinto delle tue espressioni.

Un giorno mi dicesti che non è così facile liberarsi di te. Il profumo dell’alba mi suggerisce che avevi ragione.

 

Denise 09/03/13

Si alzano le luci, ma Denise non ha bisogno di riflettori. È al centro dell’attenzione senza esserci mai, e poi nessuno se la ricorda, ma se la ricorderanno non appena tornerà, perché con Denise funziona così.
Denise ti urla addosso quando vai piano, ti insegue quando corri, disprezza le lagne e ridacchia al coraggio. Conosce tutte le canzoni di questo mondo, ma è pronta a dimenticarle se mai dovessero servire a qualcosa. E per Denise non hai altra scelta che servire a qualcosa, è un destino a cui non puoi sfuggire, è un patto che hai firmato prima di saper leggere e il notaio era lei.
Denise ti ha già messo da parte: non vuole conoscerti, non vuole ascoltare parole, non vuole essere annoiata dalle arrampicate altrui. Denise non sarà mai la prima, ma approfitta del suo stare in mezzo per tirarsi dietro più gente possibile. Non accetta critiche né complimenti, non sa come vanno le cose e non intende scoprirlo, non impara teorie ma passa il tempo a correggerti. Ogni gesto di Denise è semplice reazione, perché Denise non crede in niente né si interessa ai sogni degli altri. Chissà come passa le notti, Denise, e chissà se le passa con qualcuno, e chissà in che condizioni si sveglia.
Denise lascia un’impronta indelebile, nascosta con attenzione in qualche vecchio pennarello. Il tempo passa, lei vola senza staccarsi da terra, e lontano atterra senza staccarsi dal cielo, tutto intorno a quel finta di niente. Cala il sipario su Denise, e Denise applaude forte dalla platea.

 

Scrivere di te 12/03/13

Qua a pensarti, con i tuoni a rompere il silenzio, il ghiaccio rompe vetri in lontananza, forse lo stesso ghiaccio che avremmo dovuto rompere noi. Rompere davvero, non così per dire, perché ciò che diciamo per dire si scioglie come fame nell’assenzio e di sciogliere quel ricordo nero non ne ho mai avuto intenzione. Sciolte le nostre difese, sciolte le nostre realtà, la mia banale e la tua lontana con tutto il suo peso. Sciolta la mia infatuazione, sciolta la tua crudeltà, sciolti quegli amici più semplici di noi, e ancora l’inverno non si è arreso e non si arrende. Ormai sei grande, e mi dicono che a volte sei felice, tu che sembravi sfoggiare con orgoglio quell’esotica maschera di dolore e resistenza. Ma al di là di quel che si dice le mie sono solo vaghe impressioni, non sono che un passante qualunque con un gameboy più scassato degli altri, sono il solo tra noi che non ti ha visto arrivare e non so nemmeno se è mai seguita una partenza, sono il solo tra noi che non ti ha offerto una spalla e non so nemmeno se è mai seguito un sorriso. Forse sono il solo che ancora pensa a quel viso, con i lampioni a spezzare l’oscurità, la neve copre cadaveri in lontananza, e per quel che ne so ha coperto anche il tuo. Ma che i tuoi singhiozzi risuonino nell’aldilà o a un isolato di distanza, io come la prima volta li continuo a sentire, e mi chiedo a cosa ti servissero, e a cosa ti servisse quella parte, e a chi servirai negli anni a venire. E ti chiedo perché mi hai portato qua a scrivere di te, come se ci fosse qualcosa da scrivere una volta dimenticato il colore dei tuoi occhi.

 

Candele 23/03/13

Forse sono i miei occhi a essere abituati bene, ma non vedo chissà quale ipocrisia davanti agli scomparsi. Non si piange mica perché ciò che c’era di male scompare, no, c’è proprio il sorriso nel ricordo di ogni stronzo, ed è un sorriso tanto tenero, e scalda il cuore vedere le reminiscenze alzarsi verso il cielo a ogni parola tremante o controllata. Lo spettacolo della tragedia rimane affascinante di per sé, ma parte della bellezza sta nel dopo, nelle reazioni, in ogni privata celebrazione. Perché le candele che accendiamo nelle nostre stanze, o appoggiati a un muro, o con la testa tra le braccia su una solitaria panchina, sono come fiocchi di neve: tutti meravigliosi allo stesso modo, e tutti profondamente nostri nel momento in cui, senza pensarci, li scegliamo.

 

Non te la prendere 30/03/13

Se mi è concesso il permesso di chiederlo, non te la prendere.
Non te la prendere se da un giorno all’altro dimentico come sono fatti i tuoi capelli, se la tua faccia mi è estranea ogni volta per cinque buoni secondi, se le tue parole volano via alla prima distrazione.
Non te la prendere se il mio sguardo tende curioso a evitare il tuo, non te la prendere se il tuo vestiario continua a lasciarmi perplesso, non te la prendere se le mie parole sono sempre le stesse.
E non te la prendere se i miei segreti richiedono un cesareo d’urgenza per venire fuori, e non te la prendere se non scenderà più la stessa pioggia sul nostro vagare, e non te la prendere se le mie dita non erano un granché.
E per favore non te la prendere se devo starti lontano per ricordarmi di starti vicino, ti prego non te la prendere se non so cosa significa parlare di niente, e davvero non te la prendere se il tuo entusiasmo non è contagioso quanto vorresti.
E allora io non me la prenderò se mi toccherà aspettare per imparare a fidarmi, e non me la prenderò se non avrai una risposta a tutte le mie domande, non me la prenderò se la tua bizzarra risata nasconde un destino tragico.
Non me la prenderò per ogni chilometro di distanza, per ogni bottiglia di acqua frizzante, per ogni istante passato a sentirmi nessuno.
Se mi è concesso il permesso di ottenerlo, non me la prenderò se quell’unico di cui parli tanto finisce col farmi male.
In cambio, ti prego, non te la prendere se a volte sono o non sono unico anch’io.

 

Riflessi 30/03/13

Tutto per un po’ di polvere di stelle, giù a marcire con le foglie dentro a pozzanghere di sangue.
L’errore muore e risorge come un cristo qualunque, spendendoci solo qualche miracolo in più.

 

Occhi verde malato 02/04/13

Mentre fisso stancamente il buio, galleggiando in mezzo a rabbie fugaci e altre amenità con radice comune, ho come questa impressione che i miei occhi verde malato siano d’improvviso enormi, come se la parete davanti fosse il muso feroce di un treno e le rotaie terminassero nel mio stomaco. Ah, ma se accendessi la luce su quella parete vedrei le stesse foto di sempre, le stesse persone scomparse, e ritroverei quella familiare sensazione di solitudine e mancata appartenenza.
Perché nemmeno per un istante ho smesso di essere di passaggio, passando più tempo a salutare che a baciare, come se il ricordo valesse più della sensazione in sé. Una lunatica cavalletta a metà tra lo sperduto e il curioso, costantemente fuori posto, sbattuta di peso in un’infinita guerra contro il cancro dell’abitudine, della regola, della prevedibilità. Ma senza l’esperienza della ripetizione non si costruisce alcuna fiducia, e allora in questo presunto progetto di felicità sembra esserci qualcosa che non funziona.
Eppure non è una lotta per principio, o per un fine più alto. È solo sopravvivenza, poiché in ogni legge l’implicato è schiavo dell’implicazione, e la forzatura appanna ogni bellezza, avvelena il cuore. E io, falena che si diletta con le farfalle sapendo che non sarà mai una di loro, falena che è attratta dai suoi simili sapendo che non potrà mai distinguersi in mezzo a loro, falena che continua a volare senza neanche sapere perché, con questo veleno in corpo proprio non ce la faccio, non posso separarmi dalla mia meraviglia.
E forse è questo che i miei occhi stanno cercando di dirmi, e forse è di questo che sono malato: così intossicato dalla mia antica mancanza di fiducia da esserne diventato dipendente, tanto che forse da tempo non è neppure più una questione di persone sbagliate, quanto di inerzia e cicatrici mal curate.

 

Confidenza per respirare (Dici un sacco di stronzate) 07/04/13

Dici che siamo tanto diversi, ma quando alziamo gli occhi al cielo incontriamo le stesse nuvole, nel marciapiede le stesse crepe ci fanno inciampare. Dici che non c’è spazio per te in questa stanza, ma sulla mia sedia posso fare posto per due. E allora siediti qua accanto a me, chiedimi se sono felice, chiedimi di battere le mani. Abbiamo ancora tutti i vestiti addosso, ma prima o poi dovremo riscaldarci più a fondo, in queste stagioni con tanta primavera e poco calore. E allora rinfrescami la memoria, ricordami se stiamo brindando all’alba o al tramonto, ricordami se stiamo bagnando i piedi nella luce di un lago o di un fiume. Dammi quella confidenza di cui ho bisogno per respirare queste sporche acque senza soffocare.
E se ti vedo scattare avanti goditi il tuo vantaggio, ma so che mi aspetterai, come hai aspettato i miei sedici anni, nelle voci e nel pensiero. E allora non venirmi a dire di cure e rimedi, di errori e condizionamenti, di esperienza e psicologia. Non c’è nessuna sindrome di Stoccolma, solo tanta paura delle categorie che cadono.

 

Ridevi di non so bene cosa, ridevi come ridere non ti ho visto mai 09/04/13

Non so a chi ho promesso di non pensarti. Però ci ho provato davvero! Davvero. Mesi interi senza che il tuo ricordo comparisse su qualche specchio appannato. Ma non posso escludere le parole lasciate nell’aria, non posso cacciare il tuo odore fuori dalle mie narici dopo un’alba passata a rievocarlo, non posso far finta di non vedere il calendario ogni volta che le nostre ricorrenze sono di passaggio. E allora mi sembra quasi che in questi mesi non abbia fatto altro, ed è un’altra promessa andata a puttane.
Non so se l’ho promesso per me, o per te, o per pietà di chi mi ha ascoltato infinite volte. Sono sempre gli stessi racconti vuoti, quelli del nostro nulla. E sempre ottengo compassione che non chiedo per un rancore che non provo, e sempre lo stesso insopportabile sguardo di chi proprio non vede, e allora mi sembra quasi di essere io a non aver guardato bene, ed è un’altra accettazione andata a puttane.
E di certo ho mancato di vedere l’intersezione delle strade che avevamo davanti. Non c’era niente, una linea dritta, tortuosa sì, ma priva di deviazioni. È vero, mi son lasciato trasportare senza mai davvero prendere una decisione, ma non da te, o da chi mi ha suggerito male infinite volte. Strada mia e mia soltanto… Forse non sono stato capace di mostrartela, e quando mi hai perso di vista non sapevi più da che parte ero andato. E con quali occhi posso piangere, dopo tutto il tempo passato a correre avanti?
E di certo ne è passato tanto di tempo. Chissà se è sempre la stessa clessidra, o se c’è qualcuno che quando fa buio la gira e ride di noi.

 

Ciò che resta 14/04/13

Vorrei scrivere qualcosa di felice, in quel fragile equilibrio tra le coperte e la musica. Ma c’è del freddo intorno alle ossa nella notte più calda dell’anno, freddo come un atrio, il gelo in ogni tuo gesto. E se solo non chiudessero il banco tanto presto ci sarebbe ancora tempo per finire ciò che si è iniziato, per farti stare lì seduta mentre salvo su carta i lineamenti che mi hai prestato. Tra le giornate lasciate in sospeso vorrei scrivere qualcosa di stupendo, di una bellezza che vedono tutti e non è limitata al mio pensiero. Qualcosa che non fermi le mani solo perché è tardi, o perché non si è sicuri che sia vero.
E cosa si può dire al critico che chiede un po’ di varietà, come se un cuore spezzato fosse un argomento chiuso e universale? Egli commette il tragico errore di ascoltare le canzoni e non il cantante. Vorrei quasi scrivere qualcosa di chiuso e universale, affinché nessuno possa fraintendere o sentirsi parte di una qualche verità. Ascolto e mi lamento anch’io, quando l’artista commette l’errore di scrivere un cantante e non una canzone. Perché spera così di essere ascoltato, il coglione. Perché spera di essere amato, l’amante. Come se fosse una persona così interessante, e il suo sentimento così tanto importante.
Vorrei trovarmi a scrivere qualcosa di rilevante, nascosto in mezzo alle metafore e alla cenere. Per quando le metafore abbandonano la festa, ché non si creda che la cenere sia tutto ciò che resta.

 

Così tanto per 18/04/13

Metti un attimo da parte le riflessioni, i commenti e gli addii. Lascia perdere la politica e la geometria. Non ho davvero bisogno delle tue parole, ho gli occhi per vedere e il cuore per sapere, ma se proprio devi dirmi qualcosa di banale, dimmi qualcosa di carino. Il mondo potrà ben aspettare un secondo.

 

Foglie 20/04/13

Coppia di vecchi che stringe amicizia, coppia di giovani uniti contro l’ingiustizia, coppia di asociali agli estremi di una stanza, coppia di amici in vacanza, coppia di pendolari al finestrino di un treno, coppia di vettori legati da un seno, incontenibile coppia di amanti, coppia improvvisata di cantanti, coppia di si a iniziare una nona, coppia sposata che si strattona, coppia per sempre comunque vada, coppia che si ignora per strada, coppia di gay seduta a un tavolino, coppia di bambini che fanno casino, coppia di gemelle dai capelli rossi, coppia di re contro coppia di assi, coppia di occhi su un viso, coppia di ricordi in un sorriso, coppia di cuori nella pallavolo, una foglia senza ramo in un canale di scolo.

 

Pensiero da una vecchia serenata 27/04/13

Per ciò che appartiene al tuo stupido cuore. Che cosa stiamo cercando. C’è il vuoto nelle nostre teste, i tuoi occhi stanchi di vedermi, non mi sopporti più, solo la mia assenza in desiderio. Mi ami, portalo nella tomba, ti terrà compagnia più di quanto possa fare io.

 

Vuoti 30/04/13

Non ho mai pianto per te. Magari un po’ di fumo negli occhi, e quel continuo rifiuto di abbandonarsi agli spiriti dell’inscoscio, qualche lacrima la fanno scendere. Ma tu, non se ne parla neanche. Eppure anche tu non mi fai vedere bene, anche tu non mi fai riposare in pace. Mancanza di espressione, no, perché per te ho riso e sorriso tanto. Di te, anche, quando ero un po’ più innocente. È così che l’ho persa, quell’innocenza. E allora dov’è questo enorme dolore che mi hai lasciato? Parole e basta?
Vorrei essere innamorato, e confondere il mio amore nella pioggia, così avrei una scusa per chiamarti. Invece, devo ammetterlo, in mano non ho niente. Dov’è l’estate, se piove freddo tutta la notte e non posso approfittarne?
Tanti nomi in questa lista di occhi lucidi e fermi. Il tuo, uno dei tanti. E se la mia lista è quel che è, il mio posto nella tua non è sufficiente ad uccidermi. Allora mi chiedo, che cosa serve per farmi fuori? Per far realmente crollare le mie difese? Perché insomma, andarci pesante ci hai provato. La mia dignità, la mia felicità, quelle le hai torturate per bene. La mia pazienza, sicuramente. Eppure sono ancora intero, vivo consapevole cuore che batte e ti vuole bene.
Ah, lo so che si può cadere in basso, tanto in basso. Ma credo che alla fine rimbalziamo un po’ tutti, a volte da morti, ma cosa cambia, tanto se siamo caduti qualcosa di morto c’era già.
Non siamo quì a sperare che arrivi un sentimento più forte a portarci via. Siamo qui a sperare, sì, ma quel che andato è andato, e quel che succede non è più forte, è un casino tutto diverso. Cosa potrò mai ottenere a scavare un altro buco per riempire il vuoto che hai lasciato? Non c’è niente da fare. Se c’è una cosa che non si può perdere, è un vuoto, e il tuo buco può essere coperto solo riempendolo di te.

 

Quasi non c’è bisogno di parlare 10/05/13

Quando ho supposto per la prima volta che il significato di un’esistenza potesse risiedere negli altri, pensavo avesse a che fare con la condivisione di un qualcosa. Ma il mio cuore è uno stanco agglomerato di egocentrismi, non c’è davvero spazio per l’altro quando ogni sentimento è visto in funzione di me, e se nella confidenza quasi non c’è bisogno di parlare, nella lontananza quasi non c’è bisogno di sentire. Ed è tutto così lontano, e ancora dopo tutti questi anni dell’amicizia non so niente, e i trattatelli spiegano cosa, mai come.
Non è che vedo tutto in chiave negativa, o come dice qualcuno, semplicemente non sono capace a sorridere. È che mi innamoro del legame prima della persona, i nodi mi distraggono da ciò che giace e tira dall’altro lato. Strattono e mi faccio strattonare, e sento le urla e mi unisco al coro, ma non so neppure chi è che canta. Di nuovo parlo solo di me, come se del risultato non me ne fottesse niente, la forma prima del valore. E questa incredibile struttura ci fa piangere e ridere insieme, e allora mi dirai che quasi non c’è bisogno di pensare, finché siamo qua.
Ma non siamo sempre qua. Siamo volatili, leggeri, curiosi. Quasi soli. E se dobbiamo bruciare, siamo più che capaci. Cosa sono un portachiavi, una stella di gomma, un abbonamento timbrato? Ceneri di un abbraccio, e poco altro. Resti di un piacere irrecuperabile, polvere di ossa tese allo sfinimento. Ma questo è fuori; sotto la pelle, di là, cosa c’è? Non lo saprò mai. Come si chiede, una cosa del genere? Come si convincono mani timide ad accarezzare parole distratte? Anche per fingere bisogna sapere cosa fingere.
Quando siamo lì, col nostro significato stretto stretto, quasi non c’è bisogno di parlare, ma siamo sicuri di esserci davvero? O stiamo osservando da dentro, cavie della nostra stessa fantasia, eroi di un’adolescenza dimenticata? Per quanto creda davvero nel capolavoro che a ogni curva ci lasciamo dietro, vorrei tanto saper ascoltare e condividere i nostri amori, oltre al nostro amore. Potremmo essere più che poeti… Potremmo essere poesie.

 

Cattivi insegnanti 18/05/13

Ogni tanto ho la fortuna di incrociare belle persone. Poco da dire, qualcosa da mostrare. Ciò che entra viene in qualche modo imparato. Apprezzo sempre, apprezzo quanto invece non sopporto alcuni piccoli tic, ed è chiaro che sono sempre le piccole cose a passare. I gesti brutti, non sgraziati, proprio brutti in sé. Le manie che vanno contro la funzionalità, persino contro la volontà, solo che quando sei lì è difficile mollare la presa. Scappare, scappare dalle parole che difendono la bestia.

Ma queste non sono le belle persone, queste sono anime bloccate, futuri insegnanti di mestiere. Cattivi insegnanti, come tutti quelli che pretendono di insegnare. È un ruolo che non va da nessuna parte, un ruolo violento e arrogante. Progetti e obiettivi e successi. Anche fallimenti, come quei mendicanti che ti fanno la morale.
Quante vite hanno distrutto? Quanti innocenti convinti di un’importanza, quante gerarchie costruite sul niente? Gli intolleranti, insegnanti cattivi ma veri, sono passati di moda. Ora siamo tutti uomini, magari in modo diverso, con le nostre quotidiane follie, ma camminiamo a buon diritto sulla stessa terra.

E neppure mi è permesso di sparare i miei giudizi, studente così spesso studiato, come se ci fosse chissà quale grande mistero da risolvere, la convinzione che a forza di scavare sia possibile raggiungere quel buio anfratto dove in presunzione si sono nascosti rispetto e responsabilità. Il rispetto non è nascosto. Ma c’è questa immensa paura di dove cade, e allora fingono di non vedere, parlano di un errore. Le belle persone, loro quel rispetto lo conoscono, e neanche importa. Ma per un insegnante, un cattivo insegnante, la responsabilità sta tutta nel meritarselo, sotto quella patina cretina di divulgazione. Come se ci fosse bisogno di una regola per scegliere di non farsi odiare. E magari a volte ne vale anche la pena, ma questo non lo dicono, no, questo non può uscire.

C’è questo grande parlare di individualità, ma che senso ha, se è tutto un ridursi alla tolleranza verso l’handicappato e i capelli portati un po’ così. C’è sempre questa linea che proprio non si può attraversare, la data che cazzo non puoi non ricordartela e detestare i genitori è solo parte della crescita e il genocidio è contro natura.
Ed è così che riverso il mio semplice disprezzo sui piccoli fastidi, simbolo tremendo di un cattivo insegnante che quando si troverà sulla tua strada esigerà il tuo rispetto, ché lui sa cosa significa essere uomini, e te fortunato che anche oggi qualcosa di nuovo. Anche se non lo vuoi. Anche se tu sai benissimo che amare dopo aver odiato è naturale quanto le coperte dopo la tempesta. Anche se ti sai divertire a questa festa senza nemmeno rivolgere la parola al padrone di casa. Anche se i pensieri vanno dove vogliono andare, e se vuoi essere felice quando il mondo sta andando a fanculo non sei una merda, se anche ti perdi almeno una cosa la sai, sai che va tutto bene, davvero.

Ecco, che va tutto bene, un cattivo insegnante, non te lo sa dire. Forse neppure lo sa. E giù a dirti le domande giuste, e giù a dare risposte, giù nel fango come fosse dolce. Quand’è che lo sporco è diventato più comodo del vento?
Quanto poco valgono, le risposte cercate al di fuori di sé, e quanto poco valete voi, nel realizzarlo, a cambiare di peso il dentro di me.

 

Tienilo per te 18/05/13

Quasi offesa mi rispondesti, io non sono come gli altri.
La tristezza, la solitudine, non sanno davvero cosa siano. Il loro dolore si costruisce sulle sciocchezze, la serata andata male, la tipa che dice di no. Non soffrono il male di vivere, quel sentimento di inadeguatezza che ti consuma da dentro giorno dopo giorno, e i sogni, quelli veri, quelli a cui devi aggrapparti per non cadere nel vuoto e continuare a sorridere. Sprecano le loro vite a rientrare in un parametro che non si sono neanche sforzati di inventare.
Io non sono così.

Ma hai torto.
Hai torto perché se questi sono i tuoi occhi tu gli altri non li conosci proprio. Guardi troppo da lontano, dall’alto della tua profondità, e ti perdi tante cose, a calpestare tutto ciò che non hai voglia di capire.
Oh, capisco la tua frustrazione, amica mia, cerchi farfalle e la vita ti tira zanzare. Ma uccideresti anche le farfalle, finito di bearti delle loro ali.

In questo senso, sì, sei diversa. Hai vinto la tua scommessa. Ma per favore, tieni la tua soddisfazione per te.

 

Uno su erre 21/05/13

E magari un giorno ci ritroveremo a ridere di uno su erre.
Perché è così che va. Per loro non è cambiato niente, per me è una pausa in meno, o forse una in più, senza una routine. E basta un euro per tornare indietro, ma sembra quasi un tradimento. Me lo merito, il perdono?
Si può chiedere. Si può chiedere una mano, si può chiedere il perdono. Ma è una storia vecchia, non c’è più nessuno che mi prenda sul serio. E allora niente, è con un nodo allo stomaco che le mie gambe vanno in una certa direzione, perdendosi un paio di volte lungo la strada, ché l’orientamento è quello che è.
Chissa poi perché fa ridere, uno su erre. Potrebbe essere roba avanzata. Non sono neppure al passo con la mia generazione, figuriamoci col programma. Gli animali cantano, liberi nel cielo, senza preoccuparsi di essere a corto di spiccioli. I vermi sono gratis. E lo sono per tutti, eh, solo che a me fanno schifo. Quelli piccoli che strisciano, quelli grossi che strisciano e mordono e tengono al fianco uno stiletto. E quando finalmente muoiono, grandi o piccoli, puzzano, e questo ti entra dentro come lo stiletto non potrebbe mai sognarsi di fare.
Il fallimento rimane umido per un po’. Forse per sempre. Nulla di grave. Nulla che non si possa dimenticare, col tempo. Bisogna fare un po’ di selezione, con i ricordi. Altrimenti può venire in mente di controllare da che parte tende l’equilibrio, e cristo, è un disastro. A volte è solo rabbia. La rabbia non è come il malumore, non puoi liberartene attaccandola agli altri, al massimo si fomenta. Ma la rabbia si scioglie nel divertimento inaspettato. Ecco, forse uno su erre è la sorpresa. Terza media. Nulla di così avanzato. Però non è semplice. A meno che non ti faccia ridere. Allora è tutto chiaro.
Ma ci sono anche le brutte sorprese. Non vogliamo davvero incasinarci coi casi particolari, e allora forse uno su erre è la stanchezza, e si ride per tenere gli occhi aperti, non cadere in quel riposo che sì, ti ripara, ma ogni volta si perde qualcosa, come io ho perso una pausa e un fedele compagno. Altro che un euro.

 

Immagini da una giornata un po’ così 24/05/13

E c’è questa stupida canzone che cantavamo insieme, e quando le giornate sono un po’ così mi chiedo se ricordi ancora le parole. Non è una domanda difficile da porre, e non saresti il tipo di persona che non risponde, ma in qualche modo non mi esce. Chissà se i vent’anni sono calati anche sul tuo danzare, e la nostra spontaneità è minacciata dalle stesse ombre. Immagino fosse da sfigati allora come lo è adesso, anche se per motivi diversi, e mai ce n’è importato qualcosa, anche se per motivi diversi. O forse non ci pensavamo neanche, tanto per cambiare c’è tutto il tempo del mondo.

E c’è questa lunga pioggia che si diverte a far pensare che tutto il tempo del mondo non ce l’abbiamo proprio. È un illusione, ma si attacca ai vestiti come un alone di scolorito. Passata una notte prima degli esami e neanche ho pensato a renderla speciale. Unica, perché tutto è unico, ma neanche me la ricordo. Sono io, o sono le mie fotografie, chi può dirlo.

E c’è questo viale diviso in due da un sole che con questo freddo non c’entra un cazzo. E la scelta sembra tanto importante, ma il fumo è alto da entrambe le parti, e le parole leggere, come se il tempo fosse fermo e la felicità colasse da ogni muretto in abbondanza per ogni spirito in amore, e non ci fosse niente di male con tutte queste biciclette in giacca e cravatta.

E c’è questo ragazzo con la chitarra, che suona pure bene e senza avermi chiesto niente si merita di meglio dei miei spiccioli, e che la musica cancelli il patetico degli stracci, e di chiunque mi ferma perché bisogna essere informati ma no, ti manderò affanculo ben prima di trenta secondi. Perché almeno una volta la speranza era romantica, ora siete buffoni e poco più, facendo di ogni stronzata l’ideale più importante. Il mondo non ha bisogno di essere salvato, ma di persone che valgono la pena, che il resto vien da sé.

E c’è questa ragazza con le mie movenze preferite, che parla a denti stretti come se in meno di un’ora le avessi inflitto tutte le delusioni possibili per una sagoma tanto esile, e c’è questa ragazza che probabilmente i volantini li accetta tutti ma ancora mi fa un cenno quando passa, e c’è questa ragazza che per qualche motivo mi imbarazza troppo per andare oltre le spallucce. Ombre impresse tanto per aver qualcosa di impresso, oppure sono davvero troppo impressionabile, se basta il sorriso giusto e all’improvviso vale la pena eccome.

E alla fine della strada c’è ancora questa canzone che ascoltavamo insieme, che forse piaceva solo a me e te l’ho attaccata, che forse non piaceva a nessuno dei due ma almeno era nostra, e forse la cosa più stupida è che pensavamo entrambi a qualcun altro, e magari quel qualcun altro importava meno di noi. Ed è una canzone un po’ così, tanto per una giornata un po’ così, tanto per ricordare quando le giornate erano tutte un po’ così ma ci ridevamo su. E in fondo sono sicuro che ci ridi ancora su, solo un po’ mi dispiace che non ci saranno altre occasioni per farlo insieme.

 

Lasha 27/05/13

Le notti passano. I momenti, le incertezze, gli sguardi storti. Il veleno del demone scorre letale nelle nostre vene, ma non può succederci niente di male finché non ci lasciamo andare al buio. E forse dovremmo aver paura, che a restar svegli per sempre non siamo certo capaci. E forse avremmo davvero paura se non portassimo in tasca le nostre stelle. Se Lasha, la grande Lasha, non fosse con noi.
Quando sei con Lasha è impossibile aver paura. Lasha ha sempre l’iniziativa, Lasha conosce ogni forma di piacere, Lasha posa il suo grezzo amore sulle tue spalle e nemmeno pesa. Puoi contare su di lei, e non c’è da ricambiare, che di contare su qualcuno non le passerà mai neanche per la testa. Insieme finché morte non ci separi, senza impegno e senza fedi, solo tanta fiducia d’intuito.
Certo, Lasha non puoi mica picchettarla sui capelli. Lasha non ti sfida alla goccia, Lasha non ti stringe forte forte, Lasha non ti fa la morale sul voto. Lasha è lì, bionda e inamovibile come un filosofo ariano. Lasha è lì, ed è così facile volerle bene quanto è difficile tutto il resto, e sembra quasi un sogno, ma è possibile trasformarlo in desiderio, e andare da qualche parte con lei? O sto cercando di camminare dritto su una linea che non esiste, come ho fatto per una vita intera?
Lasha è bellissima, ma la cosa importante è che Lasha è contagiosa. E ora devo chiudere gli occhi, perché Lasha è lontana, ma Lasha è ancora con me, e con lei gli occhi neri di un teschio che ha sentito e ora grato sorride.

 

Per qualcosa di così semplice 29/05/13

E non sarà ragione per far fuori un pacchetto, ma cristo se la pioggia sembra triste oggi. Mi hai versato addosso la sensazione di una vita normale. Non che la mia non lo sia, ma almeno per una volta, prendere tutta quell’acqua per qualcosa di così semplice, non per inseguire un sogno o un miraggio, quasi non l’avevo mai fatto e quasi mi dispiace.
E adesso penserai che sono uno stronzetto qualunque, e cosa potrei ribattere? Quello che ho sentito non l’ho passato, quello che ho cresciuto non l’ho liberato, tutto via in un saluto e un’impressione sbagliata, e che è sbagliata lo dico io come se ciò che non esprimo contasse qualcosa.
E se non ci vedremo mai più, perché come cazzo facciamo adesso a vederci ancora, scivolerà tutto via in un niente, e una volta mi piaceva scivolare, ricordare di essere libero, adesso è il rimpianto di un’occasione che per come sono non esiste e non è mai esistita, ma non è quello che mi hai detto e non è quello che mi hai lasciato quando mi hai lasciato alla tempesta.

 

Sincero ma nervoso (come se ci fosse bisogno di passare dalle mani) 07/06/13

Immagino di non aver mai fatto molta attenzione a non ferirti. Chiamarla sincerità sarebbe forse troppo gentile, e dove riposa l’affetto in questa giostra è difficile a dirsi. Il tempo corre più veloce di noi, e allora possiamo far finta di niente, parlare più forte per coprire il battito dei nostri pensieri.

Immagino di non esserti mai stato vicino per il gusto di amare. Quell’impercettibile linea che separa l’intuizione dalla sensazione non ho avuto il cuore di superarla, e le notti sono volate senza che il sentimento sciogliesse le nostre barriere, che poi non è neanche chiaro perché queste barriere le avessimo innalzate tanto per cominciare.

Immagino di non aver mai capito cosa stavi cercando di dirmi. Anche adesso le tue visite non sembrano proprio visite di piacere, nonostante il piacere abbia ora un colore ben più vero, ora che non temiamo più le nostre stronzate, ora che girarsi dall’altra parte è diventato così semplice.

Immagino di non aver perso tante giornate a leggere la tua mano. Potrebbe esserci qualche dettaglio fondamentale che mi è sfuggito completamente, o che ho rimosso perché mi faceva comodo. Come quelle lettere che ho buttato e adesso mi dispiace, che magari c’era scritto qualcosa di carino. È un po’ stupido cancellare queste cose, ma è più facile che sbarazzarsi di tutto il resto, e c’è un momento mentre lo fai in cui ti sembra di aver risolto qualcosa.
Non hai risolto un cazzo, e adesso la tua vita è meno dolce di un paio di righe. Vabbé. Di dolcezza se ne trova un po’ ovunque. A volte non è pensata per me, e allora tocca rubarla, ma se sei capace ti tiene in piedi lo stesso. A un certo punto sono pronto per fabbricarne a mia volta, e lasciarla in giro così che qualcun altro possa fregarsene e se ho fatto bene il mio lavoro un giorno pentirsene.

Immagino di sembrare un po’ acido. Chiamarla sincerità sarebbe forse troppo romantico, e dove riposa la verità in questo casino è difficile a dirsi. La strada scorre più veloce di noi, e allora facciamo finta di esserci, stringiamoci più forte per smorzare il freddo dei nostri errori.

 

Solitudine 19/06/13

Vorrei sapere se va bene stare vicini per lenire la sofferenza di una vita sprecata. Se il sentimento perde di qualità quando c’è qualcosa dietro. C’è sempre qualcosa dietro. E davanti, e tutto intorno, perché gli uomini son fatti così, non riescono a passare dalla birra al gelato in un fluido passo di danza, devono per forza fermarsi a pensare.
Se sapessi parlare di amicizia, direi che certe notti valevano il dolore. Una compagnia un po’ più importante, anche se i vestiti erano sempre gli stessi, o forse proprio per questo, perché quando si cambia il contatto vacilla. E lo direi per le spiagge, per le finte scogliere, persino per le scale che hanno ospitato i nostri passi incerti e adesso si chiedono che fine abbiamo fatto, come me lo chiedo io nel sentire quasi con rimpianto la mancanza colare via come cera da una candela rimasta accesa troppo a lungo per prendersi ancora la briga di scottare.
Se solo sapessi parlare di amore, come ero costretto a fare quando ancora importava. Allora non avrei paura a dire che sacrificherei il mio sorriso per non perdere quelle poche ore di sogni e speranze condivise. Se sapessi parlare di amore non ci sarebbe vergogna nel desiderio di preservare ogni istante di quell’insieme nelle infinite profondità di tutto ciò che è lontano, dove ancora oggi riposa il tuo cuore. E dove sarebbe il tuo cuore adesso se avessi saputo amare senza parole, senza lettere nè omaggi, solo una persona?
Forse sarebbe qua con me.

 

Superficiale non significa poi molto 24/06/13

I tuoi occhi, non è davvero come guardare in uno specchio, lo specchio si muove con te, le ombre di un’iride vanno per i cazzi loro. Eppure c’è sempre un qualche riflesso, e il buio delle pupille, dietro al sonno, è verniciato dei colori di una vita. Alcuni sogni, tanto vale tenerli da parte. Poi a realizzarli non è che cambia il mondo, però non è neanche la fine di ogni fantasia, riprendi da dove vuoi e quel che nasce nasce, e sulla strada sorridi un casino. Sono questi sogni che compaiono lì dentro, e non è l’anima né il cuore, solo occhi in quanto occhi.

 

La mia personalissima storia d’amore 30/06/13

C’è un’ombra sulla porta, appena più alta di me, con qualcosa in mano e un cavo a tagliare la luce. Sfocata, raffinata, decisamente meno volgare dei mezzi occhiali e i ciuffi di capelli sul muro. Ci sono cose che non lasciano traccia da entrambe le parti, un vecchissimo ma ancora funzionante orologio da polso, un freddo ciondolo che assorbe quel poco calore rimasto in seno alla pelle. Anche il movimento delle mani, per quanto ampio, quasi non sembra venire registrato. Due ombre così diverse, che anche a completarsi non restituiscono l’immagine completa, forse perché sono inevitabilmente legate l’una all’altra, o forse perché sono due mondi troppo lontani per costruire qualcosa di intero.
Ed è la mia personalissima storia d’amore, un sentimento qua e un sentimento altrove, promesse ovunque e niente da mostrare, vecchissima autostrada di incidenti improvvisi senza lo spazio per aspettarsi prima dello schianto mortale.

 

Aspettative 03/07/13

Perché mi guardate come se dovrebbe importare? Sì, sono difettoso, a me sembra come tutti, anche se a quanto pare gli altri si perdonano più facilmente. E sarò sintetico e oscuro e presuntuoso e va bene, ma tanto vado avanti lo stesso e non ci potete fare niente, quindi perché l’aria delusa, quasi incazzata? No, nessuna rivelazione nascerà dalle mie mezze pagine, nessuno plasmerà un genio dalle mie ossa sempre stanche, e non dovrebbe neanche essere una questione personale se decido di non farne una frustrazione. A qualcuno piace così, e se non basterà pazienza. Poi oh, si cambia e si migliora e tutto, quindi magari un giorno vi darò qualche soddisfazione, ma per il resto potete anche sorridere, non tutti sono fatti di obiettivi e di certo non vi si scioglie la mascella.
Che poi insomma, grazie per la fiducia, ma a volte se non rispondo è anche perché non so di che cazzo stiamo parlando.

 

Indispensabile 06/07/13

Per tutte quelle cose senza cui credevo di non poter vivere, e che sono svanite così, senza che il mio cuore cessasse di colpo di battere. Lo ricordò un saggio dai pochi capelli, tutti sono utili e nessuno è indispensabile. Io di capelli ne ho un po’ di più, ma la mia saggezza l’ho sprecata a leggere riflessi che non guardavano da nessuna parte. Nella confusione arriva un momento in cui mi chiedo, potrei annullare le mie futilità per ricostruirmi sulle spalle di queste meravigliose fondamenta che ho trovato, e definire finalmente una base per ogni scoordinato sorriso? Un attimo dopo, quando la risposta è ancora una volta negativa, sembra tutto così vuoto, senza neanche una dipendenza a tenermi inchiodato alle rotaie di un qualche volo altrui. E lo so che è colpa mia, confondo desideri passati con progetti futuri e corrompo l’istante con sentimenti di un’altra epoca. Ma forse è proprio il concetto di tempo ad annoiarmi, come se questi fiumi dovessero per forza avere un inizio e una fine.
Ho questo sogno di un amore assolutamente adimensionale, che non perda di significato solo perché la terra continua a girare.

 

Per quel che vale 16/07/13

È un po’ una cazzata, ma il mondo sembra più bello solo per saper abbozzare la mia sveglia. Non cancella il dispiacere per le cose dette che ho sbagliato a dire, non scioglie le invenzioni di una divinazione da strapazzo, però è già qualcosa. Quel di fuori posto, che resti dov’è… Non sarò io a inseguire i dettagli in questa interpretazione andata a male, e per quel che vale ancora mi dispiace. Suonerei per te, per quel che vale, anche se forse non vali un granché, e ho messo da parte un sacco di note senza motivo. Mi piace pensare che a loro faccia piacere lo stesso, e che della tonalità sbagliata, come dei miei costruiti sentimenti, non freghi niente a nessuno.

 

Sogni di zenzero 22/07/13

Non è solo il cattivo sapore, è proprio il piacere che sanguina e sporca e si secca sulle gambe fino a impedire loro di respirare, quando c’è un sogno, e una voce che dice che qualcosa non va, una voce per cui sono tutti fuochi d’artificio, e in ritardo, e di treni non ce ne sono più. Viene prima lo sciopero dei sensi, o del pensiero? La fine porta con sé la speranza di un posto migliore, ma diventa difficile toccarlo, o esserne felici. Nessun diritto di parlare di felicità, dall’alto di una vita a barare a nascondino tra uno sgambetto e un occhio aperto. Certe battaglie quasi non vale la pena di vincerle. È un istante di fuoco, dare via il cuore. Ma poi non è che torna indietro.

 

Lettera a un amore di passaggio 28/07/13

Può bastare un niente, lo ammetto. È il costo del rifiuto, la vulnerabilità alla distrazione.  Se il mio girare intorno è un problema, posso mettere a nudo la mia ossessione e rivelarmi agli occhi dei tuoi padroni, così che la colpa possa essere mia e mia soltanto, se ti fa sentire meglio. E se vuoi posso prendere e andarmene, non tornare mai più, come hai fatto tu tante altre volte.

Ricordi quando c’era un poco d’amore sul filo e non si capiva da dove arrivasse?  Per un attimo ho creduto davvero che ti avrei stretto. E per un attimo ho stretto un’immagine, il cuore versato nell’immagine di stringere, la neve versata sulla nostra solitudine come una coperta un po’ più felice. Sembra così facile, uscire dal paradosso di condividere una mancanza. Invece diventa ancora più grande.

È importante capire. Magari non c’è niente da capire, però anche lì bisogna arrivarci bene. Questi triviali sentimenti di qualche ora, che si ecilissano in un tramonto come fossero errori, come se l’affetto non riposasse su un’intuizione di eternità. Tenere un rimorso significa mentire a sé stessi, e questo certo lo sai, o non ti mancherebbe il coraggio di sbattermelo in faccia.

Non sono qua per riscrivere la storia. Era un bel cono, ma l’abbiamo lasciato al sole troppo a lungo, e non abbiamo più la schiena per abbassarci a leccare. Se vuoi posso prendere uno straccio e pulire il casino, tanto per non scivolarci sopra ogni due per tre. Ma se mi assomigli almeno un po’  preferirai sbatterci il culo un paio di volte, piuttosto che correre il rischio di dimenticare.

 

Tutto sulla sim 06/09/13

Per sempre non è ingenuo. È inevitabile.
Ho ancora il tuo numero. Per farti gli auguri, vedi.
Per caso… e per sempre.

 

Senza passare dal cervello 10/09/13

Ho paura ad aver bisogno di te. Ho paura perché non so se ci saresti. E allora succede che quando ho bisogno è sempre notte fonda, così posso lasciarmi andare senza rimorsi, mentre cerco di trovare quella via d’uscita logica che aspetta sempre in fondo a ogni labirinto mentale. E mi chiedo quanto a lungo posso raccontare che mi servi a qualcosa, che c’è qualcosa di significativo in questo superficiale sentimento.
A questo punto non è neanche questione di fingere. Non è mai stato un mistero che l’unica fiducia che possiedo è riposta in un vago affetto e non nelle azioni. L’affetto è il legame, il legame regge indisturbato a chilometri di distanza… Ma è poco più che un’idea, e non ho motivo di credere in idee prive di una rappresentazione che mi è permesso accarezzare.
Dovrei essere più romantico? Dire che la tua presenza nel mio cuore mi tiene in piedi nei momenti difficili? Non è così. Mi tira ancora più in basso, perché sono momenti in cui vorrei averti accanto e so che non è possibile. Dovrei mettere da parte il concreto e riconoscere la meraviglia di un insieme come fine ultimo di ogni relazione? Non mi si può rimproverare di aver tenuto gli occhi chiusi in attesa. Ho visto le ali scintillanti che abbiamo disegnato nel nostro cielo privato per far finta di volare. Le ho fissate fino a perderci la vista, e tutto ciò che mi è rimasto è una matita troppo corta per dipingerci un sogno.
Beh, non è del tutto vero. Ci sei ancora tu. Vorrei solo ricordare cosa significa… Anche solo per poterti abbracciare come dovrebbe essere, senza passare dal cervello.

 

Immagino di essere fatto così (That’s really good of you) 11/09/13

Come se la notizia arrivasse fresca, realizzo adesso che stai per partire. Come se non ne avessimo mai parlato, mi accorgo solo ora che potrei non rivederti mai più. Come se bastasse far finta di niente per convincersi di lasciare una porta aperta, non mi è passato per la testa di dirti addio.
Mi sono dimenticato di salutarti. Tutto a un tratto è come se quelle notti fossero più importanti di ogni altra cosa. E sto solo mentendo a me stesso, mi mancavi da ben prima di andartene, te e i tuoi pensieri, e l’incertezza nelle tue parole. Qualunque risposta tu abbia trovato passerà tanto tempo prima che io possa averne un assaggio, ma so aspettare, e non sarà mai troppo tardi per la mia curiosità.
Qual era quella frase? Spero vada tutto bene? Di imbarazzo ne sappiamo qualcosa. Forse anche di speranze. Non lo so se tornerai. So che se ti ricorderai di me, terrò da parte affetto a sufficienza per venirti incontro in qualunque stazione.

 

Piccolo rimpianto 13/09/13

Ricordo che ti guardavo in silenzio fare la fila alle poste, pensando a quanto tutto sembrava semplice quando stavo con te.
Ricordo la mia convinzione che ci fosse una scintilla, dentro di te, così diversa dalla persona che mi raccontavi.
Ricordo il tuo viso che diceva sempre qualcosa senza che io sapessi *davvero* come rispondere.
Ricordo un’amicizia che era lì davanti, in fiamme e poi in cenere prima ancora di nascere.

Grazie per la cioccolata, e per il resto di dolce che in qualche modo mi hai lasciato senza neanche mai allungare una mano.

 

Nessun lieto fine 20/09/13

Che sciocco. Ogni tanto bastano due parole a tirarmi fuori dalla strada. Dovrei riuscire a tenermi in piedi più facilmente. È che certa gente ci crede davvero, nel risultato. In quanto è importante restare in alto e non cadere mai, continuare la competizione a qualunque costo. Ma chi si racconta che basta partecipare non sa di cosa parla, se si arriva a quel punto è già troppo tardi. Correre perché c’è la possibilità di vincere, ma se non succede pazienza… mi sembra stupido. Illogico.
Ho un debole per le persone che corrono unicamente per sentire meglio il vento. Vorrei essere come loro. A volte lo sono. Altre volte cado tra le braccia di un qualche sogno che mette il presente da parte, in cerca del tendere eterno piuttosto che del singolo momento. Deviazione. Deviazione che mi brucia. Credo ancora in una libertà diversa dallo scegliere la pista. Credo in una libertà dove non c’è niente da dimostrare, una libertà che renda davvero felici, ma è una libertà che fa male, che prima o poi uccide, perché non è su questa libertà che abbiamo costruito. Allora mi spavento, e bastano due parole a farmi scappare.
Poi mi ritrovo. La vita, la mia, qualunque, non dev’essere per forza una fiaba. La si può rendere bella in tanti modi. Il lieto fine è solo uno di questi.

“Patient in one word? Definitely a ‘dreamer’…”

 

Distanza e desiderio 24/09/13

Devi davvero chiedermi perché? Non saprei neppure dove cominciare per spiegare. Se tutto ciò che si possiede è distanza e desiderio, tutto si riduce a un filo di parole. È un filo che col tempo si scioglie, e anche se si può riprendere in qualunque momento non è che un pensiero per confortarsi quando il mondo pare un po’ più cattivo del solito. Non è così diverso da un ricordo.
No, non ce l’ho un perché. È una differenza del cuore. La conosciamo tutti, eppure ancora sento che me la fai pesare. Solo razionalmente suona fuori posto spingere oltre, ma a guadagnarci sono due persone, ad averne la forza. Eppure è nella direzione opposta che continuiamo ad andare, un po’ per colpa, un po’ perché i cammini sono diversi… Forse, un po’ per malata abitudine.
Non ho neppure una morale, un proponimento per l’anno nuovo, una scintilla ritrovata. Sono da solo con la mia inutile consapevolezza, e non è neppure chiaro di cosa sono consapevole, quando i giorni passano e la storia si ripete senza pudore. Sottile è la linea, e quasi ci sono arrivato, che più di una persona ho bisogno di un gatto.
Perché viene più facile, amare una gatta… Neanche ce lo poniamo, il problema.

 

Indelebile quanto impersonale 30/09/13

A volte ho l’impressione di non esserci davvero, nella mia vita. In ogni conversazione, in ogni rapporto le interazioni sono quasi meccaniche, come se non fossero conseguenza spontanea di un pensiero libero, quanto il freddo effetto della mia forma. Ed è ovvio che i sentimenti siano condizionati da ciò che sono, ma c’è qualcosa di impersonale nel lasciare a una maschera il compito di definire un uomo. Come ci si può beare di un’esperienza che riposa su un pezzo di essenza che abbiamo deciso noi, se poi a malapena sappiamo cos’è?

Immagino che farne una questione di istinto sia solo un nascondere il problema, che poi è tutto quello che facciamo, nascondere. Se c’è del diverso da qualche parte, non so dove cercare. Scappare lontano non serve a nulla. Non si può ricominciare, cancellare ciò che è stato, far finta che ci sia l’inizio di una semiretta nel mezzo della linea. Il giro della morte sarà anche un bel modo per prender tempo, ma alla fine la direzione è sempre la stessa, e la traccia che lasciamo è dura e indelebile.

Ti ho detto che non c’è niente di male in questo, ma forse, come mio solito, stavo solo mentendo. Forse siamo tutti profondamente corrotti da scelte che non ha neppure senso ricordare. O forse avevo ragione, e avevi ragione tu a pensare che non abbiamo neanche lontanamente finito di capire cosa stiamo facendo con la nostra vita.

 

Gettare ceneri nel fiume 07/10/13

Mi manchi appena un po’ di più, quando piove. Sarà che i miei ricordi più belli hanno tutti a che fare con l’acqua, o comunque con qualcosa di bagnato. A volte mi ritrovo a chiedermi se dovrei avercela con te per avermi abbandonato in balia della mia assurda esistenza. Ma no, non sembra essere il caso. Immagino di poterti perdonare ancora e ancora, finché l’oceano continua a tremare in tuo onore a ogni mio giro di chiglia.
Immagino di stare ancora desiderando un finale, anche se ormai lo so che la vita non è un libro, che nessuno ha il diritto di scrivere una conclusione finché noi e il nostro rumoroso pensiero non siamo polvere dimenticata. A volte sogno di poterla dettare io, mi convinco che sarà tutto finito al prossimo abbraccio, o quando le tue labbra si poseranno sulle mie così, come fosse niente, solo per dire che più in là non rimane nulla.
Ma sono tutte sciocchezze. Ci sarà sempre qualcosa, un teorema che capirò tra un paio d’anni, una promessa che aspetta da sempre di essere adempiuta. E allora aspetto con lei, con te, con qualunque stupida distrazione che vuole portarmi lontano dove neppure la pioggia potrebbe sciogliere quello scomodo diamante che mi hai lasciato in grembo, e nessun fiume accetterà le ceneri di ciò che ancora non ha finito di bruciare.

 

Qualunque cosa riposi 22/10/13

Non è neanche giusto dover apprezzare l’antica perdita di un’innocenza prima ancora di arrivare al grande salto.
E adesso siamo diversi, siamo al di là del fiume che ci ha affascinato per tutti questi anni, siamo nel regno dei polmoni che non muoiono mai, non più per piangere ma per vivere, non più per sopravvivere ma per sentirci nuovi. E adesso siamo sempre uguali a prima, con le nostre paure e il ritrovato rispetto dell’arroganza, ora che quasi tocca a noi prenderci del lei. Arrivarci in anticipo, in quest’abisso, è uno shock che non si può superare.
Ancora ci si perde nel passato, come si fa sempre dopo qualche settimana di atteso futuro, ma le reminiscenze sono libere e immacolate. Di rabbia per ciò che ormai è sbagliato, scelta e destino e ancora morte, morte che non è mai la nostra perché noi siamo invincibili, siamo l’avanguardia della generazione già pronta a sputarsi intorno, siamo tutto ciò che conta e siamo stanchi ma felici di contare anche per quando decidiamo che non importa, felici di essere in paradiso, coscienti di volerlo, coscienti di un inferno finalmente a portata di mano.
Qualunque cosa riposi dietro al sorriso di un universitario, con quel diritto di non essere divertente, con le coppie e le responsabilità e il qualunquismo sul treno tardi la sera, qualunque cosa riposi dietro ai denti sempre più gialli e la testa sempra più leggera, nella distanza e nei parchi, sotto la pioggia e sopra le nuvole, qualunque cosa riposi prima della fine, dove non abbiamo guardato ma ci stavano parole forse importanti, usate troppo presto in un mondo troppo semplice.

 

Sissi 26/10/13

Luci e incanti nascosti dietro al calmo sguardo di questa timida principessa, e chissà se qualcuno ci è mai arrivato, se la regina si è mai accorta del suo deviato potere. Realizzo che non mi piaceva con gli occhi di allora, ma con un presagio degli occhi di adesso. Il ghiaccio non è solo freddo, è anche fragile. Ed è quando si rompe, e senza preavviso comincia a sciogliersi lungo la pelle, che a toccare il cuore è qualcosa che di gelido non ha più niente.

 

Neanche stessi andando da qualche parte 11/11/13

Sono appena dieci minuti, e già mi viene l’ansia. Non credo sia salutare costringere il pensiero a marcire nella prigione del desiderio, ma la finestra è al terzo piano, e l’unica via di fuga è infrangersi sull’asfalto. E allora aspettiamo insieme, senza neppure sapere se il luogo dell’appuntamento è quello giusto. Saremmo in grado di trovarlo, se non lo fosse? Non vorremmo neppure, ecco la verità. Perché non vogliamo più farci prendere in giro. Perché il nostro appuntamento era dieci anni fa, ed è stupido pensare che dieci minuti basteranno a farci comparire all’orizzonte.

Eppure… Sembra che valga ancora la pena di sedersi qui, su un muretto o un marciapiede come due bambini, ad aspettare che il cielo si stanchi di nascondere la stelle e le macchine la smettano di interferire con il sogno a occhi aperti. Chissà se lo sanno che non ci siamo più. Chissà se lo sappiamo noi, o se stiamo ancora facendo finta di essere naturalmente cresciuti. Non lo si immagina mica da piccoli che un giorno, finito di contare unduetrediecitrentacento, apri gli occhi e non li troverai mai.

Ma senza soffermarsi su ogni inutile funerale, quello che importa è che si stanno esaurendo le cose da toccare. Abbiamo imparato ad aspettare correndo, e correndo incrociamo, e incrociando dimentichiamo in cosa stavamo sperando. E la domanda è, si può restare felici lungo tutto il percorso senza mai risolvere le speranze intermedie? Spesso mi sembra di sminuire ciò che ho lasciato alle spalle. Neanche stessi andando da qualche parte. Sono sempre qua a compilare il mio contachilometri, così quando le gambe mi cederanno qualcuno lo troverà e se lo metterà nel portafoglio e io passerò l’inferno a sorridere.

All’inizio di quei dieci minuti non ero neppure sicuro che sarebbe durata più di dieci secondi, o che mi sarei messo a controllare l’ora. Magari cambierà qualcosa. Magari resterà tutto uguale. Ma sai cosa? Che mi trovi o meno… Essere qua basta e avanza.

 

Sotto il cappuccio 21/11/13

A volte vorrei essere qualcosa di più del ragazzo che ha sempre da accendere. Ma sembra sia l’unica cosa che riesco davvero a centrare, con questa irritabile mira che mi ritrovo.

 

Non sembrava 30/11/13

Non è detto che sia colpa mia. Se tutti intorno a me restano uguali, lontani, freddi, l’unica malattia che questa sporadica neve può ricoprire è proprio la voglia di tagliare quei tendini che non sanno mai qual è il momento giusto. Per dire di ogni amore che passa per la testa servirebbe una coscienza che vada oltre un banale senso di protesta, senza cartelli e aperture vane e contingenti. Ma non posso svegliarmi un giorno, lasciare il letto e cambiare il mondo con qualche parola di sentimento. Mi dicono che posso provarci, ma questa grande stupida cultura del tentativo è il degrado ultimo di una volontà bella abbastanza da fermare il tempo e la notte al suo passaggio.

Se proprio deve sembrare, allora è vero, sembrava un po’ più triste. Ma chiediti se cambia davvero qualcosa, quando l’unica persona a cui racconterai la risposta sarai te.

 

Per quando funziona 23/12/13

Non funziona sempre. Ci sono tante cose a mezzo, e siamo tutti cambiati molto. Gli occhi, se non altro, perché alla fine quello che c’è di nuovo era sempre lì e semplicemente non lo sapevamo vedere. Non me la prenderei, e senza insistenza non te la prenderei, anche se forse l’ho presa già qualche anno fa e non ci ho fatto caso. Non facevo caso a niente, tranne a ciò che proprio non importava. Adesso guardo un po’ diverso, e sicuramente il mio passo è più sicuro. E anche se la mia vita ancora non esce, perché il mio cuore è tanto timido e l’unica persona capace di aprirlo è centinaia di chilometri dietro una fredda dogana, magari qualcosa passa lo stesso, tra le nuvole di fumo e le facce un po’ così. E se quel qualcosa lo tieni stretto allora anche se continui a non conoscermi più di tanto puoi ancora volermi bene con innocenza forse troppo vecchia, ma non triste, non un sospiro natalizio, solo una normale simpatia.

Quando non funziona, le serate diventano lunghe e le bottiglie rimangono mezze piene. Non è un disastro, perfino chi si ammazza è capace di assimilare un orizzonte quando il cielo è un po’ più rosso, ma le parole cominciano a nascondere segreti mai pensati, e il freddo comincia a farsi sentire in posti dove prima candele di speranza tenevano accesi i sogni. Rimane un deserto di interpretazioni, confusi miraggi sono le uniche verità. E si cammina da soli, alla ricerca di qualcosa che neppure esiste, in attesa di essere riportati di peso a una realtà che forse, alla luce di quel tramonto, non ci aveva mai interessato granché.

Quando non funziona si cade insieme, ma si atterra lontano. Chi ce l’ha la forza di andarsi a cercare? Resta il rimpianto di un prima che non esiste, e la paura di ciò che ha lasciato lo schianto. Non sono codardo troppo spesso. Non sono un fanatico del rancore, né un filosofo dell’addio. Però a volte quando tocco terra mi partono dei pezzi, e quello che ho perso non lo ritrovo più. A volte è solo cenere, come se invece che in un crepaccio qualunque fossimo saltati direttamente all’inferno. Ci siamo tutti abituati. Abbiamo i nostri demoni, e magari ci siamo pure affezionati. Ma il diavolo, per quanto affascinante, non è di compagnia, o almeno non quanto gli altri.

E poi capita “quella” volta. Che sia un cappuccino o un Margarita, la scogliera o il cimitero, le mie Diana o le tue Marlboro, la piccola scelta che butta giù il mondo per qualche ora. Che sia il tuo sole o la mia pioggia, uno Hallelujah o una Someone Like You, un paio di dadi o una singola scacchiera gigante, la stupida occorrenza che mi ricorda perché ogni tanto sono felice nonostante tutto. Perché, come dice il celebre muro della stazione con modalità fin troppo sopra le righe, nonostante tutto ti amo ancora. Sono felice, più semplicemente, per quando funziona.