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Stavo cercando un senso. Perché è chiaro che com’era prima non si andava da nessuna parte. Quello che è abitudine, accettazione quasi, non potevo mascherare in eterno come intrinseco, come ciò che sono; ciò che sono deve ultimamente realizzarsi in serenità perpetua, smossa sì da quel che capita perché le cose capitano, ma sempre tendendo all’equiibrio di partenza. Dalla sponda di un lago ho intravisto il potenziale, e la colpa mi ha sopraffatto, anche se forse non era proprio colpa mia; e il desiderio di rimediare mi ha implorato di riprovarci.

E così ho aperto. Mi sono avvicinato; mi sono confidato; mi sono innamorato. Non per confusione o curiosità; sicuramente non per inerzia. Per caso, forse, ma il caso c’è sempre e sono i miei occhi che l’hanno notato. E mi sono lasciato ferire, di nuovo e ancora, ma senza fermarmi, senza perdermi; perché nella sofferenza, nella richiesta di aiuto, riposava il senso che cercavo, o meglio subito dietro, la luce in fondo a un corridoio di vetri rotti. La luce è la fiducia; questo già lo sapevo. Non la fiducia intermedia, che taglia e brucia e non vale niente se non come primo passo; non il gesto; lo stato d’essere.

Non sono arrivato alla luce. Questo è forse chiaro dal fatto che sono ancora qua; e non è neanche troppo sorprendente, ché la strada è lunga. Quello che mi sorprende è sulla strada aver perso tutto il resto. Non ero felice, ma mi credevo un buon combattente: facevo un vanto di quell’iperrazionalità che mi teneva in vita. Ma ora che ho visto cosa succede quando la abbandono, mi appare meno come un dono e più come una prigione, al di fuori della quale non sembra esserci niente. Pensavo di non amare perché non avevo trovato; e invece non sono capace a rendere felice. Pensavo di non chiedere perché non avevo bisogno; e invece non sono capace a farmi aiutare.

Se non sono io, se la mia visione romantica è un delirio adolescenziale e siamo tutti invariabilmente soli a prescindere da quanto profondi siano i nostri rapporti, allora ho solo dimostrato la mia debolezza nel sentire la necessità di qualcosa di più – debolezza credo trascendentale, ma è una magra consolazione. Se invece sono io, se a rendermi speciale è l’incapacità di costruire una relazione che non sia interamente costituita da paranoie e convenienze, allora posso abbandonare ogni speranza di accettare quello che sono, perché quello che sono riposa su un handicap con cui non credo valga la pena vivere.

Perderti

Non cambia niente, sai. Che io ti piaccia o meno. Che non ti importi niente di me, come del resto mi sembra di capire non ti importi niente di nessuno. Ho pregato in quello che forse era un miracolo, o forse ci ho solo sperato, e quasi ci sei cascata, o meglio ci sono cascato io. Non perderò tempo a dirti che mi dispiace, ché la tua vita procede come al solito, nel male o nel bene. Avrei voluto essere fonte di bene. Avrei voluto stringerti forte e far sparire le lacrime con la mia magia, e lo desidero ancora, e ancora sarò qua se dovessi servirti, anche se non credo ti servirò mai. Non sarà il tuo gentile rifiuto a spegnere la scintilla.

Non cambia niente, davvero. Il conoscerti meglio, il sapere chi sei, il realizzare che sentimenti a parte non sei la persona giusta per me. Non ho il controllo del mio cuore, non ce l’ho mai avuto. Se il cielo dice che devo amarti nonostante tutto, così sarà finché non mi sarà concesso di dimenticarti. Non ti ho più parlato, e parte di me sa che sarebbe meglio lasciarti scomparire, ma se quella parte dovesse zittirsi come spesso fa con vergogna, ancora avresti il mio sorriso a tua disposizione, e io il tuo, per quel che vale. Non sarà l’assenza del tuo tocco a buttarmi sotto un treno, e se lo vorrai potrai tenermi compagnia nella sopravvivenza.

Non cambia niente, figurati. Che io sia innamorato. E che tu, alla resa dei conti, non lo sia. Sacrificio inutile, perdere quello che non ho.

do not say the moment was imagined / do not stoop to strategies like this

Complicata

Sai più di tutto cosa mi distrugge? Il fatto che tu sia arrivata in un momento così clamorosamente sbagliato che l’unica speranza che mi resta per averti accanto è convincerti a farmi da angelo. Ma non voglio un angelo, non voglio fare leva su una qualche sindrome da crocerossina, e tantomeno voglio essere un peso. Ora come ora, un peso è tutto quello che posso essere. Guarda come mi sono ridotto. Il mio umore, il mio sorriso, dipendono ormai unicamente da te. Hai il controllo totale della mia felicità e non ricordo quando te l’ho lasciato. Non sono una persona, sono un disastro che cammina.

Ma non credo che siano le mie pietose condizioni a renderti speciale. Per me, per la mia sensibilità, sei speciale a prescindere, e sarei stato ben felice di mettermi nelle tue mani. Ma non c’è nulla di salutare, nulla di romantico, in quanto sta accadendo ora. Non sono capace a leggerti, e da parte tua non so se fingi, se davvero sei altrettanto incapace, o se più teneramente fingi per amor di speranza. Mi parli di gentilezza e sincerità, ma mi sembra un ossimoro e nei tuoi occhi non riesco a fare distinzione.

Dovrei dimenticarmi di te, prendere il tuo stupido stupendo sorriso e buttarlo via assieme a tutto ciò che ti riguarda, e tra neanche tanto ne avrò la possibilità. O forse dovrei parlartene, ma mi sembra allucinante riversarti addosso i miei problemi come se fossero una tua responsabilità, e poi ti credo sveglia a sufficienza da mandarmi a cagare nell’istante in cui ti vado a mostrare cosa significa davvero essere complicati. Quello che non dovrei fare è continuare a trascinarmi, e a trascinare te, in questo limbo di lunaticità e automutilazione.

Il punto è che non voglio incasinarti ulteriormente. Ma volente o nolente tu hai incasinato ulteriormente me, e adesso finché uno dei due non semplifica l’altro non ho alcuna speranza di guarire.

Mai più come prima

Sai, vorrei davvero spiegarti, dirti quello che provo, o meglio che non provo. E quasi le parole escono, ma ti sento lontana, lontana ben più di quando non ci sei, e le parole tornano giù. Non trovo conforto nella tua compagnia; non so perché sei qua, ti racconto quel che capita ma non so perché son qua io. Il fatto è che mi manchi, ma non so come dirtelo che mi manchi quando mi stai seduta davanti. Il fatto è che ti ho rotto, ci ho rotti, e non mi sono perdonato, e anche se sei lì non ti ho mai ritrovato. Mi dici di quello che faremo ma sono un sacco di stronzate, e scusa se non ho un modo carino per dirlo. Presumi quello che sono e neanche ci pensi che possa farmi male. Siamo sempre stati così distanti? Non provo fiducia, non ti vedo tranquilla, non è né sarà mai più come prima. Non so cosa fare, so che fa freddo, so che riscaldi. Vorrei stare così e non lasciarti scappare, giù nella tua spalla dove non devo vedere un sorriso che non è quello che ricordo, giù nei tuoi capelli dove non devo mettere in dubbio quello che è stato o quello che provo, giù nella tua anima dove non devo aver paura di quello che sono per te. E mentre penso tutto questo tu sei già sparita, e chissà quando tornerai. Chissà se un giorno, un meraviglioso giorno, sarà il mio cuore e non il resto a dirmi che sei tornata veramente.

Non credo di averci mai fatto caso, ma credo che il motivo per cui mi piace stare con te, o, diciamo, avere a che fare con te, sia che non mi sono mai sentito giudicato da te. È un sentimento, ed è chiaro che se questo è il problema mi sono sempre circondato delle persone sbagliate e il tuo essere te non è poi così speciale, ma in questo momento che davvero ne avrei bisogno, in questo momento che come capita spesso non ci sei, allora sì, è speciale. Potrei dire che il tuo silenzio, il tuo sorriso tranquillo, sono cose che dipendono per lo più da quanto poco ti importa di me. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo, e forse più che codardia è istinto, e se siamo istinto mi va anche bene.

Non mi sono mai davvero aperto con te, non dopo la prima volta. E sì che ci ho provato. La prima volta non è andata male: hai detto le quattro cazzate che dovevi dire, credo anche pensandole, e neanche me le ricordo, anche se chiaramente non hanno aiutato. E di ricambio, con tutto quello che mi hai raccontato, non credo tu ti sia mai davvero aperta con me. Forse qua è dove dovrei accettare che tra di noi non c’è mai stato niente, ma in questo momento che ti sto pensando senza un particolare motivo, in questo momento che ho voglia di rivederti, allora sì, tra di noi c’è stato tutto. E lo so che anche tu mi pensi senza motivo, ho le prove, ho la tua calligrafia dove davvero non dovrebbe esserci.

Ti dirò la verità, ho cercato di dimenticarti più di una volta. Perché, perché, perché, non lo so. Cioé lo so ma sono motivi scemi. Sono sempre scemi i motivi per stare lontani. E poi, come dici sempre, non è mica cosi facile liberarsi di te. Ho cercato di soffocarti in così tanti modi. Ma stavo mentendo a me stesso, perché il tuo cuore dal portafogli non l’ho mai rimosso in tutti questi anni. Lo sai che all’inizio ti ho perso perché non volevo perderti? Già allora importavi più di quanto fosse ragionevole importare, e di quel fiero affetto tutto quello che ti ho lasciato è la mia frustrazione. Ma non me l’hai mai rinfacciato.

Boh, ci sto girando attorno, in questo momento, questo momento che non so cos’ha di diverso dagli altri, sto pensando che se potessi mai avere una persona vicino, non dico che vorrei fossi tu perché sarebbe superimbarazzante per entrambi, ma vorrei tanto fosse come te. Perché non sono a mio agio con te, e non sono capace a confidarmi con te, e non ci facciamo ridere a vicenda, e mai per un istante ho pensato che avremmo senso come un qualcosa. Ma se c’è una persona al mondo che può farmi stare bene, d’istinto quella persona sei tu. O, diciamo, è come te.

Per cambiare

Sullo scaffale in alto i quaderni prendono un sacco di polvere. Non li riguardo quasi mai, sfogliate nostalgiche a parte, ma è fastidioso lo stesso, e non è che siano belli da vedere, e comunque ricevo visite una volta all’anno quindi chi mai vedrebbe cosa di bello ci sarebbe da vedere. Allora li sposto nel cassetto sotto il letto. Il che significa spostare le calze e i pigiami da qualche altra parte, tipo l’armadio nel corridoio, che obiettivamente è un posto più sensato, tanto per quanto spesso cambio pigiama, ché il mio letto riceve visite una volta all’anno quindi chi mai potrebbe lamentarsene.

Il tabacchino sotto casa ha chiuso, quindi tocca fare cento metri in più. Non sono davvero in più, ché tanto chi esce mai se non per fare la stessa strada ogni giorno, basta sceglierne uno più in là nel percorso. Ma quello più in là, quello della tipa carina di cui non riesco a capire l’età quindi ciao o salve è sempre un mistero, è a corto di Diana dure. Il che significa prendere le morbide, e non ho la più pallida idea di quale sia la differenza, eccetto che il pacchetto fa schifo al cazzo e non sembra esserci modo di chiuderlo, ma dato che costa uguale immagino che a qualcuno piaccia così.

Sono egocentrico e asociale come pochi, ma i pomeriggi di giugno in un corridoio stretto e ansioso sono fin troppo lunghi, e aiuta buttare due parole nel vuoto. Una parola tira l’altra e tempo niente mi trovo a interessarmi di sconosciuti, e all’improvviso sconosciuti non sono più. Il che significa sentirmi in colpa quando la colpa è anche mia, ma per una volta non posso materialmente farci niente, quindi sto zitto e respiro normale. L’impotenza è concreta, non più un macabro prodotto della mia emotività, quindi non grido, non piango e non sclero, e di crepe nel pavimento non ne faccio altre.

Vorrei andare tanto lontano, ma è solo un prendermi in giro, perché per andare lontano non c’è davvero bisogno di andare lontano, e tanto lontano ci sono già andato senza muovermi di una virgola.

Emily

Sto pensando a Emily, perché ci sono un paio di stelle e forse un aereo. Sto pensando a Emily e starei meglio a non pensarci affatto. Credo sia normale, credo che da Emily ci siamo passati tutti, e credo sia parte della crescita prendere Emily e metterla via.

E vorrei dire nessun rimpianto e nessun rimorso, ma non funziona così, non funzionerà mai così. Perché parte di me, immagino parte di tutti, sa che Emily avrebbe potuto cambiare ogni cosa. Una vita completamente diversa da quella che mi è caduta addosso, una vita appena più magica, in cui nelle stesse stelle avremmo potuto leggere i rispettivi desideri al posto di una fredda dimenticanza.

Ma se Emily fosse qui con me, allora Emily non sarebbe Emily. Sarebbe quella persona speciale che rende ogni momento degno di essere vissuto, e altre cose romantiche di cui non capisco un granché. Ma non può esserlo, perché Emily è il sogno, è la speranza, è l’adolescenza – mai la realtà. Emily è l’illusione con troppe pretese, è il potenziale senza futuro, è la follia di un errore inevitabile. Emily è la persona sbagliata al momento giusto, ed è un gioco crudele quello di lasciarsi andare, ma quali alternative ci sono? È la missione di uno sciocco, riportare l’equilibrio a una bilancia appesantita di vuoto.

Emily nei miei pensieri tra il sonno e la nausea, Emily nel mio respiro senza alcuna sostanza, Emily nei cuori che devono ricominciare. Dove lo nascondi, un pensiero così? Ma Emily è via, e io sono qui, e da qualche parte tocca andare con o senza di lei.

Scrivere felicità

Certo è un po’ presuntuoso credere che un briciolo di consapevolezza annulli il problema. Non sono a metà strada – non sono mai partito. Accettare gli altri mi causa difficoltà a prescindere dalla mia romantica morale, e lo sento che non è per loro quanto per il contrasto con i miei silenziosi desideri. E sarò anche riuscito ad accettare me stesso, ma rimane il fatto che non sono sicuro di volerlo, rimane il fatto che anche i miei amici mi danno dell’autistico, rimane il fatto che tornassi indietro quindici anni rivolterei ogni mio gesto nella speranza che crescere come cristo comanda mi avrebbe eventualmente guarito.

Ma non funziona così, vero? Bastasse un po’ di esperienza sarei una persona nuova domani mattina, ma l’esperienza mi scivola addosso da anni e non è cambiata una sega. E allora forse non c’è neanche quel briciolo di consapevolezza, forse nella mia testa è davvero tutto okay e date cento possibiità di ricominciare continuerei a fare le stesse scelte. Tanto non è che sappia da che parte sarei dovuto andare per stare bene. Sono sicuro che troverei un buon motivo per torturarmi in qualunque direzione.

Ho il terrore di giustificarmi con quello che sono perché questo implicherebbe l’esistenza di un errore sistematico, quando invece ho bisogno di credere nella mia anima libera, capace di muoversi indipendentemente dai miei tortuosi schemi mentali e dalle mie improbabili limitazioni emotive. Ho bisogno di credere nell’essere ciò che faccio, ciò che creo e posso creare con questa incontenibile libertà. Allora riacquisterei fiducia in me e negli altri, perché saprei di poter scrivere la nostra felicità con queste stesse mani. Ma sarebbe tanto più facile credere in tutto questo se avessi qualcosa in più da mostrare di una pozzanghera di vomito.

Non è la stessa cosa

Non arriverei a dire che sono felice quando ti sto vicino, anche se sicuramente è fonte di piacere, ma tante cose lo sono. Probabilmente non riuscirei a starti a sentire per ore, anche se hai la voce così sottile che ignorarti non sarebbe un grosso peso. Analiticamente non posso andare troppo a fondo, eppure è semplice individuare un’affinità di spirito, che d’altra parte è un po’ una conseguenza ovvia dell’ambiente. La mia emotiva soggettività mi suggerisce bellezza, che è l’impulso di sorridere quando ti vedo, e interesse, che è l’impulso di sorridere quando ti penso; però non sono sensazioni nuove, né è così tanto raro che si presentino in coppia. E sarebbe inutile nascondere il desiderio del tuo tocco, adesso che fa ancora freddo, adesso che forse è più freddo di prima, ma non ho motivo di credere che il tuo calore sia più intenso di altri. E non ho altro in testa da quando ho aperto gli occhi, e non avrò altro in testa finché non li avrò chiusi parecchie altre volte, ma un pensiero fisso non si può dotare a priori di una connotazione positiva.

È difficile, tanto difficile negare che questa nausea sei tu che mi piaci.

Possiamo parlare?

Detta proprio così, come forse non l’ho mai detta. E ci saranno le convenzioni e tutto, non lo so, io i teen li ho trascorsi un po’ a cazzo e certe cose non le ho mai capite, tipo che certe cose si lasciano intendere e altre vanno interpretate e troppe parole fanno male, ero lì che mi scrivevo tutte queste belle teorie su come funziona il mondo ma poi mi sono stancato anche perché il valore predittivo era sottoterra.

Sono qua, un po’ implorante come lo ero allora con gli occhi, a chiederti hey honey, possiamo parlare? Possiamo raccontarci le nostre vite e riderci su senza pianger l’essere adulti e gli altri tempi? Possiamo evitare le formalità e riprendere ogni volta da dove abbiamo lasciato in totale fiducia di quello che significhiamo l’uno per l’altro? Possiamo metterci d’accordo per vederci uno di questi giorni anche se abbiamo un bordello di impegni contando sul fatto che stare insieme non sarebbe comunque tempo sprecato? Possiamo dirci la verità una volta per tutte invece di ostinarci a ignorare queste pesanti polveri che hanno ricoperto i nostri cuori?

Lo dico qua, dove tanto non lo leggerai mai e se lo leggerai non immaginerai che sto pensando a te, perché dentro di me lo so che la risposta è no e che certe strade non si possono percorrere all’indietro. Parlare, parlare davvero, non fa che peggiorare la situazione, perché se cominci a scavare ti accorgi che non ci sono ragioni, e allora cala il silenzio, come se di silenzio non ne avessimo già sopportato abbastanza. Parlare non è quel rimedio magico che piace sognare, perché alla radice tutti i problemi nascono precisamente dal non avere nulla da dire.

Ma la consapevolezza della nostra impotenza non fa niente per ricucire la divergenza con cui hai sfrangiato la mia innocenza. E così continuerò a chiederti, in qualunque angolo tu non possa sentirmi, in qualunque dimensione tu non possa trovarmi, in qualunque lingua tu non possa tradurmi, hey honey, possiamo parlare?

Possiamo essere di nuovo ciò che abbiamo ingiustamente promesso saremmo stati in eterno?

Overly blue

Hey hey.

Aren’t things moving fast. Cute shit ahead, cute shit deemed worth chasing, for we need a principle to go after and what else is there, really. I like where it’s all going. I’ve become quite the expert at closing my eyes shut, stuffing my head with the usual ghosts, enough for the horrors beyond my grasp to disappear like colors from a late dream. Might not have been your lesson but I learned this around your hair, it’s not that much of a hell when we’re in charge of the flames coming our way. And fire is great for cleansing too.

Still, I’m keeping you here where you can’t fade away. A relic from different times, boring times, dark times I guess, what with your weird cold heart being one of the few warming lights. Is this even about you anymore? I might have lost contact with who you are enough for your essence to stop mattering altogether. It’s been a while. Not the first while either. You always come back eventually, and I’m usually here to welcome you, ‘cause that’s what I do, desperately unable to save your attention in some merry place where I can get it anytime I want.

And yet it doesn’t really matter to me. Far away as you may be, you’re still floating in my every coffee, sacrificing most sleep to the higher cause of the wonderful living I trust we’re both carrying on right now. I’m grateful to you, and I haven’t mentioned any reason why, but reasons are such a boring excuse, and who gives a shit about adolescence anyway? We should be past the emotional answers by now, frankly you kind of always were, and there’s still so many hurtful questions we can ask to bring this world to our cheerful knees.

You must be flying quite high now. I know ‘cause I’ve been there too. I’m not much of a bird, clouds confuse the fuck out of me and the heavens don’t like my habit of vomiting all over. But I like to think my feathers are kind and one of a kind, and they can shine quite prettily when I happen to step in front of the sun. Will you be my star once again? I miss the rainbows we used to draw in the sky with everlasting help from our twisted brains. I can only do so much on my own, so do try and stick around.

For my world needs coloring, and you’re one special shade of cyan it’d be sad to paint without.

Sindrome dell’impostore

Che tanto ce l’ho nello stomaco e dicono scrivere faccia terapia.

Lo so che prima servirebbero i successi e io non ho nulla da raccontare, ma razionalmente in questo non c’è niente di strano. E ho raccolto tutte le giustificazioni di questo mondo dietro al non *essere* ancora qualcosa di speciale, le ripeto prima di chiudere gli occhi e mi danno il buongiorno quando è ora di ricominciare. Valide forse in circostanze normali, ma queste a me non sembrano circostanze normali, mi sembrano circostanze perfette, quindi perfetto dovrei esserlo anch’io, e invece non ci sono neanche lontanamente vicino. Cosa merita lo sforzo che ho sempre tutto il tempo di fare? Dovrebbe contare qualcosa questo mio lento impreciso arrancare, di fronte a esistenze brillanti che in parallelo tengono pulito un castello di esperienze, e io che neanche tolgo la polvere di fianco al letto?

Mi hanno sempre dato un sacco di fiducia senza motivo, e mai mi si è posto il problema, che tanto ben riposta o meno non importava. Adesso però importa, e io non posso andare avanti senza sapere chi sono, ho bisogno di fare qualcosa con la mia vita, ho bisogno di sentirmi pieno, altrimenti andrò a fondo col resto dei miei sogni. Ma è da tanto tempo che l’unico ostacolo sono io, e sono io l’unico ostacolo che non ho mai capito come gestire, immerso in un mondo che dall’alto del mio isolamento neppure conosco davvero. C’è tutta una tendenza a drammatizzare che non so distinguere dalla realtà, e così non so mai quali sono le domande giuste, non so mai quando le mie risposte discendono da un qualche pensiero importante.

Mi salva che ho sempre creduto nella voglia più che in ogni altro fattore, ché il resto è scusa e non causa. E allora anch’io sono solo una scusa, anche per me al momento di prendere la penna sputare meraviglie o meno è solo questione di tenere gli occhi aperti. Ma se la scusa fosse doppia, se invece di un tutto che perde troppo tempo con niente fossi io stesso un nulla ben mascherato, avrei la doppia forza di scendere dal piedistallo, o finirei col perdermi definitivamente?

Per h molto piccolo

Discorsi da niente, come fosse niente, perché forse è niente. Ci sono giorni in cui non mi sembra niente. E vedo che se ne parla come bastasse prendere h molto piccolo, che è vero ma un filo disonesto perché manie di protagonismo a parte non tutti gli h possiamo sceglierli noi.

Iperreali a dicembre

Avrai una figlia che verrà a lezione da me, e io noterò la somiglianza e mi incasinerò a metà frase, qualcuno ridacchierà, un altro folle nel corpo insegnanti. Ragazzi al sole fuori dalla porta, e chissà cosa dicono le regole. Passa in fretta il tempo quando di tempo non ne hai. La scelta codarda, la scelta sicura, nascosta dietro le giustificazioni l’unica scelta corretta riposa sulla costa nord. La scelta codarda, la scelta sicura a cazzeggiare con gli estremi inferiori del ‘700. Ripetersi è stagnazione, non miglioramento. Non credo nell’accelerazione ma in velocità diverse, e sto andando piano troppo piano. La scelta codarda, la scelta sicura dell’acrobata che se non guarda in basso non ha un posto dove cadere.

Avrai una figlia che verrà a lezione da me, e io noterò la somiglianza e tirerò dritto, e su un paio di fogli butterò giù una percentuale di tempo per pensarci, e quei fogli li appenderò alle pareti della mia stanza singola che puzza sempre di silenzio. Cosa succede fuori non ci ho mai fatto caso perché mi viene senso. Creare qualcosa così per lasciare il segno, scelta di lato, scelta secondaria che finge rispetto. Ed è sempre meno latte e sempre più fondente, dovrei dirglielo ma non ci penso mai abbastanza. Notti lunghe per scelta di lato, scelta secondaria a proteggere un narciso decrepito. Forse dicembre, forse neve, forse l’albero, se mi gira un peluche. Scelta di lato, scelta secondaria a tenermi compagnia una notte l’anno.

Stella marina, stella marina tutti i santi giorni.

Tempismo

La pioggia è quell’amico che gli dici che vuoi smettere di fumare e ti porta fuori a vedere le stelle e ti dice che gliene avanzano due.

Anche volendo dare retta a quella voce che ogni tanto si fa sentire per dirmi che non sto dando una possibilità alla possibilità, rimango dell’idea che ci sono insiemi troppo densi per garantirmi un posto fisso. Mi diresti che questa volta è diverso, mi diresti che non c’è neanche bisogno di stringersi un attimo, e altre cose sostanzialmente false, come sono falsi i piedistalli quando vai a lucidarli e ti si sbriciolano tra le mani perché l’idolo vero pesa un casino.
Pensavo fosse sabbia, nella clessidra della nostra distanza, ma è un grosso scoglio che non scenderà mai a meno di rompere tutto. Mi ci vedi a buttare via i cocci con mani di sangue, denti stretti e morale a palloncino? Mi ci vedi a ricominciare? È sempre così facile, ritrarre un impulso. Alla fine continuo a fare quello che faccio, e tu mi fai che la tasca della borsa non è un posacenere, e io non so cosa rispondere, ché prendessimo fuoco almeno un po’ di freddo se ne andrebbe.

Narciso

Pensavo al pensiero altrui, e al mio posto in esso. Non sono capace a guardarmi direttamente coi miei occhi. Non so se è una cosa comune o sono io. Devo filtrare attraverso un immaginario punto di vista esterno per trarre soddisfazione dallo specchiarmi. Cioé, ho dei postulati in testa, ma ho bisogno di astrarli dalla mia soggettività, attaccarli a qualcun altro. Solo allora posso compiacermi del mio aderire.

E, dicevo, pensavo a tutti i criteri che non sono i miei, e come ci entro. C’è questo parlare di speciale. Ma speciale è facile. Speciale è allontanarsi da una media su trecento variabili, non la vede nessuno e chi la vede è un’eccezione sufficiente a ribaltare la definizione. C’è questa unicità dell’essere una stella uguale alle altre che se la togli il cielo è sempre cielo ma in qualche impronunciabile settore del tutto sono evaporate un migliaio di irrepricabili relazioni, e chissà in quella nuova oscurità quanti serpenti di luce non vengono più bene.

Ma, più a terra, pensavo al bambino che faceva la spia alla maestra, e che basta con ‘ste cazzo di Yu-Gi-Oh, e che non – rivolgermi – la – parola. Dico, questi non ci entrano mica. Però. Rimane? Questo mi chiedevo. La memoria è nebbia. Salvare qualcuno richiede un’approssimazione. In base a cosa cado da una parte o dall’altra? Avevo questa lista di momenti felici. Ma l’ho compilata senza conoscere il verdetto. Per ogni piccolo pezzo che ho preservato qualcuno mi avrà anche seguito, ma la selezione sarà diversa e l’interpretazione sarà diversa e alla fine il giudizio sarà diverso.

Giudizio è una brutta parola. Spero che nessuno faccia questo giro di proposito e che rimanga tutta una roba di cuore. Però, dicevo, cambia dove cado. E pensavo, se i miei occhi non mi bastano, significa che cambio anch’io? Ho bisogno di piacermi, come tutti credo. Ma è una strada che passa attraverso un’incognita di perle sparse sull’asfalto e pizze fredde, e la verità è che non so dire se questi punti esistano.

E questa non so se è una cosa comune o sono io.

Complicazioni

Credo che stasera ti scriverò. Così, senza impegno, tanto perché è fine luglio e la mia testa è tutta una contraddizione, come sempre nella transizione.

Credo che stasera ti scriverò e poi mi dimenticherò di averti scritto per un po’, allo scopo di assecondare quella parte di me che è troppo ingenua per darmi dell’ossessivo-compulsivo. Credo che metterò su qualcosa degli eighties tanto per fingere di aver passato l’adolescenza in un decennio un po’ più appropriato di questo, magari inventarmi che seguivo MTV con la voce. Credo faccia troppo caldo per fare disamine di una certa importanza.

Credo che dopo aver controllato che fosse il numero giusto un numero bello di volte cancellerò il log per facilitare il processo di passare alla prossima attività a cui non prestare attenzione. Credo di poter quasi concludere qualcosa, a patto di non pensarci troppo. Credo che stanotte il fumo resterà nel cassetto, perché una volta consumato non so dove lasciarlo e mi dà fastidio che mi si contino le cicche nel posacenere.

Credo che quando il numero diventerà troppo grande per tenerne traccia cancellerò anche il testo per facilitare il processo di scivolare in una nuova preoccupazione. Credo che il mio primo mondo non andrà da nessuna parte qualunque sia il ponte da cui decido di buttarmi, il che affoga un po’ le mie consolazioni. Credo che prima o poi l’accettazione decapiterà il mio entusiasmo, o viceversa, anche se non so cos’è peggio.

Credo che stasera non avrei dovuto scriverti, ché se mi metto a pensarti per associazione penso a un casino di cose a cui non dovrei pensare. Credo che la fame che mi è passata tornerà accompagnata da un tocco di neve, e che alle mie ossa faccia anche piacere non aver mai tenuto molto spazio per soffrire di claustrofobia. Credo che in qualche tempo e in qualche spazio riposi qualche scelta che in qualche modo ho quasi preso bene.

Credo che tutto sommato non ci sia niente di male nello scriverti, a patto di non dirlo mai ad alta voce. Credo che per evitare di mentire si facciano un sacco di cazzate, e viceversa. Credo che in realtà non ci sia chissà quale differenza, come sempre quando si tratta di parole, e che per risolvere ogni eventuale problema basterà chiudere per bene bocca e testa, a prescindere da quanto rimanga frustratamente etereo l’output.

Credo di non ricordare se ti ho scritto o meno, e di non volermi sforzare troppo a scoprirlo. Credo che userò una qualche ora della notte per mettere qualcos’altro sotto i denti, ché alcune persone dicono che aiuta, anche se a me viene più nausea che altro e briciole dappertutto. Credo che i rumori che vengono da fuori appartengano a un mondo che ho sbagliato a fingere mi avrebbe mai riguardato, e oramai assimilo in silenzio come fantasmi in un baule.

Credo di averti già scritto parecchi anni fa, quando ancora il futuro era la cosa più bella che mi fosse mai capitata. Credo che bene o male la vediamo allo stesso modo, anche se quello stesso modo non è mai stato proprio chiaro chiaro cosa sia. Credo, banalmente, che non finiremo mai di capirci qualcosa, e che esista sempre un avanti appena più consapevole di tutto ciò che siamo e non siamo e non vogliamo essere.

Credo di non averti mai davvero voluto scrivere, ma di averlo fatto lo stesso per fumose ragioni di desiderio. Credo che stasera non uscirò a cercare stelle cadenti, anche se forse sarebbe arrivato il momento di rinnovare un paio di voti e non si può pretendere che il cielo sia a nostra disposizione sette giorni su sette. Credo sia un errore presumere di essere in buoni rapporti con ogni sconosciuta divinità del caso.

Credo che questa notte proseguirà come se non ti avessi scritto, giusto con un paio di canzoni in più. Credo che i dettagli acquistino gravità solo a posteriori, e che finché non cade risposta siano proprio in un’altra dimensione. Credo in sintesi di farmi un sacco di problemi per delle stronzate, e va bene così, ché senza elucubrazioni non mi riesce di prendere le cose sul serio e non c’è gusto a spensierarsi senza essersi liberati di un centinaio di seghe mentali prima.

Nuovo record

C’è una incoerenza di fondo che dobbiamo superare. Che senso ha che ci sono persone che mi ricordano per un abbraccio e altre che mi ricordano per non esserne capace? Non è mai un problema quando sappiamo cosa stiamo facendo, ma non sappiamo, e a questo punto credo sia tardi per andare in cerca di rivelazioni. Preferisco appoggiarmi a un sogno, quel sogno che abbiamo costruito insieme senza forzarlo.
Devo parlare, ma con tutte le palle che mi riconosci è solo con me stesso che mi confido. Le mie metà sono dispari e asimmetriche due a due, ma vanno d’accordo tra loro e posso sempre contare su una certa riservatezza, riservatezza che fuori dalla mia mente neanche esiste, e i fantasmi che perdo e inseguo stanno solo prendendo tempo. E mi sono lasciato andare prima di lasciarti andare, ma forse sei ancora lì per me, come quando cammino per strada e immagino di incontrarti per caso. Che poi non è quella la fantasia forte. L’immaginazione è sopra le righe quando a vederci ci fermiamo e abbiamo qualcosa da dire.

C’è una fiducia di fondo che non so quando l’ho persa ma se n’è andata e non tornerà. Le mie astrazioni sono un vicolo cieco e le tue parole sono la bussola a puttane che mi ci ha portato. Ho messo tenda ma non vedo il cielo. Ho cercato e cercato ma sei contingente come un riflesso e non ho gli strumenti per leggere i colori.
Allora mi vieni a prendere sotto casa o all’aeroporto e poi partiamo, partiamo per tornare indietro e recuperare le basi perché con queste coordinate non si capisce più un cazzo e ho bisogno di qualcosa di diverso. Apriamo quel bar sottoterra, tu fai tutte le porcate che vuoi mentre io dietro al banco servo e sorrido, e alla fine o anche all’inizio incrociamo la confidenza che ci è sfuggita con questi individui che non spiegano niente e si aspettano un po’ d’amore così dal nulla. Anche se il tempo passa e la traccia scompare faremo sempre la scelta giusta, perché se solo non ci pensi la nostra notte non può finire mai.

Interfaccia

Posso ammettere quello che ti pare e starei ancora mentendo. Tanto il corpo fa sempre il cristo che gli pare, se non è quello che gli ho chiesto, se non è quello che ho pensato. Gli occhi vedono e corrono a espressioni che non c’entrano niente. Le dita battono ritmi inesistenti su una gamba che se il suolo fosse sabbia avrei conchiglie nel femore. Parole lente e confuse su periodi rapidi e sfocati. E la persona qual è, la timida isteria del palco semivuoto o l’estetare sociopatico su sensi fuori moda? C’è, una persona? O è tutto esperienze che fatte quelle ti svegli e quasi ricomincia che tanto il sogno è morto al primo tiro la mattina.

Cosa vuoi, che non vado bene? L’hai detto, lo sono. Sono già andato, se chiedi a me sto solo trascinando e se cerchi ragione ti regalo anche quella che tanto da me non vuoi mai un cazzo. Prenditi tutto, prendi la mia vita di caffé e abeliani e sfondala su un tavolo di vetro, spacca queste mani che non sanno come muoversi e schiantami nella trachea tutto il maledetto nascosto che non ho più le viscere per indovinare. Poi tu mi stai a sentire, io cado faccia a terra e tu mi stai a sentire che ti vomito addosso. Domani sarò morto e tu con la colazione. Senza zucchero.